02 maggio 2009

Diritto e giustizia, o libertà e responsabilità?

Ogni tanto mi soffermo su Google nel ricercare quanto è segnalato sotto il mio nome.

Ebbene, oggi vedo un mio commento del 28 ottobre 2006 al post di Vincenzo Fano – Professore di logica e filosofia delle scienza sul suo blog “Vivere est philosopphari”.

Da qualche tempo cerco di coniugare i concetti di libertà e responsabilità pensandoli collegati alla giustizia attraverso il diritto
A mio parere, se gli uomini fossero tutti buoni gli uni con gli altri, non occorrerebbe la statuizione di un diritto, e chi avesse in animo di fare il giudice o l'avvocato, potrebbe passare  miglior tempo per andare in riva al fiume a pescare.
Ma prima di ragionare oltre, desidero riportare il testo del post e del relativo commento, così come appare  su: 
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Ottobre 21, 2006
DIRITTO E GIUSTIZIA

E’ giusto violare la legge per un fine giusto? Platone nel Critone ci dice di no: Socrate rifiuta di salvarsi dalla condanna ingiusta evadendo, perché non vuole violare le leggi della città che rispetta. Anche Kant respinge la violazione della legittimità, anche se quest’ultima è ingiusta, perché altrimenti l’unica nostra ancora di salvezza contro le barbarie, cioè il diritto che deriva dal patto sociale, verrebbe infranto. Qualcosa non mi convince in questa prospettiva eccessivamente conservatrice. Se questi autori riconoscono una nozione di giustizia che è più originaria di quella del diritto, è alla prima e non al secondo che devono tener fede. Ovvero se Socrate riteneva di dare origine a maggiore ingiustizia evadendo piuttosto che bevendo la cicuta, allora ha fatto bene ad affrontare la morte, ma il passivo accettare leggi ingiuste solo perché sono leggi non sembra essere una buona politica. Quello che è sicuro è che non si può agire ingiustamente per un fine giusto, come vorrebbero tutti i teorici della ragion di stato, da Machiavelli in poi, perchè questo quasi sempre aumenta l’ingiustizia invece di diminuirla a causa di una naturale eterogenesi dei fini. Se, ad esempio, come fece Lenin, istauro una dittatura per favorire gli operai e i contadini contro i piccoli proprietari e le gerarchie zariste, ottengo che la dittatura resta assieme alle ingiustizie sociali, come purtroppo è successo dopo la sua morte.
  • Pietro Bondanini Says: October 28th, 2006 at 5:19 pm e
  • Credo che la domanda sia posta in un contesto che consente solo una risposta articolata. A mio parere occorre partire dalle azioni degli uomini e valutarne il loro insieme coordinato in riferimento al fine per le quali sono compiute. Il giudizio emana dalla corrispondenza dei singoli atti a principi etici di convivenza condivisi e non negoziabili. Laddove un atto non corrisponda ad un principio etico, significa che quest’atto appartiene alla sfera delle libertà individuali. Se le persone appartenenti ad un organismo sociale condividono principi etici comuni, queste si danno leggi solo per i rapporti che possano costituire motivo di controversia. Se una legge è ingiusta, vuol dire che viene meno la condivisione e si viola un principio di libertà. Se una legge è difforme agli anzidetti principi, essa non può che essere ingiusta, salvo il fatto che si integrino o si modifichino i principi stessi e che, in ogni caso, dovranno essere innovati. Ne discende che, sotto il profilo legale, violare una legge non è giusto; sotto il profilo morale è giusto violarla solo se gli atti commessi sono eticamente conformi. In poche parole, il giudice della legge dirà che non è giusto violare la legge; il giudice politico o filosofo dirà che la legge è ingiusta e pertanto deve essere abrogata. Socrate si è immolato per salvare un principio etico. Quanti sono i Socrate che si sono immolati? Quanti i martiri della libertà? Tremo quando sento parlare di obbedienza cieca ed assoluta! Estendo una domanda che faccio a me stesso. Si può parlare di questo tema non citando Machiavelli? Per liquidarlo, ne parlo in Cosa e come (cliccare qui). Qui ne riporto il primo capoverso. “Ogni azione umana è contraddistinta da un cosa e da un come. Fini e mezzi, nel significato che Machiavelli ha voluto dare a questi termini, sono entità troppo vaghe per definire le componenti dell’azione: perché il fine è riferito al progetto perseguito, mentre il mezzo è l’insieme delle singole azioni poste in essere per conseguirlo. Questa distinzione è essenziale per analizzare il comportamento della persona, in quanto, per ottenere un fine buono, il senso morale comune non consente la messa in opera di una serie di azioni cattive.”
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    Rileggendo il testo del post e del relativo commento, noto ora che all’atto autolesionistico di Socrate si possono dare due spiegazioni apparentemente contrastanti.

