15 novembre 2009

Il dominio sui fattori di produzione

Se, in passato, il fondamento politico economico della società era la coltivazione dei campi e il lavoro in fabbrica, oggi, si delineano opportunità orientate su valori più strutturati non tanto mirati al prodotto in sé, ma al fattore che lo produce. Ieri, terra e impresa erano fonti integrate per la produzione di capitale attraverso il lavoro; oggi, l’ambiente (terra) e la persona umana diventano le fonti integrate di produzione di valore attraverso l’impresa che si avvale di lavoro autonomo e in collaborazione.
Tutto quanto precede, fa pensare ad un profondo cambiamento. Al predominio di potere del capitale sul  lavoro che crea squilibri tra risparmio e consumi,  subentra un potere unico e solido che lentamente, ma in modo chiaro, corrode e spezza quella catena conflittuale tra lavoro e impresa, che, nel secolo scorso, tanto danno a recato allo sviluppo della società.
Si tratta di un cambiamento epocale che coinvolge l’intera società umana. Occorre por mano a considerare quali siano i reali detentori del potere oggi, rispetto a quelli che effettivamente servono e dai quali occorre ottenere debite certezze sulla trasparenza del loro operato in un ottica di lungo termine. Si tratta di mettere in atto un movimento politico che faccia leva sulla triade dei poteri tradizionali (legislativo, esecutivo e giudiziario) per condurli a comporsi nello Stato in modo trasparente ed efficace e per consentire alla popolazione di condurre un’esistenza libera e socialmente equilibrata.
Si tratta di ricomporre i poteri che scaturiscono dalla stampa e della televisione oggi assemblate nei media, dalla tecnologia di massa che invade le nostre case di prodotti e strumenti complessi, semplici da usare ma pericolosi per chi non ne ha il pieno controllo, e infine, per non tacere, dalla ricerca scientifica con le sue costose pretese e le promesse spesso vacillanti sul piano della affidabilità.
Questo potere non può più essere affidato al libero arbitrio della parti interessate e all’improntitudine di chi deve mediare interessi fortemente contrastanti senza avere solide  basi di conoscenza , ma occorre che gli interessi che ne sono coinvolti, si ricompongano in un quadro etico coerente con la concezione di uno Stato che consenta alla popolazione di condurre un’esistenza in modo socialmente equilibrato.
Occorre disfarci dell’inutile dialettica che si agita intorno alle ideologie materialistiche e relativistiche diffuse nei secoli scorsi ed oggi ancora forieri di comportamenti antisociali perché ricostituiscono classi di individui per essere poi confinate in ghetti dove ogni desiderio è permesso, ma formare e diffondere una linea di pensiero intorno all'idea che la libertà è fare tutto ciò che non sia esplicitamente vietato e sancito con pena.

30 ottobre 2009

Il rasoio di Ockham

Penso che viviamo in un’epoca sostanzialmente simile a quella agli inizi del XIV secolo, durante la quale, nella disputa tra papa, imperatore e i nuovi poteri delle monarchie nazionali e delle città, che si ponevano spesso allo stesso livello dei poteri "universalistici" di papa e imperatore, Guglielmo di Ockham si oppose sia alle tesi ierocratiche di Bonifacio VIII, sia a quelle della laicità dello Stato di Marsilio da Padova. Secondo lui autorità religiosa e civile dovevano essere nettamente separate perché finalizzate a scopi diversi, così come diversi erano i campi della fede e della ragione.
Nella disputa sugli “universali” Ockham intervenne con lo spiegare , attraverso l'applicazione del principio economico dell'eliminazione dei concetti superflui, una realtà intesa volontaristicamente.
Mediante questo procedimento, sinteticamente definito il Rasoio di Ockham, l'intelletto umano può e deve liberarsi di tutte quelle astrazioni che erano state ideate dalla scolastica medioevale.*

