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02 luglio 2008

Il progetto di vita

Ognuno ha un’idea propria della felicità che è uno stato d’animo.Della felicità si può dire che è più semplice definirne il contrario: si suole dire che il denaro non reca la felicità, ma la felicità non convive con la mancanza di denaro.
La felicità è un fatto personale, è uno stato d’animo che si vive per un tempo indeterminato. Comunque sia, il progetto di vita è sempre rivolto al raggiungimento di un fine che ci conduce allo stato di felicità.
Se lo stato di felicità crea anche uno stato di benessere, non altrettanto lo stato di benessere crea felicità. Il progetto di vita comprende anche tutto ciò che ci porti ad uno stato di benessere.
Tutto quanto precede riguarda la persona singola. La persona singola non vive sola; vive e si integra nella famiglia e nella società. Esser soli come Jean Jaques Rousseau (1712-1778) per godere delle cose del mondo conduce irrimediabilmente alla disperazione.
La felicità è compatibile con la solitudine solo per chi rinuncia a godere delle cose del mondo: come l’eremita, l’asceta e chi si isola temporaneamente per ripensare la propria vita. Non sono queste le persone che mi interessano, ma quelle che tutti i giorni incontro per la strada e che pensano di essere felici nel conciliare i propri sentimenti e quelli degli altri.
Parto da questo concetto per comprendere come si forma e si gestisce il progetto di vita che si articola, in ogni sua fase, in due parti: una non logica sentimentale; l'altra logica razionale.
La prima parte è costituita dall'insieme dei sentimenti e dalle manifestazioni istintive legati all'appagamento dei sensi; la seconda corrisponde alla ricerca di un obiettivo sul quale predisporre le azioni per il compimento del progetto che si sviluppa su un orizzonte temporale la cui ampiezza dipende dall'urgenza che si attribuisce ai bisogni da soddisfare. Tra l'una e l'altra parte del progetto interagiscono le azioni utili al conseguimento del successo.
Sino a questo punto non credo di dire qualcosa di nuovo: vorrei solo soffermarmi su alcune aspetti insiti nel processo di decisione.
Ogni progetto è costituito da più gli elementi quali la volontà, la coscienza, la conoscenza, la capacità e il controllo operanti nelle fasi in cui il progetto stesso si sviluppa:
  1. volontà e determinazione nel predisporre tutte le fasi;
  2. coscienza dell'adeguatezza delle attitudini;
  3. acquisizione di conoscenze e di informazioni;
  4. capacità di procurarsi le risorse e di valutare i rischi;
  5. verifica dell'efficacia di ogni singola decisione e dell'effetto di ognuna di queste sull'intero progetto.
Ho messo per ultima la fase determinante che porta alla sicura realizzazione del progetto e volutamente l'ho mantenuta all'interno del progetto e non all'esterno.  Perché? Perché non esiste una definizione univoca di felicità, cioè una definizione scientifica che ne stabilisca dimensioni e caratteristiche. La felicità non si produce come se si trattasse di produrre il pane. Infatti, la felicità, variabile indefinibile e incommensurabile, non è materia che interessa l'ingegnere che pone a capo del suo progetto la verifica dell'efficacia di ogni singola decisione e dell'effetto di ognuna di queste nella sua interezza in base a dati dimensionati nel tempo e nello spazio; e neppure può essere valutata perché la felicità è l'essenza della vita e costituisce il nocciolo della speranza umana. Insomma: è la persona stessa che ne determina l'efficacia in forma diretta e la valutazione non ne supera la soggettività.
Se la vita fosse trattata esclusivamente a fil di logica come l'ingegnere progetta un ponte, occorrerebbe imporre delle regole di convivenza finalizzate a costruire uno stato di felicità artificiale ed uniforme che si opporrebbe il sentimento di libertà che pervade in ogni singola persona umana.
All'opposto, se la vita fosse trattata a fil di non logica e cioè svincolando ogni singola persona umana da ogni regola civile di convivenza significherebbe costringerla a ridurre l'esistenza alla sola sopravvivenza animalesca.
