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02 luglio 2008

Il progetto di vita

Ognuno ha un’idea propria della felicità che è uno stato d’animo.Della felicità si può dire che è più semplice definirne il contrario: si suole dire che il denaro non reca la felicità, ma la felicità non convive con la mancanza di denaro.
La felicità è un fatto personale, è uno stato d’animo che si vive per un tempo indeterminato. Comunque sia, il progetto di vita è sempre rivolto al raggiungimento di un fine che ci conduce allo stato di felicità.
Se lo stato di felicità crea anche uno stato di benessere, non altrettanto lo stato di benessere crea felicità. Il progetto di vita comprende anche tutto ciò che ci porti ad uno stato di benessere.
Tutto quanto precede riguarda la persona singola. La persona singola non vive sola; vive e si integra nella famiglia e nella società. Esser soli come Jean Jaques Rousseau (1712-1778) per godere delle cose del mondo conduce irrimediabilmente alla disperazione.
La felicità è compatibile con la solitudine solo per chi rinuncia a godere delle cose del mondo: come l’eremita, l’asceta e chi si isola temporaneamente per ripensare la propria vita. Non sono queste le persone che mi interessano, ma quelle che tutti i giorni incontro per la strada e che pensano di essere felici nel conciliare i propri sentimenti e quelli degli altri.
Parto da questo concetto per comprendere come si forma e si gestisce il progetto di vita che si articola, in ogni sua fase, in due parti: una non logica sentimentale; l'altra logica razionale.
La prima parte è costituita dall'insieme dei sentimenti e dalle manifestazioni istintive legati all'appagamento dei sensi; la seconda corrisponde alla ricerca di un obiettivo sul quale predisporre le azioni per il compimento del progetto che si sviluppa su un orizzonte temporale la cui ampiezza dipende dall'urgenza che si attribuisce ai bisogni da soddisfare. Tra l'una e l'altra parte del progetto interagiscono le azioni utili al conseguimento del successo.
Sino a questo punto non credo di dire qualcosa di nuovo: vorrei solo soffermarmi su alcune aspetti insiti nel processo di decisione.
Ogni progetto è costituito da più gli elementi quali la volontà, la coscienza, la conoscenza, la capacità e il controllo operanti nelle fasi in cui il progetto stesso si sviluppa:
  1. volontà e determinazione nel predisporre tutte le fasi;
  2. coscienza dell'adeguatezza delle attitudini;
  3. acquisizione di conoscenze e di informazioni;
  4. capacità di procurarsi le risorse e di valutare i rischi;
  5. verifica dell'efficacia di ogni singola decisione e dell'effetto di ognuna di queste sull'intero progetto.
Ho messo per ultima la fase determinante che porta alla sicura realizzazione del progetto e volutamente l'ho mantenuta all'interno del progetto e non all'esterno.  Perché? Perché non esiste una definizione univoca di felicità, cioè una definizione scientifica che ne stabilisca dimensioni e caratteristiche. La felicità non si produce come se si trattasse di produrre il pane. Infatti, la felicità, variabile indefinibile e incommensurabile, non è materia che interessa l'ingegnere che pone a capo del suo progetto la verifica dell'efficacia di ogni singola decisione e dell'effetto di ognuna di queste nella sua interezza in base a dati dimensionati nel tempo e nello spazio; e neppure può essere valutata perché la felicità è l'essenza della vita e costituisce il nocciolo della speranza umana. Insomma: è la persona stessa che ne determina l'efficacia in forma diretta e la valutazione non ne supera la soggettività.
Se la vita fosse trattata esclusivamente a fil di logica come l'ingegnere progetta un ponte, occorrerebbe imporre delle regole di convivenza finalizzate a costruire uno stato di felicità artificiale ed uniforme che si opporrebbe il sentimento di libertà che pervade in ogni singola persona umana.
All'opposto, se la vita fosse trattata a fil di non logica e cioè svincolando ogni singola persona umana da ogni regola civile di convivenza significherebbe costringerla a ridurre l'esistenza alla sola sopravvivenza animalesca.
