Sempre attuale

Opportunità ed occupazione.

Occupazione per attuare progetti e progetti per creare occupazione sono i cardini sui quali ruota la libertà dei cittadini. La distinzion...

15 novembre 2009

Il dominio sui fattori di produzione

Se, in passato, il fondamento politico economico della società era la coltivazione dei campi e il lavoro in fabbrica, oggi, si delineano opportunità orientate su valori più strutturati non tanto mirati al prodotto in sé, ma al fattore che lo produce. Ieri, terra e impresa erano fonti integrate per la produzione di capitale attraverso il lavoro; oggi, l’ambiente (terra) e la persona umana diventano le fonti integrate di produzione di valore attraverso l’impresa che si avvale di lavoro autonomo e in collaborazione.
Quanto precede, fa pensare ad un profondo cambiamento. Al predominio di potere del capitale sul lavoro che crea squilibri tra risparmio e consumi, subentra un potere unico e solido che lentamente, ma in modo chiaro, corrode e spezza quella catena conflittuale tra lavoro e impresa, che, nel secolo scorso, tanto danno a recato allo sviluppo della società.
Si tratta di un cambiamento epocale che coinvolge l’intera società umana. Occorre por mano a considerare quali siano i reali detentori del potere oggi, rispetto a quelli che effettivamente servono e dai quali occorre ottenere debite certezze sulla trasparenza del loro operato in un ottica di lungo termine. Si tratta di mettere in atto un movimento politico che faccia leva sulla triade dei poteri tradizionali (legislativo, esecutivo e giudiziario) per condurli a comporsi nello Stato in modo trasparente ed efficace e per consentire alla popolazione di condurre un’esistenza libera e socialmente equilibrata.
Si tratta di ricomporre i poteri che scaturiscono dalla stampa e della televisione oggi assemblate nei media, dalla tecnologia di massa che invade le nostre case di prodotti e strumenti complessi, semplici da usare ma pericolosi per chi non ne ha il pieno controllo, e infine, per non tacere, dalla ricerca scientifica con le sue costose pretese e le promesse spesso vacillanti sul piano della affidabilità.
Questo potere non può più essere affidato al libero arbitrio della parti interessate e all’improntitudine di chi deve mediare interessi fortemente contrastanti senza avere solide basi di conoscenza , ma occorre che gli interessi che ne sono coinvolti, si ricompongano in un quadro etico coerente con la concezione di uno Stato che consenta alla popolazione di condurre un’esistenza in modo socialmente equilibrato.
Occorre disfarci dell’inutile dialettica che si agita intorno alle ideologie materialistiche e relativistiche diffuse nei secoli scorsi ed oggi ancora foriere di comportamenti antisociali perché ricostituiscono classi di individui per essere poi confinate in ghetti dove ogni desiderio è permesso, ma formare e diffondere una linea di pensiero intorno all'idea che la libertà è fare tutto ciò che non sia esplicitamente vietato e sancito con pena.

13 novembre 2009

Il potere oggi

Il contrasto tra i politici che guidano il nostro paese ela gente comune che comprende la classe media oggi prevalentemente costituita dailavoratori dipendenti ed autonomi, dagli artigiani, dai commercianti e daicontadini, costringe i poteri forti radicati nella società, ad arroccarsi nelcondurre una politica sociale ed economica non più compatibile con lo sviluppoequilibrato del paese.
In tempi nuovi, come i nostri, occorre prendere attodell’inefficacia e del danno che esprimono le dottrine materialistiche eutilitaristiche ispirate al razionalismo ed al relativismo, per gettare lefondamenta per la diffusione d’idee orientate su persone che non si sentono piùdi essere titolari di un diritto basato sul dovere, così come la Costituzioneitaliana concepisce, ma pretendono di essere libere dai vincoli che le ostacolidal vivere secondo progetti accessibili alle grandi opportunità che la scienzae la tecnica offre a tutti in modo diffuso e sempre meno oneroso.
A tal fine, a mio parere, nei confronti della collettività,occorre spingere i politici ad agire secondo principi flessibili e tali daricondurre ogni potere nelle correlative sedi di responsabilità come 1. abbattereil potere parassita e infestante della burocrazia; 2. trasformare leistituzioni corporative in libere associazioni ispirate all’'etica dellarettitudine e della professionalità.
L’approccio della comunicazione politica dovrà considerarevera l'idea che la ricchezza in mano privata sia un valore; come anche vera l’ideache la felicità delle persone non corrisponda al benessere uguale per tutti; iltutto senza schematizzare i sentimenti attraverso modelli di benesserecollettivo non conformi alla natura sociale dell’uomo, oggi inquinata daun’etica attenta solo a valori consumistici proiettati sull’esiguo orizzontedel breve termine.
Le idee portanti della politica dovrebbero essereorientate a proporre una società, senza classi, in uno Stato che offra aicittadini l’opportunità di vivere secondo progetti liberamente scelti, propugnando forme associative di personeche coltivano i loro interessi secondo un’etica rispettosa dei bisognispirituali e materiali di tutti. ... Seguirà ....-->


30 ottobre 2009

Il rasoio di Ockham

Penso di vivere in un’epoca sostanzialmente simile a quella agli inizi del XIV secolo, durante la quale, nella disputa tra papa, imperatore e i nuovi poteri delle monarchie nazionali e delle città, che si ponevano spesso allo stesso livello dei poteri "universalistici" di papa e imperatore, Guglielmo di Ockham si oppose sia alle tesi ierocratiche di Bonifacio VIII, sia a quelle della laicità dello Stato di Marsilio da Padova. Secondo lui autorità religiosa e civile dovevano essere nettamente separate perché finalizzate a scopi diversi, così come diversi erano i campi della fede e della ragione.
Nella disputa sugli “universali” Ockham intervenne con lo spiegare , attraverso l'applicazione del principio economico dell'eliminazione dei concetti superflui, una realtà intesa volontaristicamente.
Mediante questo procedimento, sinteticamente definito il Rasoio di Ockham, l'intelletto umano può e deve liberarsi di tutte quelle astrazioni che erano state ideate dalla scolastica medioevale.*