La prima proposta, a fil di logica, ci riconduce al pensiero di Hobbes e alla forma di stato totalitario governato dal dittatore (il Leviatano); la seconda, a fil di non logica, a quello di Rousseau e alla forma di non governo ovvero all'anarchia.
Non so quale delle due prospettive sia la migliore e non mi soffermo oltre sulle forme di governo proposte da questi due pensatori ma, dalle varie forme di governo che si sono succedute in questi ultimi secoli, ritengo che la soluzione migliore si trovi a metà strada.
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Winston Churchill rilevò che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora ed è appunto questa forma di governo che ben si adatta all'indole sociale della persona umana che alterna i suoi comportamenti svolgendo azioni ora logiche, ora non logiche.
Nella nostro Occidente campiamo godendo o soffrendo, coltiviamo ambizioni, corriamo rischi giocando e creando imprese e proclamiamo idee che riteniamo giuste per la nostra ed altrui felicità: tutte attività che svolgiamo più o meno ordinatamente ritenendo che, nel loro insieme, diano un senso compiuto alla nostra esistenza.
Tutto ciò induce a concludere che non esistono formule per la felicità nè per la persona singola, nè per una comunità piccola o grande che sia e, pertanto, da sempre, è necessario imporci regole comuni per mediare le azioni verso un modello sociale che possa salvaguardare l'istinto di libertà consentendo a tutti una convivenza produttrice di un benessere compatibile con l'idea che ognuno ha della propria felicità che consiste nell'essere liberi di disporre di ciò che si ha, di ciò che si produce e di ciò che si fa.
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Premesso quanto sopra, come è possibile proporre un progetto di vita coerente con quello delle persone, dianzi menzionate all'inizio di questa pagina, che tutti i giorni incontro per la strada e che pensano di essere felici nel mettere ordine tra i propri sentimenti e quelli degli altri?
Tra queste persone mi comprendo anch'io e credo che abbiamo tutti in comune un sentimento di vita che ci porta a:
  • coltivare il progetto di vivere nell’ambiente famiglia;
  • trarre i mezzi di sostentamento con una attività svolta all’esterno al nucleo familiare;
  • somatizzare ancora lo stress di questa nostra società post-feudale che ha ridotto la famiglia ad essere un’azienda di consumo in cui la coesione tra le persone che vi appartengono è formata solo dal riunirsi per un egoistico sfruttamento del tempo libero.
Ecco rappresentata la nostra sorte in un mondo il cui modello corrisponde ad un continuo cambiamento e dove sembra diventare sempre più difficile ed oneroso vivere nel modo tradizionale.
Dico sembra, perché sposarsi e mettere su famiglia è sempre stato complicato, costoso e rischioso ma, come da sempre, famiglia e figli continuano a formarsi come il frutto esclusivo dell'amore.
Le teorie che hanno in qualche modo posto alla base della società qualcosa di diverso della famiglia liberamente costituita dalla coppia uomo-donna, sono miseramente fallite causando il collasso antropologico.
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Quali le conclusioni si debbono trarre da questi miei pensieri?
A mio parere, non si può vivere abbandonati a sé stessi in un'orda di sbandati nella quale niente ha una misura comune. Si vive invece in un mondo dove norme essenziali regolano i rapporti interpersonali: queste norme, tuttavia, non possono travalicare, come detto sopra, il principio di consentire a tutti una convivenza produttrice di un benessere compatibile con l'idea che ognuno ha della propria felicità che consiste appunto nell'essere liberi di disporre di ciò che si ha, di ciò che si produce e di ciò che si fa.
In ognuno di noi esiste il bisogno essenziale di norme: per comunicare, per espletare le attività preferite e per completare la nostra esistenza in una cornice di concordia.
La felicità, nel senso terreno, non può avere altro significato.
Oggi non è più il caso di considerare soddisfacente l'esistenza delle persone in comunità con peculiari connotati sociali come la tribù il feudo, la città nelle quali l'equilibrio si forma attorno a persone che si muovono in uno spazio territoriale limitato.
