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19 luglio 2009

Il destino, il male e la libertà


Libertà non è libero arbitrio, scelta tra male e bene;  ma è facoltà per far nascere  il bene dal proposito di proclamarlo come unica opportunità esistenziale:  “Io posso non fare il male”.


Il destino

La teodicea (giustizia di Dio) è una branca della teologia che studia il rapporto tra la giustizia di Dio e la presenza nel mondo del male; per tale motivo, è anche indicata come teologia naturale e, nel XIX secolo limitatamente alla cultura francese, come teologia razionale (Wikipedia).
Qui lo uso come termine (*) usa e getta, per spiegare cos’è la libertà!
Secondo Schelling , i periodi della storia rappresentano l’azione necessitante che l'ordine del mondo esercita su ogni singolo essere del mondo stesso.
Ciò implica  la necessità - quasi sempre sconosciuta, perciò cieca - che ogni singolo essere, in quanto parte dell'ordine totale, appartenga ad un mondo in cui ogni stia al suo posto nella alla sua parte corrispondente sua funzione; giacché come ingranaggio dell'ordine totale, ogni essere è fatto per ciò che fa. 
Per il medesimo filosofo, la natura è la manifestazione dell'assoluto ed è parte o elemento della vita divina, e la provvidenza è il governo divino del mondo. 
La natura fa parte integrante del concetto di Dio come creatore dell'ordine del mondo o come quest'ordine stesso.
Secondo Leibniz, i concetti di male e della libertà si definiscono con il termine di teodicea, introdotto col titolo di una sua opera: "Saggio di Teodicea sulla bontà di Dio, la libertà dell'uomo e l'origine del male" In esso introduce la dimostrazione della giustizia divina mediante la soluzione dei due problemi fondamentali: quello del male e quello della libertà umana.
Sul primo problema, la teodicea di Leibniz risponde più specialmente alle considerazioni svolte da Pierre Bayle nel suo "Dizionario storico critico": considerazioni che in realtà non fanno che amplificare quanto avevano già detto gli Epicurei in polemica con gli Stoici.

Infatti, questi affermavano (^) che ...


... Dio vuol togliere i mali …
… e non può;
se vuole e non può, è impotente.
Il che non può essere in Dio
… può e non vuole;
se può e non vuole è invidioso.
Il che del pari è contrario a Dio
… non vuole né può;
se non vuole ne può è invidioso e impotente.
Perciò non è Dio
… vuole e può;
se vuole e può, il che solo conviene a Dio.
Da che cosa deriva l'esistenza dei mali e perché non li toglie? 

(^) da Epicurea (Frammento 374) di Hermann Usener (1834-1904). Leibniz risponde con la soluzione tradizionale: il male non è una realtà e pertanto la sua responsabilità non risale a Dio.

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Quanto precede vuol dire che l’uomo, nel porre in essere le proprie azioni, è libero di scegliere tra il male e il bene; ma ciò non è sufficiente per spiegare in modo incontrovertibile se è vero, come dice Schelling, che ogni singolo essere è al suo posto, ha la sua parte e la sua funzione nel mondo; giacché, come ingranaggio dell'ordine totale, è fatto per ciò che fa.
In realtà, secondo me, il male è il fattore distruttivo fondamentale della libertà. Intendere la libertà come autodeterminazione, significa che l’uomo gode del libero arbitrio di fare il bene o fare il male, mentre – in realtà – nell’agire, gli è impossibile seguire un profilo razionale; quindi – se non a cose fatte – mentre agisce, non è in grado di sapere se fa bene o fa male. 
La libertà è condizionata dal fattore rischio che si sviluppa nel non conoscere, da subito, l’esisto del fare, e ciò per effetto dell’incertezza sull’esito che si rivelerà essere, vera o falsa l'aspettativa conseguente alle decisioni inizialmente prese. 

Queste considerazioni sono già sufficienti per ritenere che il destino non dipende dall’uomo, né dalla natura. All’uomo, manca il sostegno della razionalità su tutto ciò che fa, mentre alla natura manca quello della coscienza; c'è solo da chiederci se avanti alla natura esista un progetto al quale senza dubbio anche l'uomo partecipa.
°°°
Ogni persona conduce la propria esistenza sotto stimoli sollecitati da un motore che coinvolge sentimenti e passioni sotto gli stimoli scatenanti della natura. La natura mostra continuamente - quasi fosse una cartina di tornasole - i suoi effetti per essere valutati dall’uomo come stimoli benevoli o malevoli nella predisposizione continua delle opere previste dal suo progetto esistenziale che si sviluppa lungo un percorso più o meno ostacolato.
Se l’effetto di un azione è male, non necessariamente questa è generata da un’intenzione cattiva, mentre se è bene, può essere un risultato conseguito anche con intenzioni cattive. Uccidere, rubare, biasimare o punire, non sono mali in sé.
Allora, se il male non è attribuibile a Dio e nemmeno all’uomo che è simile a Dio, ritengo ragionevole pensare che bene e male siano entrambi insiti nella natura, ma solo per effetto del divenire delle cose, compreso l’uomo stesso perché è parte integrante nella natura. Ed essendo l’uomo – come persona - dotato di coscienza, per valutare gli effetti delle sue azioni, ha - egli stesso - il dono peculiare ed unico per giudicare le proprie e quelle altrui durante l’intero percorso della sua storia.
Quanto al destino, non ho la presunzione di approfondire la materia, dichiarandomi del tutto incompetente.