Facciamoci la barba e puliamoci la mente

In una realtà sottesa dalla volontà umana, si usa abitualmente osservare, assemblare, contare, confrontare o separare gli elementi che la formano al fine di costruire lo schema logico delle decisione.
Il Rasoio di Ockham interviene nel considerare valido l’insieme degli elementi scelti uno ad uno nella realtà, attraverso un metodo che ha la funzione di ridurli allo stretto necessario e sufficiente per rendere l’esito di un processo decisorio corrispondente ad uno scopo prefissato. Il metodo ha una triplice caratteristica e suggerisce, nei confronti della realtà osservata, 1. di « Non moltiplicare gli elementi più del necessario»; 2. di « Non considerare la pluralità se non è necessario.»; 3. di «rendere inutile fare con più ciò che si può fare con meno.»
Il metodo consiste nel considerare ogni elemento del processo come 1. fattore da non usare per aumentare in proporzione geometrica dati o atti che non servono o che disturbano; 2. come addendo ad un insieme eterogeneo di altri elementi in conflitto tra loro, 3. come azioni mirate ed efficienti senza metterne in atto altre inutili o dannose.
Il tutto sembra di una banalità disarmante, e, di fatto, sembra che dalla logica insita nelle tre proposizioni formulate da Guglielmo di Ockham, difficilmente esca qualcosa di diverso di prescrizioni astensive dal fare cose inutili.
Eppure, a me sembra che nel pensiero di questo filosofo sia contenuto un importante strumento logico per sostituire l’inutile dialettica che agita la realtà oggi - ancora vista sotto gli occhi delle ideologie che propongono comportamenti ispirati alle pulsioni di un mondo edonistico che abbraccia sensi e sentimenti in un unico caotico sistema nel quale la volontà non va oltre ad esprimere ozio, ignavia e disprezzo - con un pensiero fondato sulla concretezza di un mondo dove le persone si comportano secondo ragione ed agiscono con la finalità di conciliare i reciproci interessi con spirito di solidarietà e amore nel pieno rispetto di un ambiente conservato a misura di uomo.
Oggi sembra vincente solo dar corpo ai propri desideri con la pretesa che siano considerati altrettanti diritti, e, se la politica continuerà ad assecondare una scienza che cerca senza la coscienza di una realtà trascendente, sarà fatale la nostra decadenza facendoci precipitare verso forme di barbarie irreversibili.
Mettendo impegno nel considerare questa drammatica prospettiva, oggi sembra opportuno riconsiderare l’azione politica non più sotto l’ombrello idealistico, ma rifarci ai tempi lontani in cui i comuni europei pretesero di avere voce sul potere. Non basta affermare che il popolo è sovrano: il popolo pretende che il potere gli consenta di esprimere e di vedersi soddisfatta la richiesta di libertà di scelte.
L’esperienza luterana dà segni di fallimento per non essere più il baluardo ed il sostegno al retto vivere, ed ecco dunque maturo il momento di rifarci al pensiero dei tempi di Ockahm in cui maturò la disputa sugli universali e per restituire il potere a chi produce e lavora.
Evidentemente non si tratta del contrasto tra il Papa e l’imperatore (la laicità dello Stato è una cosa acquisita e consolidata), ma quella incentrata sul fatto dell’esistenza o meno di un potere spirituale che interferisce su quello temporale e quello dei detentori del capitale, dei media e della tecnologia, che operano nella città globale, costituita dal popolo degli imprenditori e dei lavoratori, già correttamente orientati su precisi obiettivi di sviluppo. Costoro rivendicano per sé la libertà di esistere e non quella di dover esistere. Proprio questo popolo rivendica il potere di decidere!