La prima proposta, a fil di logica, ci riconduce al pensiero di Hobbes e alla forma di stato totalitario governato dal dittatore (il Leviatano); la seconda, a fil di non logica, a quello di Rousseau e alla forma di non governo ovvero all'anarchia.
Non so quale delle due prospettive sia la migliore e non mi soffermo oltre sulle forme di governo proposte da questi due pensatori ma, dalle varie forme di governo che si sono succedute in questi ultimi secoli, ritengo che la soluzione migliore si trovi a metà strada.
°°°
Winston Churchill rilevò che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora ed è appunto questa forma di governo che ben si adatta all'indole sociale della persona umana che alterna i suoi comportamenti svolgendo azioni ora logiche, ora non logiche.
Nella nostro Occidente campiamo godendo o soffrendo, coltiviamo ambizioni, corriamo rischi giocando e creando imprese e proclamiamo idee che riteniamo giuste per la nostra ed altrui felicità: tutte attività che svolgiamo più o meno ordinatamente ritenendo che, nel loro insieme, diano un senso compiuto alla nostra esistenza.
Tutto ciò induce a concludere che non esistono formule per la felicità nè per la persona singola, nè per una comunità piccola o grande che sia e, pertanto, da sempre, è necessario imporci regole comuni per mediare le azioni verso un modello sociale che possa salvaguardare l'istinto di libertà consentendo a tutti una convivenza produttrice di un benessere compatibile con l'idea che ognuno ha della propria felicità che consiste nell'essere liberi di disporre di ciò che si ha, di ciò che si produce e di ciò che si fa.
°°°
Premesso quanto sopra, come è possibile proporre un progetto di vita coerente con quello delle persone, dianzi menzionate all'inizio di questa pagina, che tutti i giorni incontro per la strada e che pensano di essere felici nel mettere ordine tra i propri sentimenti e quelli degli altri?
Tra queste persone mi comprendo anch'io e credo che abbiamo tutti in comune un sentimento di vita che ci porta a:
  • coltivare il progetto di vivere nell’ambiente famiglia;
  • trarre i mezzi di sostentamento con una attività svolta all’esterno al nucleo familiare;
  • somatizzare ancora lo stress di questa nostra società post-feudale che ha ridotto la famiglia ad essere un’azienda di consumo in cui la coesione tra le persone che vi appartengono è formata solo dal riunirsi per un egoistico sfruttamento del tempo libero.
Ecco rappresentata la nostra sorte in un mondo il cui modello corrisponde ad un continuo cambiamento e dove sembra diventare sempre più difficile ed oneroso vivere nel modo tradizionale.
Dico sembra, perché sposarsi e mettere su famiglia è sempre stato complicato, costoso e rischioso ma, come da sempre, famiglia e figli continuano a formarsi come il frutto esclusivo dell'amore.
Le teorie che hanno in qualche modo posto alla base della società qualcosa di diverso della famiglia liberamente costituita dalla coppia uomo-donna, sono miseramente fallite causando il collasso antropologico.
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Quali le conclusioni si debbono trarre da questi miei pensieri?
A mio parere, non si può vivere abbandonati a sé stessi in un'orda di sbandati nella quale niente ha una misura comune. Si vive invece in un mondo dove norme essenziali regolano i rapporti interpersonali: queste norme, tuttavia, non possono travalicare, come detto sopra, il principio di consentire a tutti una convivenza produttrice di un benessere compatibile con l'idea che ognuno ha della propria felicità che consiste appunto nell'essere liberi di disporre di ciò che si ha, di ciò che si produce e di ciò che si fa.
In ognuno di noi esiste il bisogno essenziale di norme: per comunicare, per espletare le attività preferite e per completare la nostra esistenza in una cornice di concordia.
La felicità, nel senso terreno, non può avere altro significato.
Oggi non è più il caso di considerare soddisfacente l'esistenza delle persone in comunità con peculiari connotati sociali come la tribù il feudo, la città nelle quali l'equilibrio si forma attorno a persone che si muovono in uno spazio territoriale limitato.