    V., nel post, sostiene che “non si può agire ingiustamente per un fine giusto, come vorrebbero tutti i teorici della ragion di stato, da Machiavelli in poi, perchè questo quasi sempre aumenta l’ingiustizia invece di diminuirla a causa di una naturale eterogenesi dei fini”.

    P., nel commento, sostiene che, pur citando Machiavelli, “per ottenere un fine buono, il senso morale comune non consente la messa in opera di una serie di azioni cattive”.

    Penso che sia opportuno integrare i due concetti, sostenendo che è appunto il senso morale condiviso che rifiuta l’eterogenesi dei fini quando vi si scopra un contrasto e non quando questo contrasto non si riveli..

    Infatti non si può parlare di giustizia a prescindere dal danno.

    Quando una persona provoca un danno si determina un effetto malefico sulla società indipendentemente che si violi o meno un principio giuridico elaborato al fine di statuire modalità comportamentali nei rapporti interpersonali.

    Leggi troppo invasive limitano la libertà e queste pesano quando sono rivolte su persone già associate in gruppi fortemente coesi.

    Queste persone sono moralmente orientate ad agire per il bene comune; quindi l’eterogenesi dei fini non costituirebbe per loro un motivo di commettere azioni dannose a chicchessia.

    Quindi il caso di Socrate lo vedrei non sotto l’aspetto di “diritto e giustizia” che dovrebbe riguardare l’ambito ristretto delle azioni dannose, ma sotto quello di “libertà e responsabilità” che riguarda la coscienza della persona davanti all’esercizio dei propri diritti ed in particolare di quelli inalienabili, come quello di vivere liberamente.

