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Opportunità ed occupazione.

Occupazione per attuare progetti e progetti per creare occupazione sono i cardini sui quali ruota la libertà dei cittadini. La distinzion...

15 marzo 2012

La civiltà dei consumi

I beni materiali disponibili e la trasformazione di essi con l'utilizzo di fonti energetiche rese potenzialmente inesauribili dallo sviluppo tecnologico, affrancano gli uomini dalla schiavitù e consentono a tutti di essere liberi e di condurre un'esistenza dignitosa.

Nonostante tutto, la speranza di vita 
aumenta
Non sembra vero, ma è ragionevole pensare che la società umana possa oggi raggiungere un nuovo equilibrio nei rapporti sociali coinvolgendo tutti nella conduzione di un’esistenza serena e non più vincolata ai bisogni impellenti creati dalla carenza di beni primari che sono quelli indispensabili per la sopravvivenza.
Rilevo che, oggi, l'economia è caratterizzata da un mercato dove la domanda non genera più l'offerta, ma è l'offerta che genera domanda per consumi crescenti in quantità e qualità a prezzi che si adeguano ai target di consumatori distribuiti per classe di reddito, di sesso, di età e di cultura.
Se è vera quest’osservazione, le crisi di sovrapproduzione, che sino alla metà del secolo scorso hanno afflitto l'economia mondiale, non dovrebbero più succedersi, perché la disponibilità dei beni sul mercato è regolata dalla domanda indotta dalla stessa offerta.  Allo stesso tempo, sempre in base al principio anzidetto, la disponibilità dei beni sul mercato dovrebbe essere sufficiente per garantire a tutti i viventi, ovunque abitino, un benessere adeguato per godere di un orizzonte economico allargato a oltre i beni di primaria necessità.

Nonostante queste semplici considerazioni, succede il contrario. Osserviamo che la schiavitù esiste ancora, che un terzo della popolazione mondiale non dispone di mezzi sufficienti per vivere in modo accettabile e che gli sforzi posti in essere per ridurre il divario tra ricchi e poveri non sembrano avere successo.
Perché? Mancanza di mezzi? Razzismo? Classismo? Ignoranza? Sfiducia nella capacità di assimilare il modo di vivere di noi occidentali?
Questo e altro potremmo chiederci, ma, a mio parere, la risposta è una sola: tra noi, c'è un pessimismo diffuso che ostacola la generazione di un modello sociale accettabile per noi stessi come persona e per l’Altro. A mio parere, le cause possono riassumersi in queste tre concomitanti:  

  • il disorientamento generato dalla mancanza di riferimenti condivisi; 
  • la frammentazione del potere generata dallo sconvolgimento della gerarchia dei valori; 
  • la separazione della responsabilità dei singoli dalla funzione politica, economica e sociale esplicata.
Penso che questi siano i tre punti fondamentali dai quali iniziare per diffondere un modello di vita accettabile originato dai singoli o non più da strutture istituzionali ormai ridotte a essere relitti che generano processi distorcenti quali: la de responsabilizzazione dei singoli, la cooptazione clientelare, i meccanismi di delega passiva, l'estensione delle gerarchie, il corporativismo e il consociativismo sindacale e politico[1].
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Le malattie sono diminuite, la vita media è aumentata, come anche il benessere economico, da una parte; mentre, dall’altra, la propagazione di una cultura tecnologica adeguata è lenta, perché s’innesta su basi sociali confuse e incerte a causa dell’intervento di forze conservatrici che attraversano gli schieramenti politici tradizionali. Pareto definisce queste forze come Persistenza degli aggregati in opposizione a quelle contrarie generate dall’Istinto delle combinazioni.
Il sogno del positivismo ottocentesco - che ancora oscura la mente di molti psicologi, economisti e sociologi - di racchiudere l’universo mondo in una formula matematica che consenta di realizzare la pace universale, sembra svanire in modo definitivo dopo i disastri perpetrati nel secolo scorso, con l’appoggio di utopie derivate da modelli fondati su realtà parziali, dove l’uomo è l’oggetto da usare per aumentare le risorse e non il soggetto beneficiario principale delle risorse stesse.
Ancora oggi la politica di stimolare i consumi per aumentare il prodotto interno lordo (PIL) sembra essere non idonea per risolvere il problema e ciò perché il dilemma sta nel criterio da scegliere per orientare le maggiori quote di reddito conseguite. Non sono più ammissibili politiche semplicistiche come quelle sulla piena occupazione propugnate dal Keynes che alla fine producono risorse inutilizzabili e conducono i lavoratori verso una disoccupazione di carattere tecnologico. Le decisioni sul merito nell’utilizzo delle Risorse costringono i politici a muoversi tra contrastanti pressioni lobbistiche e a impegnarsi in confuse discussioni ideologiche che spingono a: 