In passato, la rottura dell'equilibrio avveniva per cause esterne (carestie, cataclismi, guerre) a seguito delle quali i gruppi si ricomponevano secondo la struttura analoga a quella antecedente; oggi, invece, per effetto della globalizzazione politico-sociale che coinvolge il mondo intero, occorre considerare l'esistenza delle singole persone non più ricomposte in singoli gruppi territoriali o classi, ma come unità dell'intero consorzio umano, dando adito ad una nuova forma di coesione sociale legata all'adozione condivisa di principi etici che portino le persone a condurre la propria esistenza secondo un progetto di vita ispirato al reciproco rispetto e alla pacifica convivenza.
La religione può costituire un ottimo stimolo per creare questo nuovo paradigma di società globale che non porta alla multiculturalità e alla tolleranza, ma ad una socialità legata dalla solidarietà nel coltivare interessi comuni condivisi.
I quattro grandi movimenti filosofico-religiosi oggi esistenti, ognuno dei quali è caratterizzato da una propria formula per conciliare i rapporti interpersonali con il progetto di vita di ciascuno, a mio parere, sono perfettamente compatibili per creare un futuro ordine di pace universale.
Non si tratta di conoscere quale sia la verità trascendentale che ci lega a questo mondo, ma di essere coscienti che le quattro dottrine propugnate affermano tutte una verità universalmente vera e che non si contraddicono tra loro. In pillole, queste sono le rispettive filosofie di vita.
  • Dottrine giudaico cristiane – Fai agli altri ciò che vorresti che fosse fatto a te (filosofia della libertà)
  • Islam - Il progetto segue il percorso di vita che è scritto per ognuno (filosofia della necessità)
  • Taoismo – Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te (filosofia del non fare)
  • Buddismo – La vita è dolore (filosofia della cessazione del desiderio che provoca il dolore)
Ciò significa che l'essere umano è libero di formare un progetto che ha origine dalla libertà di esistere secondo un ordine guida indipendentemente dal modo come ne venga progettato il percorso. Questo ordine è implicito ed equivalente in tutte le religioni e non c'è ragione di cercarne uno diverso tra le quattro proposte etiche che ho menzionato.
Le divergenze nascono a valle di questo ordine fondamentale, laddove il modo di vita creato dalle risorse accessibili, impone regole specifiche che si compongono in un corpo legislativo dal quale nascono le regole comportamentali volte a realizzare l'equilibrio sociale.
Il diritto naturale è un diritto non scritto, ma connaturato in ogni essere umano dalla nascita. Si nasce liberi di avere per sé tutto ciò che serve per crescere. Questa libertà ha dei vincoli che sono insiti nelle risorse che non sono illimitate, specie quando la complessità esistenziale cresce per effetto di un'estensione diffusa di benessere.
Allora, le scarne regole comportamentali imposte dal diritto naturale sono corrotte dall'imposizione di diritti e doveri che limitano la libertà individuale riconducendola a derivare da ideologie propugnanti classi esclusive che portano a condurre un'esistenza contrastante con gli anzidetti principi di vita fondati sul reciproco rispetto e sulla pacifica convivenza.
Per questa ragione, le leggi tendono a non comprendere un diritto originario valido universalmente che pure esiste! Le Costituzioni nazionali fanno discendere il diritto dalla sovranità che, indipendentemente dal fatto che nasca dal re o dal popolo, obnubila l'ordine originario al quale più sopra accennavo e cioè al diritto" pre scritto" che presiede alla conservazione della nostra specie e quello per la conservazione della nostra dignità umana come singoli esseri coscienti e pensanti.
E' quindi necessario ideare  un modus vivendi, fondato su solidi principi etici condivisi, che pervada tutte le forme organizzative e sociali e che consenta al consorzio umano di cogliere, per ognuno dei partecipanti, le migliori opportunità per coltivare un proprio progetto di vita compatibile con il benessere di tutti e con la felicità che ognuno è capace di trarne.
Insomma, il progetto di vita si svolge nel contesto di un'etica adeguata all'ambiente nel quale i singoli trascorrono l'esistenza interagendo con i fatti esterni accidentali che, in parte, originano dal gruppo sociale di appartenenza e, in parte, sorgono dagli eventi naturali non collegati alla volontà umana.