Facciamoci la barba e puliamoci la mente

In una realtà sottesa dalla volontà umana, si usa abitualmente osservare, assemblare, contare, confrontare o separare gli elementi che la formano al fine di costruire lo schema logico delle decisione.
Il Rasoio di Ockham interviene nel considerare valido l’insieme degli elementi scelti uno ad uno nella realtà, attraverso un metodo che ha la funzione di ridurli allo stretto necessario e sufficiente per rendere l’esito di un processo decisorio corrispondente ad uno scopo prefissato. Il metodo ha una triplice caratteristica e suggerisce, nei confronti della realtà osservata, 1. di « Non moltiplicare gli elementi più del necessario»; 2. di « Non considerare la pluralità se non è necessario.»; 3. di «rendere inutile fare con più ciò che si può fare con meno.»
Il metodo consiste nel considerare ogni elemento del processo come 1. fattore da non usare per aumentare in proporzione geometrica dati o atti che non servono o che disturbano; 2. come addendo ad un insieme eterogeneo di altri elementi in conflitto tra loro, 3. come azioni mirate ed efficienti senza metterne in atto altre inutili o dannose.
Il tutto sembra di una banalità disarmante, e, di fatto, sembra che dalla logica insita nelle tre proposizioni formulate da Guglielmo di Ockham, difficilmente esca qualcosa di diverso di prescrizioni astensive dal fare cose inutili.
Eppure, a me sembra che nel pensiero di questo filosofo sia contenuto un importante strumento logico per contrastare l’inutile dialettica che agita la realtà oggi ancora vista attraverso le ideologie che propongono comportamenti ispirati alle pulsioni di un mondo edonistico avvolgente sensi e sentimenti in un unico caotico sistema nel quale la volontà non va oltre ad esprimere ozio, ignavia, accidia e disprezzo. Oggi sembra vincente solo dar corpo ai propri desideri, con la pretesa che ogni appassionata bramosia sia considerata come un diritto svincolato da obbligazioni. Se le istituzioni scivolando verso forme di barbarie irreversibili,continueranno ad assecondare la ricerca della verità senza consapevolezza di una realtà trascendente, la nostra decadenza sarà inevitabile.
Con l’impegno di fugare seriamente questa drammatica prospettiva, sembra opportuno riconsiderare l’azione politica non più sotto l’ombrello idealistico, ma rifarci ai tempi lontani in cui i comuni europei pretesero di avere voce sull’impero e sulla chiesa. Non basta affermare che il popolo è sovrano: il popolo pretende che il potere gli consenta di esprimere e di vedersi soddisfatta la richiesta di vivere liberamente le proprie scelte.
Le tre proposizioni di Ockham, suggeriscono di tornare sulla concretezza di un mondo dove le persone si comportano secondo ragione ed agiscono con la finalità di conciliare i reciproci interessi con spirito di solidarietà e amore nel pieno rispetto dell’ambiente conservato a misura di uomo.
L’esperienza luterana dà segni di fallimento e non è più il baluardo ed il sostegno del retto vivere; ecco dunque compiuto il momento per rifarci al pensiero dei tempi in cu un frate filosofo inglese si inserì nella disputa sugli universali per dare voce a chi produce e lavora.
Evidentemente non si tratta del contrasto tra il Papa e l’imperatore (la laicità dello Stato è una cosa acquisita e consolidata), ma quella incentrata sul fatto dell’esistenza o meno di un potere spirituale che interferisce su quello temporale e quello dei detentori del capitale, dei media e della tecnologia, che operano nella città globale, costituita dal popolo degli imprenditori e dei lavoratori, già correttamente orientati su precisi obiettivi di sviluppo. Costoro rivendicano per sé la libertà di esistere e non quella di dover esistere.
Proprio questo popolo rivendica il potere di decidere!

Un esempio per l’uso del rasoio

Con un esempio desidero proporre le istruzioni per l’uso corretto del rasoio di Ockham. Qualche giorno fa è stata bocciata in parlamento una proposta di legge antiomofobica.
Ecco gli elementi già raggruppati e pronti alla rasatura.
1.            La costituzione europea vieta la discriminazione delle persone per il loro comportamento sessuale.
2.            In Europa e, in particolare in Italia, moltitudini (?) di persone commettono violenze contro gli omosessuali che esercitano di notte in modo chiassoso nelle vie della città.
3.            In Italia il fenomeno è particolarmente grave, quindi occorre prevedere un’aggravante penale per chi delinque nei confronti di omosessuali particolarmente soggetti ad essere colpiti dagli omofobi.
Si avvia il rasoio e si evidenzia che lo stesso errore è contenuto nelle tre proposizioni:

  1. l’art 21 della carta europea dei Diritti Fondamentali e della Cittadinanza prevede che ogni discriminazione è vietata anche sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionali, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali.
  2. E’ necessario moltiplicare in tanti l’elemento discriminazione, anziché generalizzare in modo proprio il concetto al fine che si vuole raggiungere (cioè prevenire la violenza del discriminatore)?
  3. perché la discriminazione omofobica è più virulenta in Italia che altrove occorre appesantire la pena in modo maggiore aggiungendola alle altre discriminazioni?3. se ne deduce che è inutile appesantire la pena per la risposta da dare a 2. anche perché è errato moltiplicare gli elementi in 1. Il reato non è la discriminazione ma la violenza da punire con norme di diritto comune. Inoltre gli elementi sono elencati in modo scorretto perché sono messi sullo stesso piano tanto le opinioni personali su un tema qualsiasi quanto quelle su un tema religioso che tocca, nella sfera del trascendente, la sensibilità dei credenti in Dio di gran lunga in maggioranza rispetto agli atei.