Un esempio per l’uso del rasoio

Con un esempio desidero proporre le istruzioni per l’uso corretto del rasoio di Ockham. Qualche giorno fa è stata bocciata in parlamento una proposta di legge antiomofobica.
Ecco gli elementi già raggruppati e pronti alla rasatura.
1.            La costituzione europea vieta la discriminazione delle persone per il loro comportamento sessuale.
2.            In Europa e, in particolare in Italia, moltitudini (?) di persone commettono violenze contro gli omosessuali che esercitano di notte in modo chiassoso nelle vie della città.
3.            In Italia il fenomeno è particolarmente grave, quindi occorre prevedere un’aggravante penale per chi delinque nei confronti di omosessuali particolarmente soggetti ad essere colpiti dagli omofobi.
Si avvia il rasoio e si evidenzia che lo stesso errore è contenuto nelle tre proposizioni:
1.            l’art 21 della carta europea dei Diritti Fondamentali e della Cittadinanza prevede che ogni discriminazione è vietata anche sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionali, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali.
E’ necessario moltiplicare in tanti l’elemento discriminazione, anziché generalizzare in modo proprio il concetto al fine che si vuole raggiungere (cioè l’esercizio della libertà di pensiero)?
2.            perché la discriminazione omofobica è più virulenta in Italia che altrove occorre appesantire la pena in modo maggiore aggiungendola alle altre discriminazioni?
3.            se ne deduce che è inutile appesantire la pena per la risposta da dare a 2. anche perché è errato moltiplicare gli elementi in 1. Il reato non è la discriminazione ma la violenza da punire con norme di diritto comune. Inoltre gli elementi sono elencati in modo scorretto perché sono messi sullo stesso  piano tanto le opinioni personali su un tema qualsiasi quanto quelle su un tema religioso che tocca, nella sfera del trascendente, la sensibilità dei credenti in Dio di gran lunga in maggioranza rispetto agli atei.

… diamoci da fare.

Parlare di questi problemi è importante perché l'argomento filosofico e religioso torna ad essere fondamentale, considerando che la politica, d’ora in poi, dovrà essere a servizio del popolo, ovvero intorno a persone non più ghettizzate in classi, come dianzi ho scritto!
Coraggio, radiamoci barba e baffi e liberiamoci di ogni altra peluria ideologica che, invece, ora crescente intorno ad argomentazioni che – già da tempo - sarebbero dovuto essere coperte con veli impenetrabili.
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*In corsivo testo liberamente tratto da Wikipedia