    24 aprile 2009

    Sono Libero e Democratico

    Si discute molto sulle prossime elezioni europee e su un referendum costoso ed inutile. 
    L'elettore, vale a dire tutti gli "io" chiamati a mettere la propria scheda nell'urna, si troverà - indipendentemente dalle idee politiche personali - in una posizione diversa in ragione al partito politico da scegliere.
    Penso che vi siano tre tipologie d'elettori: simpatizzanti di centro destra, di centro sinistra ed altri di una fascia indistinta di persone orientate  verso formazioni movimentiste (federalisti, giustizialisti, nostalgici della prima repubblica) oppure propugnanti posizioni estremistiche anche al seguito di istinti sovversivi originati da ideologie defunte. 
    Ciò premesso, cosa offrono i politici all'elettore con la testa sulle spalle?
    Diversamente dal passato, in tempi di consolidamento del bipolarismo, le scelte - oggi - si ripartiscono tra due partiti intorno ai quali girano in posizione contrasto una congerie di partitini che, per effetto della legge elettorale vigente,  si raggrupperanno attorno ad uno o più leader che dovranno giocare il ruolo di prestigiatori ed illusionisti passando il tempo a negare ciò che affermano e ad affermare ciò che negano.
    Queste elezioni sono caratterizzate  dalla forte personalità di Berlusconi, il cui successo politico porterà - senza dubbio - a far superare la soglia del 40% al PdL.  Il resto si distribuirà tra il PD e gli altri raggruppamenti di cui sopra.
    Ciò premesso, in previsione - assai attendibile - che il PDL  superi il 40% dei voti, ritengo formulare due scenari che si svilupperanno, a mio parere, attorno alla variabile critica della visibilità del PD come partito di opposizione. 
    1. 35% al PD; 25% ad altri: chiaramente il PD consoliderà il distacco sulle altre formazioni e la sua leadership come partito di opposizione;
    2. 30% al PD; 30% ad altri: il PD rimarrà - come ora - un partito di sola protesta.
    Ora, riuscirà il PD, sotto la guida di Franceschini, a mostrare un  ruolo politico aggiornato alle necessità del tempo e coerente con le risorse a disposizione?
    Riuscirà il PD ad abbandonare le vetuste ideologie  che lo pervadono mettendo da parte - tra l'altro - la sterile diatriba tra fascismo e comunismo?
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    Ammessa l'esistenza di una coscienza comune, l'ordine sociale dovrebbe essere fondato su una virtuosa interazione:
    tra chi opera per la felicità che si presume per tutti 
    chi opera lasciando libero ognuno di realizzarla per sé stesso.
    A mio parere il ruolo del Partito Democratico consiste nello operare per la felicità che si presume per tutti come giustamente affermava Romano Prodi; ma sarebbe pericoloso che il Popolo della Libertà  esagerasse nel lasciar libero ognuno di realizzarla per sé stesso.
    Per ora va bene il PdL e chiaramente darò ancora il voto a questo partito,  ma domani potrei ritrovarmi ad aver bisogno del Partito Democratico, oggi del tutto inesistente.
    Sono Libero E Democratico, oppure Libero O Democratico?

    10 febbraio 2009

    Dedicato ad Eluana

    Cosa ne sappiamo della felicità dell'altro? Se la felicità avesse una base scientifica si potrebbe postulare la formula della felicità. Ma la felicità ha il duplice aspetto: quello di essere una manifestazione che nasce dall'intimo di ogni persona e quello di trascendere la ragione.

    E' attuabile un ordine di felicità sociale?

    Ammessa l'esistenza di una coscienza comune, l'ordine sociale dovrebbe essere fondato da una virtuosa interazione tra chi opera per la felicità che si presume per tutti e chi opera lasciando libero ognuno di realizzarla per sé stesso.

    Tra i primi vedo chi è politicamente orientato verso i democratici, mentre tra i secondi ritengo esservi i liberali.

    Ma, senza una coscienza comune, una coscienza che abbia la sensibilità di considerare i rapporti tra le persone in amorevole condivisione di valori e non in continuo contrasto dialettico, non ho speranza che si realizzi un ordine sociale migliore.

    Eppure le risorse per garantirne la potenzialità, esistono e sono largamente sufficienti.

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    Occorre riprendere coscienza di sé stessi; abbandonare l'utopia di un paese che non può esistere, perchè libertà e dovere sono inconiugabili, come, invece, libertà e coscienza lo sono. Coscienza significa saper distinguere il bene dal male ; identità significa avere e farsi riconoscere la propria coscienza; integrazione significa rendere possibile la condivisione di una coscienza comune .

    29 settembre 2008

    I tempi della libertà

    Come tutte le cose che riguardano gli esseri viventi, l'istinto a costituirsi in associazione è causato dal bisogno. Gli animali, come i lupi, per necessità di sopravvivenza, hanno la sola alternativa di seguire il più forte del branco.

    Anche gli uomini, ma solo quando i mezzi vitali di sostentamento scarseggiano, sentono la necessità di imbrancarsi. Basti pensare alla popolazione civile di una città che soggiace all'incubo dei bombardamenti aerei e si capisce bene cosa vuol dire solidarizzare ovvero unire le proprie capacità per raccogliere tutto ciò che serve per mantenersi in vita suddividendo equamente ciò che si raccoglie secondo il bisogno di ciascuno.