… diamoci da fare.

Parlare di questi problemi è importante perché l'argomento filosofico e religioso torna ad essere fondamentale, considerando che la politica, d’ora in poi, dovrà essere a servizio del popolo, ovvero intorno a persone non più ghettizzate in classi, come dianzi ho scritto!
Coraggio, radiamoci barba e baffi e liberiamoci di ogni altra peluria ideologica che, invece, ora crescente intorno ad argomentazioni che – già da tempo - sarebbero dovuto essere coperte con veli impenetrabili.
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*In corsivo testo liberamente tratto da Wikipedia

19 ottobre 2009

La scelta giusta per la libertà


Uomo e natura non sono arbitri del destino

Il male è il fattore distruttivo fondamentale della libertà. Intendere la libertà come autodeterminazione, significa che l’uomo è libero di fare il bene o fare il male, mentre – in realtà – nell’agire, non gli è possibile seguire un profilo di rigorose certezze. Infatti, nel fare, non è in grado di sapere se fa bene o fa male e quindi agisce con minore o maggiore ragionevolezza in base alle sue conoscenze e capacità operative.
L’esito d’ogni atto è influenzato dalle attese e saranno tanto accettate quanto più esse saranno soddisfatte; sarà bene, se i risultati corrispondono a quelle sperate, e male in caso contrario. L’alea nel progetto di vita umano è condizionata da effetti esterni alla volontà dell’attore; ne consegue che l’uomo, pur libero di fare, non è arbitro del proprio destino.
E il destino dell’uomo non dipende nemmeno dalla natura, perché l’uomo stesso vive in essa come attore, n’è coinvolto e ne fa parte.
C’è solo da chiedere se la natura eserciti un dominio su tutto ciò che fa o se proceda secondo un destino ineluttabile.
Ogni persona conduce la propria esistenza sotto l’effetto di sentimenti, stimoli e passioni interagenti con la natura.
La natura si mostra all’uomo suscitando stimoli benevoli o malevoli, per essere utilizzata a suo uso e consumo, consentendogli di sviluppare un suo progetto di vita.
La responsabilità origina dalla consapevolezza per mezzo della quale l’uomo compie le proprie scelte. Questa consapevolezza abita nella coscienza di ognuno.
Se l’effetto di un’azione umana è male, non necessariamente questa è generata da un’intenzione cattiva, mentre se è bene, può scaturire anche da intenzioni cattive. Uccidere, rubare, biasimare o punire, non sono mali, perché i presupposti del giudizio sono, da una parte, la coscienza(1) delle conseguenze di ciò che si fa e dall’altra, il vincolo che sussiste tra ogni atto compiuto consciamente sugli effetti scaturenti dall’atto stesso. Per converso, un atto compiuto inconsciamente, corrisponde ad un fatto naturale del tutto indipendente da una responsabilità specifica, ma solo ad una mera causa che ricade nell’ineluttabile dinamica dei fatti non sottoponibili a giudizio ma solo ad una loro mera osservazione.
Allora, a chi attribuire il male?
Se il male non è attribuibile a Dio, come affermano i teologi, e nemmeno all’uomo perché simile a Dio, è ragionevole pensare che bene e male siano entrambi insiti nella natura e riguardino lo scorrere degli eventi secondo le tracce ricavabili dalla storia. In essa, l’uomo, come persona dotata di coscienza, ha il dono peculiare ed unico di svelare i segreti della natura e, nello stesso tempo, di apprezzare, secondo il suo giudizio, l’effetto delle modificazioni che in essa compie.
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(1) Teodorico Moretti Costanzi, in “Etica nelle sue condizioni necessarie” del 1965, nella nota 2 al Capitolo primo scrive: “Sia ben chiaro - ed è una precisazione, questa, cui mi costringono il fraintendimento e la pigrizia mentale tenacissime della generazione idealistica che ancora vegeta - che quando si dice “Coscienza”, … in tale senso l’uso del plurale del termine stesso (le Coscienze”) resta vietato ed interdetto. Noi non possediamo ed esauriamo la coscienza, bensì siamo degli io, cointelligenti, nella misura in cui rientriamo in essa come in un ambito. …

Etica ed intenzione

E’ noto che l’uomo è capace di comporre un proprio progetto di vita che supera la contingenza dello scorrere naturale delle cose aprendo davanti a sé orizzonti che lo svincolano dal dedicare tempo per soddisfare solo bisogni fisiologici di sopravvivenza.
Alcune specie d’animali godono anche di questa caratteristica, come le api, le formiche, le termiti, i castori ecc. ma l’uomo ha una caratteristica peculiare in più: quella, propria d’ogni individuo, di saper fare un progetto originale di vita del tutto svincolato dallo scorrere del tempo e dalle stagioni. Da qui deriva il fatto che la percezione della libertà scaturisce da quanto tempo l’uomo riesce a sottrarre dalle contingenze nel procacciarsi le risorse necessarie alle sue funzioni fisiologiche, per esprimere liberamente le sue potenzialità sul tracciato del progetto.
Il progetto si fonda su di un complesso di principi ispiratori e di vincoli. Il progetto prevede vari percorsi alternativi o complementari, ognuno dei quali con caratteristiche proprie di rischio. Le intenzioni sono valutate sulla base della rischiosità di ognuna di esse e dei vincoli costituiti dall’insieme di regole di carattere deontologico, la cui validità è da valutare sul piano dell’utilità sociale.
La fase operativa del progetto si sviluppa nella manifestazione delle intenzioni che si concretizzano con la volontà di agire.