19 ottobre 2009

La scelta giusta per la libertà


Uomo e natura non sono arbitri del destino

Il male è il fattore distruttivo fondamentale della libertà. Intendere la libertà come autodeterminazione, significa che l’uomo è libero di fare il bene o fare il male, mentre – in realtà – nell’agire, non gli è possibile seguire un profilo di rigorose certezze. Infatti, nel fare, non è in grado di sapere se fa bene o fa male e quindi agisce con minore o maggiore ragionevolezza in base alle sue conoscenze e capacità operative.
L’esito d’ogni atto è influenzato dalle attese e saranno tanto accettate quanto più esse saranno soddisfatte; sarà bene, se i risultati corrispondono a quelle sperate, e male in caso contrario. L’alea nel progetto di vita umano è condizionata da effetti esterni alla volontà dell’attore; ne consegue che l’uomo, pur libero di fare, non è arbitro del proprio destino.
E il destino dell’uomo non dipende nemmeno dalla natura, perché l’uomo stesso vive in essa come attore, n’è coinvolto e ne fa parte.
C’è solo da chiedere se la natura eserciti un dominio su tutto ciò che fa o se proceda secondo un destino ineluttabile.
Ogni persona conduce la propria esistenza sotto l’effetto di sentimenti, stimoli e passioni interagenti con la natura.
La natura si mostra all’uomo suscitando stimoli benevoli o malevoli, per essere utilizzata a suo uso e consumo, consentendogli di sviluppare un suo progetto di vita.
La responsabilità origina dalla consapevolezza per mezzo della quale l’uomo compie le proprie scelte. Questa consapevolezza abita nella coscienza di ognuno.
Se l’effetto di un’azione umana è male, non necessariamente questa è generata da un’intenzione cattiva, mentre se è bene, può scaturire anche da intenzioni cattive. Uccidere, rubare, biasimare o punire, non sono mali, perché i presupposti del giudizio sono, da una parte, la coscienza(1) delle conseguenze di ciò che si fa e dall’altra, il vincolo che sussiste tra ogni atto compiuto consciamente sugli effetti scaturenti dall’atto stesso. Per converso, un atto compiuto inconsciamente, corrisponde ad un fatto naturale del tutto indipendente da una responsabilità specifica, ma solo ad una mera causa che ricade nell’ineluttabile dinamica dei fatti non sottoponibili a giudizio ma solo ad una loro mera osservazione.
Allora, a chi attribuire il male?
Se il male non è attribuibile a Dio, come affermano i teologi, e nemmeno all’uomo perché simile a Dio, è ragionevole pensare che bene e male siano entrambi insiti nella natura e riguardino lo scorrere degli eventi secondo le tracce ricavabili dalla storia. In essa, l’uomo, come persona dotata di coscienza, ha il dono peculiare ed unico di svelare i segreti della natura e, nello stesso tempo, di apprezzare, secondo il suo giudizio, l’effetto delle modificazioni che in essa compie.
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(1) Teodorico Moretti Costanzi, in “Etica nelle sue condizioni necessarie” del 1965, nella nota 2 al Capitolo primo scrive: “Sia ben chiaro - ed è una precisazione, questa, cui mi costringono il fraintendimento e la pigrizia mentale tenacissime della generazione idealistica che ancora vegeta - che quando si dice “Coscienza”, … in tale senso l’uso del plurale del termine stesso (le Coscienze”) resta vietato ed interdetto. Noi non possediamo ed esauriamo la coscienza, bensì siamo degli io, cointelligenti, nella misura in cui rientriamo in essa come in un ambito. …

Etica ed intenzione

E’ noto che l’uomo è capace di comporre un proprio progetto di vita che supera la contingenza dello scorrere naturale delle cose aprendo davanti a sé orizzonti che lo svincolano dal dedicare tempo per soddisfare solo bisogni fisiologici di sopravvivenza.
Alcune specie d’animali godono anche di questa caratteristica, come le api, le formiche, le termiti, i castori ecc. ma l’uomo ha una caratteristica peculiare in più: quella, propria d’ogni individuo, di saper fare un progetto originale di vita del tutto svincolato dallo scorrere del tempo e dalle stagioni.
Il progetto si fonda su di un complesso di principi ispiratori e di vincoli. Il progetto prevede vari percorsi alternativi o complementari, ognuno dei quali con caratteristiche proprie di rischio. Le intenzioni sono valutate sulla base della rischiosità di ognuna di esse e dei vincoli costituiti dall’insieme di regole di carattere deontologico, la cui validità è da valutare sul piano dell’utilità sociale.
La fase operativa del progetto si sviluppa nella manifestazione delle intenzioni che si concretizzano con la volontà di agire.

Volontà come potenza

Ogni azione ha inizio con l’intendimento di fare qualcosa secondo un certo schema. Favorire od ostacolare un processo in divenire; significa che la volontà – sollecitata dagli stimoli e dalle passioni - si trasforma in potenza d’intervento e promana diffondendosi come forza interagente e modificatrice nella natura.
La formulazione del giudizio, con l’intento di stabilire un atto di giustizia riparatrice di un danno susseguente all’errore, va concepito non sui fatti, ma in base ai fatti, sull’attività in termini energetici espressa dall’uomo col proprio intervento volontario.
In realtà, come si articola la potenzialità dell’uomo sui sentimenti e passioni sopra accennati? In quale misura l’uomo è in grado di controllare i propri impulsi per non farsi sopraffare da se stesso e dalla natura?
La rettitudine, in rapporto alla deontologia propria d’ogni comunità umana, caratterizza la volontà di fare del bene e di respingere il male.