    In questi casi il senso morale accetta l'atto di razzia, il furto e quant'altro occorre per salvaguardare l'incolumità del gruppo, mentre condanna le azioni contro il gruppo di appartenenza ivi comprese quelle dei propri componenti, quando tradiscono!

    Quando, invece, i mezzi non scarseggiano e si trovano a disposizione, ovviamente, non come l'aria che respiriamo: le cose cambiano.

    Il capo branco non serve più ed il discorso si fa molto complicato perché tanto più aumenta la possibilità del soddisfacimento dei bisogni, tanto più, nei rapporti interpersonali viene meno lo spirito di solidarietà per sostituirsi a quello di ottenere ciò che serve con lo scambio e non attraverso un'equa distribuzione.

    Dalla costrizione di dover passare d'ora in ora ad occuparsi della sopravvivenza, si passa a scegliere attività più gradevoli che vanno dal godere del proprio artefatto, alla creazione artistica, alla contemplazione e all'ozio.

    La libertà si articola tra queste scelte e il loro insieme determina il progetto individuale di vita. Da qui nascono le associazioni ed in queste l'uomo trascorre il tempo nell'esercitare la propria libertà di scelta non più in un rapporto di amore e dono, ma di interesse e scambio, cosicché il tempo dell'uomo assuma un duplice aspetto:

    1. tempo da dedicare al procacciamento del necessario all'esecuzione del progetto - dovere;
    2. tempo libero per esercitare attivamente o passivamente ciò che procura benessere - godimento dei diritti.

    La libertà ed i vincoli che l'uomo le impone, si misura tra questi due tempi tra i quali non esiste un confine definito. Peraltro, tra questi due tempi esiste un contrasto drammatico vissuto dall'umanità sin dalla sua origine.

    Se l'ontologia rappresenta ciò che è lo sviluppo spontaneo della natura, la deontologia è ciò che l'uomo deve fare per asservirla a suo vantaggio. Il paradosso è che la natura, di cui l'uomo fa parte, costringe l'uomo ad asservirsene, da una parte, ma è l'uomo ad essere libero di asservirsene o meno. Quindi è l'uomo il re nella natura e nessun altro ha questo potere. Se c'è qualche critica a quanto vado dicendo, questa non può che scaturire da un pensiero che nasce al di fuori della Bibbia.

    Infatti Dio creò l'uomo e lo lasciò libero. Adamo ed Eva generarono Caino e Abele; l'uno lavoratore del suolo, l'altro pastore di greggi. Caino uccise Abele.

    Quale il movente? Segue il testo della Bibbia - Genesi cap. 4.3 (da LiberLiber)

    3Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; 4anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, 5ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. 6Il Signore disse allora a Caino: "Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? 7Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo". 8Caino disse al fratello Abele: "Andiamo in campagna!". Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise. 9Allora il Signore disse a Caino:"Dov'è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?". 10Riprese: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! 11Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. 12Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra". 13Disse Caino al Signore: "Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? 14Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere". 15Ma il Signore gli disse:"Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!".Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato. 16Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden. 17Ora Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch; poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio. 18A Enoch nacque Irad; Irad generò Mecuiaèl e Mecuiaèl generò Metusaèl e Metusaèl generò Lamech. 19Lamech si prese due mogli: una chiamata Ada e l'altra chiamata Zilla. 20Ada partorì Iabal: egli fu il padre di quanti abitano sotto le tende presso il bestiame. 21Il fratello di questi si chiamava Iubal: egli fu il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto. 22Zilla a sua volta partorì Tubalkàin, il fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro. La sorella di Tubalkàin fu Naama.