Volontà come potenza

Ogni azione ha inizio con l’intendimento di fare qualcosa secondo un certo schema. Favorire od ostacolare un processo in divenire; significa che la volontà – sollecitata dagli stimoli e dalle passioni - si trasforma in potenza d’intervento e promana diffondendosi come forza interagente e modificatrice nella natura.
La formulazione del giudizio, con l’intento di stabilire un atto di giustizia riparatrice di un danno susseguente all’errore, va concepito non sui fatti, ma in base ai fatti, sull’attività in termini energetici espressa dall’uomo col proprio intervento volontario.
In realtà, come si articola la potenzialità dell’uomo sui sentimenti e passioni sopra accennati? In quale misura l’uomo è in grado di controllare i propri impulsi per non farsi sopraffare da se stesso e dalla natura?
La rettitudine, in rapporto alla deontologia propria d’ogni comunità umana, caratterizza la volontà di fare del bene e di respingere il male.

La rettitudine e la deviazione della volontà.

Agostino dichiarò che il libero arbitrio fosse una deviazione della volontà, vale a dire la facoltà in base alla quale si vuole ciò che si potrebbe rifiutare e si rifiuta ciò che si potrebbe volere. La deviazione si supera, quando si riesce a trasformare il “NON potere compiere un atto vietato dal canone etico” in “volere NON compiere un atto dal canone etico. Equivale ad affermare che, sotto l’effetto di una passione incontrollabile, si è indotti a trasgredire una regola di civile convivenza, mentre, con un atto di volontà ispirato alla rettitudine, si acquisisce la capacità di ricondurre alla norma il proprio comportamento.
In tal modo il libero arbitrio assume tutt’altro aspetto. L’uomo non è libero perché può fare del male, ma diventa libero perché ha il dominio sui propri sentimenti e la coscienza di fare solo del bene. La scelta di fare bene libera l’uomo, mentre la scelta tra fare il bene e fare il male mette in moto un circuito in cui sentimenti e passioni possono avere il predominio sulla rettitudine.
La scelta giusta per la libertà è agire per il bene e ostacolare il male.

08 ottobre 2009

Libertà e giustizia in Italia

Un gruppo di persone, a loro dire, partorite in Italia senza il loro consenso dopo vani tentativi di inserirsi in un qualsivoglia attività lavorativa in campo sociale o culturale, hanno deciso di andarsene all'estero per non farsi calpestare sino raggiungere l’età pensionabile. Costoro coltivano un blog dallo strano nome Jus Primæ Noctis.
Uno di loro (chì non so), sul mio post del 19 luglio 2009 dal titolo, “Destino il male e la liberta”, interviene con questo laconico commento:

Se il discorso si conclude con la giustizia allora possiamo prendere a modello l'Italia :)

Il succo del discorso sta tutto "sull’emoticon :)" che mi spinge a replicare con altrettanta amichevole simpatia a questo gruppo di fuoriusciti spontaneamente dall’Italia, ivi nati senza averlo chiesto.

Il modello Italia
Costoro sostengono che se il (D)estino, il (M)ale e la (L)ibertà si conclude con la (G)iustizia, possiamo prendere a modello l’(I)talia.
Sotto il profilo logico il discorso sembrerebbe perfetto, considerando le tre categorie D, M e L che si fondono in G.
Ma, se G ha per modello I, considerare I uguale a G e continuare il ragionamento da I anziché da G, è sbagliato. Sarebbe come pretendere di fare un viaggio comodo da Milano a Roma e viceversa con una FIAT 500 A (anno 1936), poi soprannominata "Topolino", debitamente restaurata.
No cari ragazzi J, si deve partire da G e vedere cosa succede in I e poi verificare cosa c’è che non va in I. Partire da I significherebbe indurre a modificare G in modo anomalo, come appunto succede nel nostro sgangherato sistema giudiziario deve la rettitudine sembra essersi volatilizzata.

La deviazione dalla rettitudine
Nel mio post, cui il commento si riferisce, accenno ai concetti etici di Agostino con riferimento alla rettitudine e alle sue deviazioni. Sostengo infatti che l’espressione della volontà si estrinseca in potenza che, applicata all’intenzione, si trasforma in azione.
Ogni azione ha inizio con l’intendimento di favorire o di ostacolare un processo in divenire; ciò vuol dire che la volontà umana – sollecitata dagli stimoli e dalle passioni – produce energia e promana nella natura diffondendosi come forze interagenti e modificatrici.
Il potenziale che scaturisce da ogni persona si estrinseca in “Io posso”, associato ad un verbo come amare, costruire, distruggere, odiare vezzeggiare, dileggiare, rubare, ammazzare, stuprare eccetera.
L’unione di “posso” ad un altro verbo come amare, ammazzare ecc. non produce danno né coinvolge nessun rapporto giudiziario (diritto/dovere) per ottenere una lode o un biasimo, ma esprime un quadro di potenzialità delle persone che potranno essere valutate ed eventualmente giudicate solo a “cose fatte”.
Lo schema si articola secondo tre modalità comportamentali:
1. Io posso …;
2. Io non posso …;
3. Io posso non. …;
Ed è questo lo schema di Agostino nel proporre il libero arbitrio come deviazione della volontà cioè quella facoltà in base alla quale si vuole ciò che si potrebbe rifiutare e si rifiuta ciò che si potrebbe volere. La deviazione si supera ogni volta che si riesca a trasformare “Io non posso ...” in “Io posso non ...”: ad esempio “Io NON posso rubare” in “Io posso NON rubare”.
Alla persona onesta è facile “poter non rubare”, al ladro è difficile “non rubare” e – pertanto - occorre prescrivergli di “non poter rubare” e condannarlo in caso di trasgressione!
La formulazione del giudizio, con l’intento di stabilire un atto di giustizia riparatrice di un danno, va concepito non sui fatti, ma in base ai fatti e sulle potenzialità espresse dal soggetto col proprio intervento volontario sui fatti. Non Dio, né la natura, possono essere giudicati, ma solo l’uomo per le “azioni compiute”.
Azioni compiute, non intenzioni, quindi!