La rettitudine e la deviazione della volontà.

Agostino dichiarò che il libero arbitrio fosse una deviazione della volontà, vale a dire la facoltà in base alla quale si vuole ciò che si potrebbe rifiutare e si rifiuta ciò che si potrebbe volere. La deviazione si supera, quando si riesce a trasformare il “NON potere compiere un atto vietato dal canone etico” in “volere NON compiere un atto dal canone etico. Equivale ad affermare che, sotto l’effetto di una passione incontrollabile, si è indotti a trasgredire una regola di civile convivenza, mentre, con un atto di volontà ispirato alla rettitudine, si acquisisce la capacità di ricondurre alla norma il proprio comportamento.
In tal modo il libero arbitrio assume tutt’altro aspetto. L’uomo non è libero perché può fare del male, ma diventa libero perché ha il dominio sui propri sentimenti e la coscienza di fare solo del bene. La scelta di fare bene libera l’uomo, mentre la scelta tra fare il bene e fare il male mette in moto un circuito in cui sentimenti e passioni possono avere il predominio sulla rettitudine.
La scelta giusta per la libertà è agire per il bene e ostacolare il male.

08 ottobre 2009

Libertà e giustizia in Italia

Un gruppo di persone, a loro dire, partorite in Italia senza il loro consenso, che, dopo anni di tentativi di inserirsi in un qualsivoglia campo lavorativo, sociale o culturale, hanno dovuto rassegnarsi ed andarsene all’estero per non raggiungere l’età della pensione senza aver ottenuto altro risultato che non fosse farsi calpestare, coltiva un blog dallo strano nome Jus Primæ Noctis.
Uno di loro (chì non so), sul mio post del 19 luglio 2009 dal titolo, “Destino il male e la liberta”, interviene con questo laconico commento:
Se il discorso si conclude con la giustizia allora possiamo prendere a modello l'Italia :)
Il succo del discorso sta tutto "sull’emoticon :)" che mi spinge a replicare con altrettanta amichevole simpatia a questo gruppo di fuoriusciti spontaneamente dall’Italia, ivi nati senza averlo chiesto.

Il modello Italia
Costoro sostengono che se il (D)estino, il (M)ale e la (L)ibertà si conclude con la (G)iustizia, possiamo prendere a modello l’(I)talia.
Sotto il profilo logico il discorso sembrerebbe perfetto, considerando le tre categorie D, M e L che si fondono in G.
Ma, se G ha per modello I, considerare I uguale a G e continuare il ragionamento da I anziché da G, è sbagliato. Sarebbe come pretendere di fare un viaggio comodo da Milano a Roma e viceversa con una FIAT 500 A (anno 1936), poi soprannominata "Topolino", debitamente restaurata.
No cari ragazzi J, si deve partire da G e vedere cosa succede in I e poi verificare cosa c’è che non va in I. Partire da I significherebbe indurre a modificare G in modo anomalo, come appunto succede nel nostro sgangherato sistema giudiziario deve la rettitudine sembra essersi volatilizzata.