    Rileggendo questo testo mi pongo due domande:

    1. Perché il Signore non gradì l'offerta di Caino?
    2. Perché Caino uccise suo fratello?

    Vorrei tentare di dare una risposta assai condivisibile e che per ragionevolezza potrebbe formare il nucleo per una ricerca più mirata sull'origine dell'umanità.

    Se un tempo, l'uomo ha vissuto, come credevano i greci, un'età dell'oro o nel paradiso terrestre, come credevano e credono tuttora gli ebrei e noi cristiani, evidentemente l'uomo trovava sul posto tutto ciò che serviva per campare gioiosamente.

    Ma questo spazio paradisiaco era limitato, tanto da non essere sufficiente per produrre spontaneamente quanto serviva per la prole.

    Ecco quindi, colto il frutto dell'albero della sapienza, fu necessario iniziare le due specifiche fondamentali attività che sono la principale prerogativa dell'uomo: l'allevamento del bestiame e la coltivazione del suolo. Inizialmente le due attività erano complementari, come lo sono tutt'ora, ma, alla lunga, sullo stesso posto la cosa non può funzionare. Il Signore, che la sapeva lunga in materia, dette un forte avviso nel non gradire il dono di Caino.

    La questione era tattica e strategica insieme.

    Caino sì accese d'ira e fu così che portò Abele a morire in campagna ove le pecore evidentemente avevano distrutto la sua coltivazione.

    Dio ha gradito il dono di Abele perché l'uomo doveva uscire dal paradiso terrestre e popolare il mondo. Abele, peraltro, fu giustiziato per mano del fratello per avergli procurato un danno.

    Il seguito del racconto biblico, infatti, continua appunto coll'enumerare le generazioni da Caino sino a giungere ai progenitori di coloro che abitano sotto le tende (Iabal), che suonano la musica (Iubal) e di quanti lavorano il rame ed il ferro (Tubalkàin).

    Il Destino dell'umanità era già scritto, sin da allora. Da questo brano della Bibbia si può capire che Dio ha un progetto: indica la strada all'uomo e l'uomo agisce per libera scelta seguendo questo Suo progetto che è inconoscibile nella sua interezza, perché fa parte del nostro destino.

    Invero mi sembra che possa aprirsi uno spiraglio in questo fitto mistero, partendo proprio dall'episodio della Genesi, cercando di interpretare la funzione di Tubalkàin, lavoratore del rame e del ferro, nella storia dell'umanità. Tubalkàin ha la stessa funzione di Prometeo con la differenza che al primo, Dio donò l'ingegno per forgiare col fuoco e all'altro non fu donato nulla dagli dei perché rubò il fuoco dalla fucina di Efesto destando le ire di Zeus che lo punì inviandogli Pandora col famoso vaso contenente tutti i mali e le calamità che si sarebbero abbattuti su tutta l'umanità.

    Per quanto serve all'argomento che qui tratto, la differenza non assume particolare significato perché sia l'uno che l'altro hanno avuto potere sul male: costruttori di armi hanno messo in moto il progresso attraverso il quale i popoli si sono avvicendati in cicli di pace e guerra mettendo a punto tecnologie sempre più sofisticate per entrambi gli usi: bellici e pacifici. L'errore è sempre alle porte: errare è umano, persistere nell'errore è diabolico!!!

    02 luglio 2008

    Il progetto di vita

    Ognuno ha un’idea propria della felicità che è uno stato d’animo.Della felicità si può dire che è più semplice definirne il contrario: si suole dire che il denaro non reca la felicità, ma la felicità non convive con la mancanza di denaro.

    La felicità è un fatto personale, è uno stato d’animo che si vive per un tempo indeterminato. Comunque sia, il progetto di vita è sempre rivolto al raggiungimento di un fine che ci conduce allo stato di felicità.

    Se lo stato di felicità crea anche uno stato di benessere, non altrettanto lo stato di benessere crea felicità. Comunque sia il progetto di vita comprende anche tutto ciò che ci porti ad uno stato di benessere.