Libertà e giustizia in Italia
Concludo con l’affermare che il “modello” di giustizia deve essere conforme ad un enunciato in base al quale la libertà appartenga ad una categoria superiore al principio di “giustizia”.
Prima c’è la libertà che si esercita con gli atti e poi c’è la giustizia che interviene quando questa venga violata nei fatti commessi.
All’opposto, considerare la libertà come un diritto vuol dire assoggettarla a vincoli condizionando l’agire dei singoli al solo manifestarsi dell’intenzione sicché ogni singola iniziativa sia scoraggiata sin dal suo nascere. Così crollerebbero le fondamenta della libertà riducendone la percezione ad essere una illusione socialmente manipolabile dalla classe eletta.
Il modello Italia, quale si evince dalla Costituzione promulgata da Capo provvisorio dello Stato italiano il 27 dicembre 1947 ed in vigore dal 1° gennaio 1948, con tutte le modificazioni da allora intervenute, non corrisponde agli anzidetti principi di libertà e di giustizia.
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19 luglio 2009

Il destino, il male e la libertà


Libertà non è libero arbitrio, scelta tra male e bene;  ma è facoltà per far nascere  il bene dal proposito di proclamarlo come unica opportunità esistenziale:  “Io posso non fare il male”.


Il destino

La teodicea (giustizia di Dio) è una branca della teologia che studia il rapporto tra la giustizia di Dio e la presenza nel mondo del male; per tale motivo, è anche indicata come teologia naturale e, nel XIX secolo limitatamente alla cultura francese, come teologia razionale (Wikipedia).
Qui lo uso come termine (*) usa e getta, per spiegare cos’è la libertà!
Secondo Schelling , i periodi della storia rappresentano l’azione necessitante che l'ordine del mondo esercita su ogni singolo essere del mondo stesso.
Ciò implica  la necessità - quasi sempre sconosciuta, perciò cieca - che ogni singolo essere, in quanto parte dell'ordine totale, appartenga ad un mondo in cui ogni stia al suo posto nella alla sua parte corrispondente sua funzione; giacché come ingranaggio dell'ordine totale, ogni essere è fatto per ciò che fa. 
Per il medesimo filosofo, la natura è la manifestazione dell'assoluto ed è parte o elemento della vita divina, e la provvidenza è il governo divino del mondo. 
La natura fa parte integrante del concetto di Dio come creatore dell'ordine del mondo o come quest'ordine stesso.
Secondo Leibniz, i concetti di male e della libertà si definiscono con il termine di teodicea, introdotto col titolo di una sua opera: "Saggio di Teodicea sulla bontà di Dio, la libertà dell'uomo e l'origine del male" In esso introduce la dimostrazione della giustizia divina mediante la soluzione dei due problemi fondamentali: quello del male e quello della libertà umana.
Sul primo problema, la teodicea di Leibniz risponde più specialmente alle considerazioni svolte da Pierre Bayle nel suo "Dizionario storico critico": considerazioni che in realtà non fanno che amplificare quanto avevano già detto gli Epicurei in polemica con gli Stoici.

Infatti, questi affermavano (^) che ...


... Dio vuol togliere i mali …
… e non può;
se vuole e non può, è impotente.
Il che non può essere in Dio
… può e non vuole;
se può e non vuole è invidioso.
Il che del pari è contrario a Dio
… non vuole né può;
se non vuole ne può è invidioso e impotente.
Perciò non è Dio
… vuole e può;
se vuole e può, il che solo conviene a Dio.
Da che cosa deriva l'esistenza dei mali e perché non li toglie? 

(^) da Epicurea (Frammento 374) di Hermann Usener (1834-1904). Leibniz risponde con la soluzione tradizionale: il male non è una realtà e pertanto la sua responsabilità non risale a Dio.

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Quanto precede vuol dire che l’uomo, nel porre in essere le proprie azioni, è libero di scegliere tra il male e il bene; ma ciò non è sufficiente per spiegare in modo incontrovertibile se è vero, come dice Schelling, che ogni singolo essere è al suo posto, ha la sua parte e la sua funzione nel mondo; giacché, come ingranaggio dell'ordine totale, è fatto per ciò che fa.
In realtà, secondo me, il male è il fattore distruttivo fondamentale della libertà. Intendere la libertà come autodeterminazione, significa che l’uomo gode del libero arbitrio di fare il bene o fare il male, mentre – in realtà – nell’agire, gli è impossibile seguire un profilo razionale; quindi – se non a cose fatte – mentre agisce, non è in grado di sapere se fa bene o fa male. 
La libertà è condizionata dal fattore rischio che si sviluppa nel non conoscere, da subito, l’esisto del fare, e ciò per effetto dell’incertezza sull’esito che si rivelerà essere, vera o falsa l'aspettativa conseguente alle decisioni inizialmente prese. 