La deviazione dalla rettitudine
Nel mio post, cui il commento si riferisce, accenno ai concetti etici di Agostino con riferimento alla rettitudine e alle sue deviazioni. Sostengo infatti che l’espressione della volontà si estrinseca in potenza che, applicata all’intenzione, si trasforma in azione.
Ogni azione ha inizio con l’intendimento di favorire o di ostacolare un processo in divenire; ciò vuol dire che la volontà umana – sollecitata dagli stimoli e dalle passioni – produce energia e promana nella natura diffondendosi come forze interagenti e modificatrici.
Il potenziale che scaturisce da ogni persona si estrinseca in “Io posso”, associato ad un verbo come amare, costruire, distruggere, odiare vezzeggiare, dileggiare, rubare, ammazzare, stuprare eccetera.
L’unione di “posso” ad un altro verbo come amare, ammazzare ecc. non produce danno né coinvolge nessun rapporto giudiziario (diritto/dovere) per ottenere una lode o un biasimo, ma esprime un quadro di potenzialità delle persone che potranno essere valutate ed eventualmente giudicate solo a “cose fatte”.
Lo schema si articola secondo tre modalità comportamentali:
1. Io posso …;
2. Io non posso …;
3. Io posso non. …;
Ed è questo lo schema di Agostino nel proporre il libero arbitrio come deviazione della volontà cioè quella facoltà in base alla quale si vuole ciò che si potrebbe rifiutare e si rifiuta ciò che si potrebbe volere. La deviazione si supera ogni volta che si riesca a trasformare “Io non posso ...” in “Io posso non ...”: ad esempio “Io NON posso rubare” in “Io posso NON rubare”.
Alla persona onesta è facile “poter non rubare”, al ladro è difficile “non rubare” e – pertanto - occorre prescriverle di “non poter rubare” e condannarla in caso di trasgressione!
La formulazione del giudizio, con l’intento di stabilire un atto di giustizia riparatrice di un danno, va concepito non sui fatti, ma in base ai fatti sulle potenzialità espresse dal soggetto col proprio intervento volontario sui fatti. Non Dio, né la natura, possono essere giudicati, ma solo l’uomo per le “azioni compiute”.
Azioni compiute, non intendimenti, quindi!

Libertà e giustizia in Italia
Concludo con l’affermare che il “modello” di giustizia deve essere conforme ad un enunciato in base al quale la libertà appartenga ad una categoria superiore al principio di “giustizia”.
Prima c’è la libertà che si esercita con gli atti e poi c’è la giustizia che interviene quando questa venga violata nei fatti commessi.
All’opposto, considerare la libertà come un diritto vuol dire assoggettarla a vincoli condizionando l’agire dei singoli al solo manifestarsi dell’intenzione sicché ogni singola iniziativa sia scoraggiata sin dal suo nascere. Così crollerebbero le fondamenta della libertà riducendone la percezione ad essere una illusione socialmente manipolabile dalla classe eletta.
Il modello Italia, quale si evince dalla Costituzione promulgata da Capo provvisorio dello Stato italiano il 27 dicembre 1947 ed in vigore dal 1° gennaio 1948, con tutte le modificazioni da allora intervenute, non corrisponde agli anzidetti principi di libertà e di giustizia.
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19 luglio 2009

Il destino, il male e la libertà

Il destino
La teodicea (giustizia di Dio) è una branca della teologia che studia il rapporto tra la giustizia di Dio e la presenza nel mondo del male; per tale motivo, è anche indicata come teologia naturale e, nel XIX secolo limitatamente alla cultura francese, come teologia razionale (Wikipedia).

Qui lo uso come termine (*) usa e getta, per spiegare cos’è la libertà!

Secondo Schelling , i periodi della storia rappresentano l’azione necessitante che l'ordine del mondo esercita su ogni singolo essere del mondo stesso.

Ciò implica:

· la necessità quasi sempre sconosciuta, perciò cieca, che domina un singolo essere del mondo in quanto parte dell'ordine totale;

· l'adattamento perfetto di ogni singolo essere al suo posto, alla sua parte alla sua funzione nel mondo; giacché come ingranaggio dell'ordine totale ogni essere è fatto per ciò che fa.

Per il medesimo filosofo la natura è la manifestazione dell'assoluto ed è parte o elemento della vita divina e la provvidenza è il governo divino del mondo. Fa parte integrante del concetto di Dio come creatore dell'ordine del mondo o come quest'ordine stesso.