    Tutto quanto precede riguarda la persona singola. La persona singola non vive sola; vive e si integra nella famiglia e nella società. Esser soli come Jean Jaques Rousseau (1712-1778) per godere delle cose del mondo conduce irrimediabilmente alla disperazione.

    La felicità è compatibile con la solitudine solo per chi rinuncia a godere delle cose del mondo come l’eremita, l’asceta e con chi si isola temporaneamente per ripensare la propria vita. Ma non sono queste le persone che mi interessano, ma quelle che tutti i giorni incontro per la strada e che pensano di essere felici nel mettere ordine tra i propri sentimenti e quelli degli altri. Parto da questo concetto per comprendere come si forma e si gestisce il progetto di vita che si articola in ogni sua fase in due parti: una non logica; l'altra logica.

    La prima parte è costituita dall'insieme dei sentimenti e dalle manifestazioni istintive legati all'appagamento dei sensi; la seconda corrisponde alla ricerca di un obiettivo sul quale predisporre le azioni per il compimento del progetto che si sviluppa su un orizzonte temporale la cui ampiezza dipende dall'urgenza che si attribuisce ai bisogni da soddisfare. Tra l'una e l'altra parte del progetto interagiscono le azioni da predisporre per il conseguimento dell'obiettivo. Sino a questo punto non credo di aver detto qualcosa di nuovo: vorrei solo soffermarmi su alcune caratteristiche insite nel processo di decisioni a fil di logica e/o a fil di non logica.

    In ogni progetto occorre individuare gli elementi che lo costituiscono e che ritengo essere i seguenti ai fini che gli sono propri:

    • volontà e determinazione nel predisporre tutte le fasi;
    • coscienza dell'adeguatezza delle attitudini;
    • acquisizione di conoscenze e di informazioni;
    • capacità di procurarsi le risorse e di valutare i rischi;
    • verifica dell'efficacia di ogni singola decisione e dell'effetto di ognuna di queste sull'intero progetto.

    Ho messo per ultimo l'elemento chiave che porta alla sicura realizzazione del progetto. Inoltre l'ho menzionato tra gli elementi del progetto e non al di fuori dagli elementi stessi come vorrebbe il fil di logica. Perchè?

    Perchè non esiste una definizione univoca di felicità, cioè una definizione scientifica che ne stabilisca dimensioni e caratteristiche come se si trattasse di produrre il pane. Infatti la felicità che è una variabile indefinibile e incommensurabile, non è materia che interessa l'ingegnere che pone a capo del suo progetto la verifica dell'efficacia di ogni singola decisione e dell'effetto di ognuna di queste nella sua interezza in base a dati dimensionati nel tempo e nello spazio; e neppure può essere trascurata perchè la felicità è l'essenza della vita e costituisce il nocciolo della speranza umana.

    Se la vita fosse trattata esclusivamente a fil di logica come l'ingegnere progetta un ponte, occorrerebbe imporre delle regole di convivenza finalizzate a costruire uno stato di felicità artificiale ed uniforme che si opporrebbe all'istinto di libertà che pervade in ogni singola persona umana.

    All'opposto se la vita fosse trattata a fil di non logica e cioè svincolando ogni singola persona umana da ogni regola civile di convivenza significherebbe costringerla a ridurre l'esistenza alla sola sopravvivenza animalesca.

    La prima proposta, a fil di logica, ci riconduce al pensiero di Hobbes e alla forma di stato totalitario governato dal dittatore (il Leviatano); la seconda, a fil di non logica, a quello di Rousseau e alla forma di non governo ovvero all'anarchia. Non so quale delle due prospettive sia la migliore e non mi soffermo oltre sulle forme di governo proposte da questi due pensatori ma, dalle varie forme di governo che si sono succedute in questi ultimi secoli, ritengo che la soluzione migliore si trovi a metà strada.

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    Winston Churchill rilevò che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora ed è appunto questa forma di governo che ben si adatta all'indole sociale della persona umana che alterna i suoi comportamenti svolgendo azioni ora logiche, ora non logiche.