In passato, la rottura dell'equilibrio avveniva per cause esterne (carestie, cataclismi, guerre) a seguito delle quali i gruppi si ricomponevano secondo la struttura analoga a quella antecedente; oggi, invece, per effetto della globalizzazione politico-sociale che coinvolge il mondo intero, occorre considerare l'esistenza delle singole persone non più ricomposte in singoli gruppi territoriali o classi, ma come unità dell'intero consorzio umano, dando adito ad una nuova forma di coesione sociale legata all'adozione condivisa di principi etici che portino le persone a condurre la propria esistenza secondo un progetto di vita ispirato al reciproco rispetto e alla pacifica convivenza.
La religione può costituire un ottimo stimolo per creare questo nuovo paradigma di società globale che non porta alla multiculturalità e alla tolleranza, ma ad una socialità legata dalla solidarietà nel coltivare interessi comuni condivisi.
I quattro grandi movimenti filosofico-religiosi oggi esistenti, ognuno dei quali è caratterizzato da una propria formula per conciliare i rapporti interpersonali con il progetto di vita di ciascuno, a mio parere, sono perfettamente compatibili per creare un futuro ordine di pace universale.
Non si tratta di conoscere quale sia la verità trascendentale che ci lega a questo mondo, ma di essere coscienti che le quattro dottrine propugnate affermano tutte una verità universalmente vera e che non si contraddicono tra loro. In pillole, queste sono le rispettive filosofie di vita.
  • Dottrine giudaico cristiane – Fai agli altri ciò che vorresti che fosse fatto a te (filosofia della libertà)
  • Islam - Il progetto segue il percorso di vita che è scritto per ognuno (filosofia della necessità)
  • Taoismo – Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te (filosofia del non fare)
  • Buddismo – La vita è dolore (filosofia della cessazione del desiderio che provoca il dolore)
Ciò significa che l'essere umano è libero di formare un progetto che ha origine dalla libertà di esistere secondo un ordine guida indipendentemente dal modo come ne venga progettato il percorso. Questo ordine è implicito ed equivalente in tutte le religioni e non c'è ragione di cercarne uno diverso tra le quattro proposte etiche che ho menzionato.
Le divergenze nascono a valle di questo ordine fondamentale, laddove il modo di vita creato dalle risorse accessibili, impone regole specifiche che si compongono in un corpo legislativo dal quale nascono le regole comportamentali volte a realizzare l'equilibrio sociale.
Il diritto naturale è un diritto non scritto, ma connaturato in ogni essere umano dalla nascita. Si nasce liberi di avere per sé tutto ciò che serve per crescere. Questa libertà ha dei vincoli che sono insiti nelle risorse che non sono illimitate, specie quando la complessità esistenziale cresce per effetto di un'estensione diffusa di benessere.
Allora, le scarne regole comportamentali imposte dal diritto naturale sono corrotte dall'imposizione di diritti e doveri che limitano la libertà individuale riconducendola a derivare da ideologie propugnanti classi esclusive che portano a condurre un'esistenza contrastante con gli anzidetti principi di vita fondati sul reciproco rispetto e sulla pacifica convivenza.
Per questa ragione, le leggi tendono a non comprendere un diritto originario valido universalmente che pure esiste! Le Costituzioni nazionali fanno discendere il diritto dalla sovranità che, indipendentemente dal fatto che nasca dal re o dal popolo, obnubila l'ordine originario al quale più sopra accennavo e cioè al diritto" pre scritto" che presiede alla conservazione della nostra specie e quello per la conservazione della nostra dignità umana come singoli esseri coscienti e pensanti.
E' quindi necessario ideare  un modus vivendi, fondato su solidi principi etici condivisi, che pervada tutte le forme organizzative e sociali e che consenta al consorzio umano di cogliere, per ognuno dei partecipanti, le migliori opportunità per coltivare un proprio progetto di vita compatibile con il benessere di tutti e con la felicità che ognuno è capace di trarne.
Insomma, il progetto di vita si svolge nel contesto di un'etica adeguata all'ambiente nel quale i singoli trascorrono l'esistenza interagendo con i fatti esterni accidentali che, in parte, originano dal gruppo sociale di appartenenza e, in parte, sorgono dagli eventi naturali non collegati alla volontà umana.

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Il tema trattato è presente anche nella sezione "L'Attimo fatale" nel sito:
http://www.pibond.it/argomenti/l_attimo_fatale/il_progetto_di_vita.htm