Volontà come potenza

Ogni azione ha inizio con l’intendimento di fare qualcosa secondo uno schema finalistico di favorire od ostacolare un processo in divenire; ciò vuol dire che la volontà umana – sollecitata dagli anzidetti stimoli e passioni - si trasforma in potenza di intervento e promana diffondendosi come forza interagente e modificatrice nella natura.
La formulazione del giudizio, con l’intento di stabilire un atto di giustizia riparatrice di un danno, va concepito non sui fatti, ma in base ai fatti sulle potenzialità espresse dall’uomo col proprio intervento volontario sui fatti. Non Dio, né la natura, possono essere giudicati, ma solo l’uomo per le azioni compiute.
Ma, in realtà, come si articola la potenzialità dell’uomo in relazione a quel motore di sentimenti e passioni cui più sopra accennavo? In quale misura l’uomo è in grado di controllare i propri impulsi per non farsi sopraffare da sé stesso e dalla natura?
A questo punto, io che sono Piero, svolgo il discorso in prima persona con riferimento alle mie potenzialità che potrebbero essere, ma non necessariamente, anche quelle di Filippo, Peppino, Maria, Ambrarosa o voi stessi che leggete.
Io posso” è associabile a qualsiasi verbo: amare, costruire, distruggere, odiare vezzeggiare, dileggiare, rubare, ammazzare, stuprare eccetera. Nell’associare “posso” unendolo ad un altro verbo come Io posso amare, Io posso ammazzare ecc. non faccio danno né coinvolgo alcun giudizio per ottenere una sentenza in termini di lode o di biasimo, ma – come detto sopra – dichiaro lo schema di potenzialità insite della mia personalità che potranno essere valutabili e giudicabili solo a “cose fatte”.
Lo schema che si articola secondo tre modalità comportamentali:
1. Io posso …;2. Io non posso …;3. Io posso non. …
E’ lo schema di Agostino (**) nel proporre il libero arbitrio come deviazione della volontà cioè quella facoltà in base alla quale si vuole ciò che si potrebbe rifiutare e si rifiuta ciò che si potrebbe volere. La deviazione si supera ogni volta che si riesca a trasformare “Io non posso ...” in “Io posso non ...”: ad esempio “Io non posso rubare” in “Io posso non rubare”.
Alla persona onesta è facile “poter non rubare”, al ladro è difficile “non rubare” e, pertanto, occorre prescrivergli di “non poter rubare”!
Esposta così, la deviazione dalla rettitudine di Agostino, mostra quanto possa essere ampia la gamma di comportamenti nei riguardi di ogni tipologia di azione definita da un verbo combinato con l’oggetto verso cui l’azione stessa è diretta.
Do solo un esempio. A me piacciono immensamente i babà. Ebbene “Io non posso mangiare il babà, perché il dottore mi ha detto che mi fa male”. Non sono capace di dichiarare “Io posso non mangiare il babà: se fossi capace, sarei un santo”.
Per sviluppare ulteriormente il discorso occorrerebbe parlare di responsabilità, di diritti e di doveri per concluderlo con la giustizia.
Per ora basta dire che libertà non è il libero arbitrio ovvero scelta tra male e bene ma è facoltà propria di indirizzare le azioni in modo che si realizzi solo il bene ovvero – volontariamente si escluda la possibilità di non realizzarlo, così: “Io posso non fare il male”.

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(*) Il contenuto qui riportato con carattere corsivo è tratto dal "Dizionario di Filosofia di Nicola Abbagnano" - Terza edizione aggiornata e ampliata da Giovanni Fornero - UTET Set. 2001 - http://www.utet.it.
(**) Emanuele Severino – La Filosofia ai Greci al nostro tempo – Vol. 1 La filosofia antica e medioevale – BUR – pag. 280.

1 commento:

  1. Se il discorso si conclude con la giustizia allora possiamo prendere a modello l'Italia :)

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