    Nella nostro Occidente campiamo godendo o soffrendo, coltiviamo ambizioni, corriamo rischi giocando e creando imprese e proclamiamo idee che riteniamo giuste per la nostra ed altrui felicità: tutte attività che svolgiamo più o meno ordinatamente ritenendo che, nel loro insieme, diano un senso compiuto alla nostra esistenza.

    Tutto ciò induce a concludere che non esistono formule per la felicità nè per la persona singola, nè per una comunità piccola o grande che sia e, pertanto, da sempre, è necessario imporci regole comuni per mediare le azioni verso un modello sociale che possa salvaguardare l'istinto di libertà consentendo a tutti una convivenza produttrice di un benessere compatibile con l'idea che ognuno ha della propria felicità che consiste nell'essere liberi di disporre di ciò che si ha e di ciò che si fa.

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    Premesso quanto sopra, come è possibile proporre un progetto di vita coerente con quello delle persone, dianzi menzionate all'inizio di questa pagina, che tutti i giorni incontro per la strada e che pensano di essere felici nel mettere ordine tra i propri sentimenti e quelli degli altri? Tra queste persone mi comprendo anch'io e credo che abbiamo tutti in comune un sentimento di vita che ci porta a:

    • coltivare il progetto di vivere nell’ambiente famiglia;
    • trarre i mezzi di sostentamento con una attività svolta all’esterno al nucleo familiare;
    • somatizzare ancora lo stress di questa nostra società post-feudale che ha ridotto la famiglia ad essere un’azienda di consumo in cui la coesione tra le persone che vi appartengono è formata solo dal riunirsi per un egoistico sfruttamento del tempo libero.

    Ecco rappresentata la nostra sorte in un mondo il cui modello corrisponde ad un continuo cambiamento e dove sembra diventare sempre più difficile ed oneroso vivere nel modo tradizionale.

    Dico sembra perchè sposarsi e mettere su famiglia è sempre stato complicato, costoso e rischioso ma, come da sempre, la famiglia ed i figli continuano a formarsi come frutto esclusivo dell'amore. Le teorie che hanno in qualche modo posto alla base della società qualcosa di diverso della famiglia liberamente costituita dalla coppia uomo-donna, sono miseramente fallite causando disastri.

    °°°

    Quali le conclusioni si debbono trarre da questi miei pensieri?

    A mio parere non si può vivere abbandonati a noi stessi in un'orda di sbandati nella quale niente ha una misura comune. Si vive invece in un mondo dove devono esistere norme essenziali regolanti i rapporti interpersonali: queste norme, tuttavia, non possono travalicare, come ho scritto sopra, il principio di consentire a tutti una convivenza produttrice di un benessere compatibile con l'idea che ognuno ha della propria felicità che consiste appunto nell'essere liberi di disporre di ciò che si ha e di ciò che si fa.

    In ognuno di noi esiste il bisogno essenziale di norme: per comunicare, per espletare le attività preferite e per completare la nostra esistenza in una cornice di concordia. La felicità, nel senso terreno, non può avere altro significato.

    Oggi non è più il caso di considerare soddisfacente l'esistenza delle persone in comunità con peculiari connotati sociali: tribù, feudi, città nelle quali l'equilibrio si forma attorno a persone che si muovono in uno spazio territoriale limitato.

    In passato la rottura dell'equilibrio avveniva per cause esterne (carestie, cataclismi, guerre) a seguito delle quali i gruppi si ricomponevano secondo la struttura analoga a quella antecedente; oggi, invece, per effetto della globalizzazione politico-sociale che coinvolge il mondo intero, occorre considerare l'esistenza delle singole persone non più ricomposte in singoli gruppi territoriali o classi, ma come unità dell'intero consorzio umano, dando adito ad una nuova forma di coesione sociale legata all'adozione condivisa di principi etici che portino le persone a condurre la propria esistenza secondo un progetto di vita ispirato al reciproco rispetto e alla pacifica convivenza.