  • lasciarle al cittadino per incrementare ulteriormente i consumi o la formazione di risparmio individuale riducendo l'imposizione fiscale personale; 
  • conferirle alle imprese per stimolare propri investimenti favorendo il mercato mobiliare da una parte e riducendo le imposte sui consumi, dall'altra; 
  • ridistribuirle nel welfare e/o nelle imprese e/o in investimenti strutturali.
La decisione giusta è lasciare a ognuno le risorse che accumula avviandolo verso un proprio progetto.
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La lotta di classe si è formata quando si sono venuti a contrapporre i fattori produttivi Terra, Capitale e Impresa, con quello del Lavoro. Questa fase iniziò più di due secoli fa e, da allora, apparvero i conflitti sociali causati principalmente dalla dislocazione delle materie prime, dalla predisposizione culturale della popolazione e dai fattori di incertezza derivanti dagli eventi provocati dalle Follie formate essenzialmente dalle guerre e dalle nuove invenzioni che incalzavano.
Dagli effetti di questa contrapposizione sviluppatasi  in un arco così lungo di tempo, è possibile desumere:
A. che, attraverso lo sfruttamento di posizioni monopolistiche si accumuli ricchezza a detrimento del fattore impresa e quindi anche di quello del lavoro creando sottosviluppo e disoccupazione (Terra e Capitale versus Impresa e Lavoro);
B. che, attraverso la socializzazione di terra, capitale e impresa, non prendano corpo iniziative che danno origine allo sviluppo che consenta di mantenere alto il grado di occupazione (Terra, Capitale, Impresa versus Lavoro);
C. che solo mantenendo complementari impresa capitale e lavoro con lo sfruttamento di terra, si possano effettivamente creare quelle condizioni per mantenere il benessere economicamente inteso (Capitale, Impresa, Lavoro versus Terra).
Le contrapposizioni ancora oggi avvengono sotto le linee ideologiche del socialismo e del liberalismo, intese nel senso classico.
Le contrapposizioni, in realtà, non si sviluppano tra i fattori produttivi, ma ricadono tra chi ha il governo di questi fattori e cioè su chi fonda la propria politica col presupposto di realizzare la felicità dei cittadini. Il socialismo ha creduto di realizzare questa felicità con la pianificazione delle risorse attraverso complicati e dispendiosi sistemi di ridistribuzione del reddito, il liberalismo, all’opposto, con la limitazione degli interventi sull’economia, lasciando il tutto all’autoregolamen-tazione dei mercati che notoriamente, sono sempre imperfetti e soggetti a spinte monopolistiche.
Ancora oggi il dibattito politico si svolge su classi di fattori inquadrati come se agissero nel cassetto esclusivo di ogni teoria delle scienze umane e non sull’insieme dei fattori considerati in  C., dove Impresa e Lavoro sono strettamente associati per avere il controllo di Terra e Capitale accumulato in un quadro complessivo antropocentrico.
Al riguardo ritengo praticabile una logica che possa inquadrare tutti gli elementi per superare, nelle scienze umane, gli errori che nascono nel delimitare il campo di osservazione a singoli aspetti dei fenomeni osservati postulando sistemi retti sul principio della società umana in regime di equilibrio psicologico,  economico e sociale.
La sociologia ricerca la pace sociale, l’economia l’equilibrio di mercato, la psicologia il benessere personale.
Il politico tenta di conciliare i contrasti che l’eventuale equilibrio di mercato possa far nascere sul piano sociale; lo psicologo, consentendo dilazioni al pagamento della parcella, cerca di dotare il lavoratore della tenacia necessaria per aggiornarsi e ricercare una nuova occupazione, ma, oggi, il potere si concentra ancora sul politico che manovra l’economia alternando interventi sociali a concessioni liberalistiche.
Osservo che attualmente pochi credono che sia possibile superare questa impasse e la cosa sorprende soprattutto in presenza dell’alto grado di sviluppo delle tecnologie ancora troppo poco sfruttate.
E’ giunta l’ora di impegnarci per aprire i cassetti nei quali gli specialisti hanno racchiuso le loro conoscenze; raggrupparle in modo sistematico conciliando il vecchio col nuovo e ostacolare chiunque che, con logica eticamente scorretta, continui a volgere il tornaconto politico ed economico mantenendo aperto il conflitto sociale.
Tale prassi va sotto il nome di Consociativismo interclassista.
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Non posso passare sotto silenzio le tendenze ambientalistiche che privilegiano il fattore Terra sugli altri fattori. Considero questa tendenza demenziale e contro natura. Non mi soffermo oltre su quest’aspetto.


[1] Al riguardo è interessante l’analisi compiuta da Marcello Veneziani nel libro “La sconfitta delle idee” (Economica Laterza 367 - 2003). Da allora niente d’immutato!
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