Queste considerazioni sono già sufficienti per ritenere che il destino non dipende dall’uomo, né dalla natura. All’uomo, manca il sostegno della razionalità su tutto ciò che fa, mentre alla natura manca quello della coscienza; c'è solo da chiederci se avanti alla natura esista un progetto al quale senza dubbio anche l'uomo partecipa.
°°°
Ogni persona conduce la propria esistenza sotto stimoli sollecitati da un motore che coinvolge sentimenti e passioni sotto gli stimoli scatenanti della natura. La natura mostra continuamente - quasi fosse una cartina di tornasole - i suoi effetti per essere valutati dall’uomo come stimoli benevoli o malevoli nella predisposizione continua delle opere previste dal suo progetto esistenziale che si sviluppa lungo un percorso più o meno ostacolato.
Se l’effetto di un azione è male, non necessariamente questa è generata da un’intenzione cattiva, mentre se è bene, può essere un risultato conseguito anche con intenzioni cattive. Uccidere, rubare, biasimare o punire, non sono mali in sé.
Allora, se il male non è attribuibile a Dio e nemmeno all’uomo che è simile a Dio, ritengo ragionevole pensare che bene e male siano entrambi insiti nella natura, ma solo per effetto del divenire delle cose, compreso l’uomo stesso perché è parte integrante nella natura. Ed essendo l’uomo – come persona - dotato di coscienza, per valutare gli effetti delle sue azioni, ha - egli stesso - il dono peculiare ed unico per giudicare le proprie e quelle altrui durante l’intero percorso della sua storia.
Quanto al destino, non ho la presunzione di approfondire la materia, dichiarandomi del tutto incompetente.

Volontà come potenza

Ogni azione ha inizio con l’intendimento di fare qualcosa secondo uno schema finalistico di favorire od ostacolare un processo in divenire; ciò vuol dire che la volontà umana – sollecitata dagli anzidetti stimoli e passioni - si trasforma in potenza di intervento e promana diffondendosi come forza interagente e modificatrice nella natura.
La formulazione del giudizio, con l’intento di stabilire un atto di giustizia riparatrice di un danno, va concepito non sui fatti, ma in base ai fatti sulle potenzialità espresse dall’uomo col proprio intervento volontario sui fatti. Non Dio, né la natura, possono essere giudicati, ma solo l’uomo per le azioni compiute.
Ma, in realtà, come si articola la potenzialità dell’uomo in relazione a quel motore di sentimenti e passioni cui più sopra accennavo? In quale misura l’uomo è in grado di controllare i propri impulsi per non farsi sopraffare da sé stesso e dalla natura?
A questo punto, io che sono Piero, svolgo il discorso in prima persona con riferimento alle mie potenzialità che potrebbero essere, ma non necessariamente, anche quelle di Filippo, Peppino, Maria, Ambrarosa o voi stessi che leggete.
Io posso” è associabile a qualsiasi verbo: amare, costruire, distruggere, odiare vezzeggiare, dileggiare, rubare, ammazzare, stuprare eccetera. Nell’associare “posso” unendolo ad un altro verbo come Io posso amare, Io posso ammazzare ecc. non faccio danno né coinvolgo alcun giudizio per ottenere una sentenza in termini di lode o di biasimo, ma – come detto sopra – dichiaro lo schema di potenzialità insite della mia personalità che potranno essere valutabili e giudicabili solo a “cose fatte”.
Lo schema che si articola secondo tre modalità comportamentali:
1. Io posso …;2. Io non posso …;3. Io posso non. …
E’ lo schema di Agostino (**) nel proporre il libero arbitrio come deviazione della volontà cioè quella facoltà in base alla quale si vuole ciò che si potrebbe rifiutare e si rifiuta ciò che si potrebbe volere. La deviazione si supera ogni volta che si riesca a trasformare “Io non posso ...” in “Io posso non ...”: ad esempio “Io non posso rubare” in “Io posso non rubare”.
Alla persona onesta è facile “poter non rubare”, al ladro è difficile “non rubare” e, pertanto, occorre prescrivergli di “non poter rubare”!
Esposta così, la deviazione dalla rettitudine di Agostino, mostra quanto possa essere ampia la gamma di comportamenti nei riguardi di ogni tipologia di azione definita da un verbo combinato con l’oggetto verso cui l’azione stessa è diretta.
Do solo un esempio. A me piacciono immensamente i babà. Ebbene “Io non posso mangiare il babà, perché il dottore mi ha detto che mi fa male”. Non sono capace di dichiarare “Io posso non mangiare il babà: se fossi capace, sarei un santo”.
Per sviluppare ulteriormente il discorso occorrerebbe parlare di responsabilità, di diritti e di doveri per concluderlo con la giustizia.
Per ora basta dire che libertà non è il libero arbitrio ovvero scelta tra male e bene ma è facoltà propria di indirizzare le azioni in modo che si realizzi solo il bene ovvero – volontariamente si escluda la possibilità di non realizzarlo, così: “Io posso non fare il male”.

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(*) Il contenuto qui riportato con carattere corsivo è tratto dal "Dizionario di Filosofia di Nicola Abbagnano" - Terza edizione aggiornata e ampliata da Giovanni Fornero - UTET Set. 2001 - http://www.utet.it.
(**) Emanuele Severino – La Filosofia ai Greci al nostro tempo – Vol. 1 La filosofia antica e medioevale – BUR – pag. 280.

02 maggio 2009

Diritto e giustizia, o libertà e responsabilità?