Secondo Leibniz, il concetto di male e della libertà si definisce con il termine di teodicea, creato come titolo di una sua opera (Saggio di Teodicea sulla bontà di Dio, la libertà dell'uomo e l'origine del male) per indicare la dimostrazione della giustizia divina mediante la soluzione dei due problemi fondamentali: quello del male e quello della libertà umana.

Sul primo problema, la teodicea di Leibniz risponde più specialmente alle considerazioni svolte da Pierre Bayle nel suo Dizionario storico critico: considerazioni che in realtà poi non facevano che amplificare quanto avevano già detto gli Epicurei in polemica con gli Stoici.

Infatti, questi affermavano (^) che Dio:

Vuol togliere i mali e non può ---> se vuole e non può, è impotente: il che non può essere in Dio.

Può e non vuole ---> se può e non vuole è invidioso, il che del pari è contrario a Dio.

Non vuole né può ---> se non vuole ne può è invidioso e impotente perciò non è Dio.

Vuole e può ---> se vuole e può, il che solo conviene a Dio, da che cosa deriva l'esistenza dei mali e perché non li toglie?

(^) da Epicurea (Frammento 374) di Hermann Usener (1834-1904)

Leibniz risponde con la soluzione tradizionale: il male non è una realtà e pertanto la sua responsabilità non risale a Dio.

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Quanto precede vuol dire che l’uomo, nel porre in essere le proprie azioni, è libero di scegliere tra il male e il bene; ma ciò non è sufficiente per spiegare in modo incontrovertibile se è vero, come dice Schelling, che ogni singolo essere ha il suo posto, la sua parte e la sua funzione nel mondo; giacché, come ingranaggio dell'ordine totale, è fatto per ciò che fa.

In realtà, a mio parere, il male è il fattore distruttivo fondamentale della libertà. Intendere la libertà come autodeterminazione, significa che l’uomo gode del libero arbitrio di fare il bene o fare il male, mentre – in realtà – nell’agire, gli è impossibile di seguire un profilo di pura razionalità; quindi – se non a cose fatte – mentre agisce, non è in grado di sapere se fa bene o fa male. La libertà è fortemente condizionata dal fattore rischio che si sviluppa nel non conoscere, da subito, l’esisto del fare, e ciò per effetto dell’incertezza sull’esito che si rivelerà essere più o meno accettabile secondo le aspettative conseguenti alle decisioni inizialmente prese.

Già queste considerazioni sono sufficienti per ritenere che il destino non dipende dall’uomo, né dalla natura. All’uomo, manca il sostegno della razionalità su tutto ciò che fa, mentre alla natura manca quello della coscienza; c'è solo da chiederci se avanti alla natura esista un progetto al quale senza dubbio anche l'uomo partecipa.

Ogni persona conduce la propria esistenza sotto stimoli sollecitati da un motore che coinvolge sentimenti e passioni sotto gli stimoli scatenanti della natura. La natura mostra continuamente - quasi fosse una cartina di tornasole - i suoi effetti per essere valutati dall’uomo come stimoli benevoli o malevoli nella predisposizione continua delle opere previste dal suo progetto esistenziale che si sviluppa lungo un percorso più o meno ostacolato.

Se l’effetto di un azione è male, non necessariamente questa è generata da un’intenzione cattiva, mentre se è bene, può essere un risultato conseguito anche con intenzioni cattive. Uccidere, rubare, biasimare o punire, non sono mali in sé.

Allora, se il male non è attribuibile a Dio e nemmeno all’uomo che è simile a Dio, ritengo ragionevole pensare che bene e male siano entrambi insiti nella natura, ma solo per effetto del divenire delle cose, compreso l’uomo stesso perché è parte integrante nella natura. Ed essendo l’uomo – come persona - dotato di coscienza, per valutare gli effetti delle sue azioni, ha - egli stesso - il dono peculiare ed unico per giudicare le proprie e quelle altrui durante l’intero percorso della sua storia.