    La religione può costituire un ottimo stimolo per creare questo nuovo paradigma di società globale che non porta alla multiculturalità e alla tolleranza, ma ad una socialità legata dalla solidarietà nel coltivare interessi comuni condivisi.

    I quattro grandi movimenti filosofico-religiosi oggi esistenti, ognuno dei quali è caratterizzato da una propria formula per conciliare i rapporti interpersonali con il progetto di vita di ciascuno, a mio parere, sono perfettamente compatibili per creare un futuro ordine di pace universale. Non si tratta di conoscere quale è la verità trascendentale che ci lega a questo mondo, ma di essere coscienti che le quattro dottrine propugnate affermano tutte una verità universalmente vera e che non si contraddicono tra loro. In pillole, queste sono le rispettive filosofie di vita.

    • Dottrine giudaico cristiane – Fai agli altri ciò che vorresti che fosse fatto a te (filosofia della libertà)
    • Islam: - Il progetto segue il percorso di vita che è scritto per ognuno (filosofia della necessità)
    • Taoismo – Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te (filosofia del non fare)
    • Buddismo – La vita è dolore (filosofia della cessazione del desiderio che provoca il dolore)

    Ciò significa che, in ogni caso, ogni essere umano è libero di formare un progetto che ha origine nel diritto fondamentale di esistere secondo un ordine guida indipendentemente dal modo come ne venga progettato il percorso. Questo ordine è implicito ed equivalente in tutte le religioni e non c'è ragione di cercarne uno diverso tra le quattro proposte filosofiche che ho menzionato. Le divergenze nascono a valle di questo ordine fondamentale, laddove il modo di vita creato dalle risorse accessibili, impone regole specifiche che si compongono in un corpo legislativo dal quale nascono le regole comportamentali volte a realizzare l'equilibrio sociale.

    Il diritto naturale è un diritto non scritto, ma connaturato in ogni essere umano dalla nascita. Si nasce liberi di avere per sé tutto ciò che serve per crescere. Questa libertà ha dei vincoli che sono insiti nelle risorse che non sono illimitate, specie quando la complessità esistenziale cresce per effetto di un'estensione diffusa di benessere.

    Allora, le scarne regole comportamentali imposte dal diritto naturale vengono corrotte dall'imposizione di diritti e doveri che limitano la libertà individuale riconducendola a derivare da ideologie propugnanti classi esclusive che conducono un'esistenza contrastante con gli anzidetti principi di vita fondati sul reciproco rispetto e sulla pacifica convivenza.

    Per questa ragione le leggi tendono a non comprendere un diritto originario valido universalmente che pure esiste! Le Costituzioni nazionali fanno discendere il diritto dalla sovranità che, indipendentemente dal fatto che nasca dal re o dal popolo, obnubila l'ordine originario al quale più sopra accennavo e cioè al diritto pre-scritto che presiede alla conservazione della nostra specie e quello per la conservazione della nostra dignità umana come singoli esseri pensanti.

    E' quindi necessario che esista un modus vivendi, fondato su solidi principi etici condivisi, che pervada in tutte le forme organizzative sociali e che consenta al consorzio umano di cogliere per ognuno dei partecipanti le migliori opportunità per coltivare un proprio progetto di vita compatibile con il benessere di tutti e con la felicità che ognuno è capace di trarne.

    Insomma, il progetto di vita si deve svolgere nel contesto di un'etica adeguata all'ambiente nel quale i singoli trascorrono l'esistenza interagendo con i fatti esterni accidentali che, in parte, originano dall'organismo sociale di appartenenza e, in parte, sorgono dagli eventi naturali non collegati alla volontà umana.

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    Il tema trattato è presente anche nella sezione "L'Attimo fatale" nel sito:

    www.pibond.it