Ogni tanto mi soffermo su Google nel ricercare quanto è segnalato sotto il mio nome.

Ebbene, oggi vedo un mio commento del 28 ottobre 2006 al post di Vincenzo Fano – Professore di logica e filosofia delle scienza sul suo blog “Vivere est philosopphari”.

Da qualche tempo cerco di coniugare i concetti di libertà e responsabilità pensandoli collegati alla giustizia attraverso il diritto
A mio parere, se gli uomini fossero tutti buoni gli uni con gli altri, non occorrerebbe la statuizione di un diritto, e chi avesse in animo di fare il giudice o l'avvocato, potrebbe passare  miglior tempo per andare in riva al fiume a pescare.
Ma prima di ragionare oltre, desidero riportare il testo del post e del relativo commento, così come appare  su: 
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Ottobre 21, 2006
DIRITTO E GIUSTIZIA

E’ giusto violare la legge per un fine giusto? Platone nel Critone ci dice di no: Socrate rifiuta di salvarsi dalla condanna ingiusta evadendo, perché non vuole violare le leggi della città che rispetta. Anche Kant respinge la violazione della legittimità, anche se quest’ultima è ingiusta, perché altrimenti l’unica nostra ancora di salvezza contro le barbarie, cioè il diritto che deriva dal patto sociale, verrebbe infranto. Qualcosa non mi convince in questa prospettiva eccessivamente conservatrice. Se questi autori riconoscono una nozione di giustizia che è più originaria di quella del diritto, è alla prima e non al secondo che devono tener fede. Ovvero se Socrate riteneva di dare origine a maggiore ingiustizia evadendo piuttosto che bevendo la cicuta, allora ha fatto bene ad affrontare la morte, ma il passivo accettare leggi ingiuste solo perché sono leggi non sembra essere una buona politica. Quello che è sicuro è che non si può agire ingiustamente per un fine giusto, come vorrebbero tutti i teorici della ragion di stato, da Machiavelli in poi, perchè questo quasi sempre aumenta l’ingiustizia invece di diminuirla a causa di una naturale eterogenesi dei fini. Se, ad esempio, come fece Lenin, istauro una dittatura per favorire gli operai e i contadini contro i piccoli proprietari e le gerarchie zariste, ottengo che la dittatura resta assieme alle ingiustizie sociali, come purtroppo è successo dopo la sua morte.
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  • Pietro Bondanini Says:
    October 28th, 2006 at 5:19 pm e
  • Credo che la domanda sia posta in un contesto che consente solo una risposta articolata.
    A mio parere occorre partire dalle azioni degli uomini e valutarne il loro insieme coordinato in riferimento al fine per le quali sono compiute. Il giudizio emana dalla corrispondenza dei singoli atti a principi etici di convivenza condivisi e non negoziabili.
    Laddove un atto non corrisponda ad un principio etico, significa che quest’atto appartiene alla sfera delle libertà individuali. Se le persone appartenenti ad un organismo sociale condividono principi etici comuni, queste si danno leggi solo per i rapporti che possano costituire motivo di controversia.
    Se una legge è ingiusta, vuol dire che viene meno la condivisione e si viola un principio di libertà.
    Se una legge è difforme agli anzidetti principi, essa non può che essere ingiusta, salvo il fatto che si integrino o si modifichino i principi stessi e che, in ogni caso, dovranno essere innovati.
    Ne discende che, sotto il profilo legale, violare una legge non è giusto; sotto il profilo morale è giusto violarla solo se gli atti commessi sono eticamente conformi.
    In poche parole, il giudice della legge dirà che non è giusto violare la legge; il giudice politico o filosofo dirà che la legge è ingiusta e pertanto deve essere abrogata. Socrate si è immolato per salvare un principio etico.
    Quanti sono i Socrate che si sono immolati? Quanti i martiri della libertà?
    Tremo quando sento parlare di obbedienza cieca ed assoluta!
    Estendo una domanda che faccio a me stesso.
    Si può parlare di questo tema non citando Machiavelli?
    Per liquidarlo, ne parlo in Cosa e come (cliccare qui). Qui ne riporto il primo capoverso.
    “Ogni azione umana è contraddistinta da un cosa e da un come. Fini e mezzi, nel significato che Machiavelli ha voluto dare a questi termini, sono entità troppo vaghe per definire le componenti dell’azione: perché il fine è riferito al progetto perseguito, mentre il mezzo è l’insieme delle singole azioni poste in essere per conseguirlo. Questa distinzione è essenziale per analizzare il comportamento della persona, in quanto, per ottenere un fine buono, il senso morale comune non consente la messa in opera di una serie di azioni cattive.”
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    Rileggendo il testo del post e del relativo commento, noto ora che all’atto autolesionistico di Socrate si possono dare due spiegazioni apparentemente contrastanti.
    V., nel post, sostiene che “non si può agire ingiustamente per un fine giusto, come vorrebbero tutti i teorici della ragion di stato, da Machiavelli in poi, perchè questo quasi sempre aumenta l’ingiustizia invece di diminuirla a causa di una naturale eterogenesi dei fini”.
    P., nel commento, sostiene che, pur citando Machiavelli, “per ottenere un fine buono, il senso morale comune non consente la messa in opera di una serie di azioni cattive”.
    Penso che sia opportuno integrare i due concetti, sostenendo che è appunto il senso morale condiviso che rifiuta l’eterogenesi dei fini quando vi si scopra un contrasto e non quando questo contrasto non si riveli..
    Infatti non si può parlare di giustizia a prescindere dal danno.
    Quando una persona provoca un danno si determina un effetto malefico sulla società indipendentemente che si violi o meno un principio giuridico elaborato al fine di statuire modalità comportamentali nei rapporti interpersonali.
    Leggi troppo invasive limitano la libertà e queste pesano quando sono rivolte su persone già associate in gruppi fortemente coesi.
    Queste persone sono moralmente orientate ad agire per il bene comune; quindi l’eterogenesi dei fini non costituirebbe per loro un motivo di commettere azioni dannose a chicchessia.
    Quindi il caso di Socrate lo vedrei non sotto l’aspetto di “diritto e giustizia” che dovrebbe riguardare l’ambito ristretto delle azioni dannose, ma sotto quello di “libertà e responsabilità” che riguarda la coscienza della persona davanti all’esercizio dei propri diritti ed in particolare di quelli inalienabili, come quello di vivere liberamente.
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    Oggi 22 aprile 2013 aggiungo l'immagine del manifesto dedicato a Martin Luther King Jr, inserito da Anna Maria Funari, nel suo post su Facebook.