Quanto al destino, non ho la presunzione di approfondire la materia, dichiarandomi del tutto incompetente.

Volontà come potenza

Ogni azione ha inizio con l’intendimento di fare qualcosa secondo uno schema finalistico di favorire od ostacolare un processo in divenire; ciò vuol dire che la volontà umana – sollecitata dagli anzidetti stimoli e passioni - si trasforma in potenza di intervento e promana diffondendosi come forza interagente e modificatrice nella natura.

La formulazione del giudizio, con l’intento di stabilire un atto di giustizia riparatrice di un danno, va concepito non sui fatti, ma in base ai fatti sulle potenzialità espresse dall’uomo col proprio intervento volontario sui fatti. Non Dio, né la natura, possono essere giudicati, ma solo l’uomo per le azioni compiute.

Ma, in realtà, come si articola la potenzialità dell’uomo in relazione a quel motore di sentimenti e passioni cui più sopra accennavo? In quale misura l’uomo è in grado di controllare i propri impulsi per non farsi sopraffare da sé stesso e dalla natura?

A questo punto, io che sono Piero, svolgo il discorso in prima persona con riferimento alle mie potenzialità che potrebbero essere, ma non necessariamente, anche quelle di Filippo, Peppino, Maria, Ambrarosa o voi stessi che leggete.

Io posso” è associabile a qualsiasi verbo: amare, costruire, distruggere, odiare vezzeggiare, dileggiare, rubare, ammazzare, stuprare eccetera. Nell’associare “posso” unendolo ad un altro verbo come Io posso amare, Io posso ammazzare ecc. non faccio danno né coinvolgo alcun giudizio per ottenere una sentenza in termini di lode o di biasimo, ma – come detto sopra – dichiaro lo schema di potenzialità insite della mia personalità che potranno essere valutabili e giudicabili solo a “cose fatte”.

Lo schema che si articola secondo tre modalità comportamentali:

1. Io posso …;

2. Io non posso …;

3. Io posso non. …;

E’ lo schema di Agostino (**) nel proporre il libero arbitrio come deviazione della volontà cioè quella facoltà in base alla quale si vuole ciò che si potrebbe rifiutare e si rifiuta ciò che si potrebbe volere. La deviazione si supera ogni volta che si riesca a trasformare “Io non posso ...” in “Io posso non ...”: ad esempio “Io non posso rubare” in “Io posso non rubare”.

Alla persona onesta è facile “poter non rubare”, al ladro è difficile “non rubare” e, pertanto, occorre prescrivergli di “non poter rubare”!

Esposta così, la deviazione dalla rettitudine di Agostino, mostra quanto possa essere ampia la gamma di comportamenti nei riguardi di ogni tipologia di azione definita da un verbo combinato con l’oggetto verso cui l’azione stessa è diretta.

Do solo un esempio. A me piacciono immensamente i babà. Ebbene “Io non posso mangiare il babà, perché il dottore mi ha detto che mi fa male”. Non sono capace di dichiarare “Io posso non mangiare il babà: se fossi capace, sarei un santo”.

Per sviluppare ulteriormente il discorso occorrerebbe parlare di responsabilità, di diritti e di doveri per concluderlo con la giustizia.

Per ora basta dire che libertà non è il libero arbitrio ovvero scelta tra male e bene ma è facoltà propria di indirizzare le azioni in modo che si realizzi solo il bene ovvero – volontariamente si escluda la possibilità di non realizzarlo, così: “Io posso non fare il male”.

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(*) Il contenuto qui riportato con carattere corsivo è tratto dal "Dizionario di Filosofia di Nicola Abbagnano" - Terza edizione aggiornata e ampliata da Giovanni Fornero - UTET Set. 2001 - http://www.utet.it.

(**) Emanuele Severino – La Filosofia ai Greci al nostro tempo – Vol. 1 La filosofia antica e medioevale – BUR – pag. 280.