    24 aprile 2009

    Sono Libero e Democratico

    (Questo post sarà aggiornato e riproposto)
    Si discute molto sulle prossime elezioni europee e su un referendum costoso ed inutile.
    L'elettore, vale a dire tutti gli "io" chiamati a mettere la propria scheda nell'urna, si troverà - indipendentemente dalle idee politiche personali - in una posizione diversa in ragione al partito politico da scegliere.
    Penso che vi siano tre tipologie d'elettori: simpatizzanti di centro destra, di centro sinistra ed altri di una fascia indistinta di persone orientate  verso formazioni movimentiste (federalisti, giustizialisti, nostalgici della prima repubblica) oppure propugnanti posizioni estremistiche anche al seguito di istinti sovversivi originati da ideologie defunte. 
    Ciò premesso, cosa offrono i politici all'elettore con la testa sulle spalle?
    Diversamente dal passato, in tempi di consolidamento del bipolarismo, le scelte - oggi - si ripartiscono tra due partiti intorno ai quali girano in posizione contrasto una congerie di partitini che, per effetto della legge elettorale vigente,  si raggrupperanno attorno ad uno o più leader che dovranno giocare il ruolo di prestigiatori ed illusionisti passando il tempo a negare ciò che affermano e ad affermare ciò che negano.

    Queste elezioni sono caratterizzate  dalla forte personalità di Berlusconi, il cui successo politico porterà - senza dubbio - a far superare la soglia del 40% al PdL.  Il resto si distribuirà tra il PD e gli altri raggruppamenti di cui sopra.

    Ciò premesso, in previsione - assai attendibile - che il PDL  superi il 40% dei voti, ritengo formulare due scenari che si svilupperanno, a mio parere, attorno alla variabile critica della visibilità del PD come partito di opposizione. 
    1. 35% al PD; 25% ad altri: chiaramente il PD consoliderà il distacco sulle altre formazioni e la sua leadership come partito di opposizione;
    2. 30% al PD; 30% ad altri: il PD rimarrà - come ora - un partito di sola protesta.

    Ora, riuscirà il PD, sotto la guida di Franceschini, a mostrare un  ruolo politico aggiornato alle necessità del tempo e coerente con le risorse a disposizione?
    Riuscirà il PD ad abbandonare le vetuste ideologie  che lo pervadono mettendo da parte - tra l'altro - la sterile diatriba tra fascismo e comunismo?

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    Ammessa l'esistenza di una coscienza comune, l'ordine sociale dovrebbe essere fondato su una virtuosa interazione:

    tra chi opera per la felicità che si presume per tutti 
    chi opera lasciando libero ognuno di realizzarla per sé stesso.


    A mio parere il ruolo del Partito Democratico consiste nello operare per la felicità che si presume per tutti come giustamente affermava Romano Prodi; ma sarebbe pericoloso che il Popolo della Libertà  esagerasse nel lasciar libero ognuno di realizzarla per sé stesso.
    Per ora va bene il PdL e chiaramente darò ancora il voto a questo partito,  ma domani potrei ritrovarmi ad aver bisogno del Partito Democratico, oggi del tutto inesistente.

    Sono Libero E Democratico, oppure Libero O Democratico?

    10 febbraio 2009

    Dedicato ad Eluana

    Cosa ne sappiamo della felicità dell'altro? Se la felicità avesse una base scientifica si potrebbe postulare la formula della felicità. Ma la felicità ha il duplice aspetto: quello di essere una manifestazione che nasce dall'intimo di ogni persona e quello di trascendere la ragione.

    E' attuabile un ordine di felicità sociale?

    Ammessa l'esistenza di una coscienza comune, l'ordine sociale dovrebbe essere fondato da una virtuosa interazione tra chi opera per la felicità che si presume per tutti e chi opera lasciando libero ognuno di realizzarla per sé stesso.

    Tra i primi vedo chi è politicamente orientato verso i democratici, mentre tra i secondi ritengo esservi i liberali.

    Ma, senza una coscienza comune, una coscienza che abbia la sensibilità di considerare i rapporti tra le persone in amorevole condivisione di valori e non in continuo contrasto dialettico, non ho speranza che si realizzi un ordine sociale migliore.

    Eppure le risorse per garantirne la potenzialità, esistono e sono largamente sufficienti.

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    Occorre riprendere coscienza di sé stessi;
    abbandonare l'utopia di un paese che non può esistere,
    perchè libertà e dovere sono inconiugabili,
    come, invece, libertà e coscienza lo sono.
    Coscienza
    significa saper distinguere il bene dal male ;
    identità
    significa avere e farsi riconoscere la propria coscienza;
    integrazione
    significa rendere possibile
    la condivisione di una coscienza comune .