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Il tema trattato è presente anche nella sezione "L'Attimo fatale" nel sito:
http://www.pibond.it/argomenti/l_attimo_fatale/il_progetto_di_vita.htm

20 commenti:

  1. Certo che scrivi bene.
    Il discorso che fai è molto lungo e molto complesso. Per la maggior parte fai affermazioni condivisibili perchè basate sull'osservazione dei fatti.
    Tuttavia non posso dirmi d'accordo quando proponi di basare la socialità su una religione condivisa. E' appurato che le religioni causano solo problemi perchè si basano su assunti sbagliati e falaci, che possono durare qualche tempo ma poi vengono erosi dal ragionamento e dal dubbio.
    Qualche riga più sotto tu stesso però ti dai già l'alternativa logica: basare l'etica comune su quelle che sono le caratteristiche naturali connaturate a tutti. Potremmo chiamarla etica atea, che non si discosta molto da quella di nessuna religione: in fondo sono le religioni che hanno attinto a questo bacino di modus vivendi e ci hanno ricamato sopra.

    L'idea di predisporre un progetto di vita, più che alla ricerca della felicità, tenderei a legarla al concetto di realizzazione personale. La mia esperienza, per quanto ancora ai primorid, mi dice che mi sento in qualche modo più realizzato nel tentativo di imbastire una famiglia mia; è poi ovvio che questo mi rende felice. Oppure è vero il contrario: sono felice e quindi mi sento realizzato? Io tendo al primo approccio.
    Detto ciò e legandomi ai tuoi discorsi sulla società in generale, si dovrebbe garantire un modus vivendi che porti gli individui a perseguire una realizzazione personale finalizzata alla crescita dell'intero gruppo di appartenenza. Sarà che il lavoro nobilita l'uomo, ma non siamo certo animali da soma o da fatica: siamo "canne pensanti" e come tali dobbiamo realizzarci. Seguire virtute e conoscenza è la giusta via.

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  2. Hai colto pienamente l’aspetto debole del mio pensiero.
    Tu dici che “è appurato che le religioni causano solo problemi perchè si basano su assunti sbagliati e fallaci, che possono durare qualche tempo ma poi vengono erosi dal ragionamento e dal dubbio” ed hai ragione.
    Ma, in realtà desidero esprimere un concetto diverso che non mi è ancora del tutto chiaro.
    Si tratta del fatto che nelle proposte dei quattro grandi movimenti religiosi monoteisti, non ravviso contraddizioni che possono portare a contrasti sociali.
    Pertanto una società nella quale c’è chi pratica la filosofia della libertà e chi quella della necessità non dà luogo necessariamente a contrasti.
    I contrasti nascono dalle etiche comportamentali basate sugli usi e sui costumi, sulle mode e su altri accidenti che rompono gli equilibri.
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    Mio cognato è mussulmano, non praticante; io sono cattolico praticante. E’ il mio migliore amico. Qualche volta abbiamo parlato di religione (di nascosto alle rispettive mogli) e ci siamo creati la convinzione che la nostra amicizia è pienamente compatibile con le diverse idee religiose che professiamo, e non c’è atto, proposta progetto comune che realizziamo in maniera discorde.
    Abbiamo scoperto e provato – sperimentalmente – che la filosofia di vita più difficile da seguire è la mia: quella cristiana.
    Nejib ed io seguiamo gli stesso principi etici comportamentali, ed io mi trovo in maggiori difficoltà perché amare chi ti odia è la cosa più difficile della vita.
    Il Cristiano si fa odiare perché impone l’amore.
    Il Mussulmano sa che Dio lo metterà sulla sua giusta strada.
    Il Taoista bada ai fatti suoi.
    Il Buddista passa il tempo a togliersi il dolore di dosso.
    Sostengo queste banalità perché, nel loro insieme, queste filosofie si ritrovano in tutti i movimenti religiosi, non solo, ma in tutte le forme sociali nelle quali l’uomo si è ritrovato a vivere.
    Dal ché si deduce che non sono le diverse religioni ad essere di ostacolo ad una pacifica convivenza nella società globale, ma – come direbbe Pareto - le derivazioni dalle quali gruppi umani fanno scaturire i loro residui.
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    A proposito, amico Kara, ti ringrazio di avermi suggerito di leggere “L’atomo sociale” di Mark Buchman. Ne ho appena iniziato la lettura. Strutture e persone: questa è forse la soluzione giusta.


    http://www.pibond.it/argomenti/eventi_di_ieri_visti_oggi/derivazioni_e_residui.htm

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  3. Ho letto il tuo lungo e complesso trattato sulla ricerca della felicità.
    Anch'io una volta la cercavo, ma senza mai trovarla, e allora ho smesso di cercarla perché ho capito che se cerchi una cosa vuol dire che non ce l'hai.
    Così la felicità arriva quando vuole e quando vuole se ne va. Ed io mi limito ad osservare quel che mi succede, gioendo o soffrendo a seconda dei casi. Semplice, no? Ciao, Alfredo.

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  4. Così la felicità arriva quando vuole e quando vuole se ne và. Ed io mi limito ad osservare quel che mi succede, gioendo o soffrendo a seconda dei casi. E' appunto la definizione di felicità che attribuisco alla persona libera. La felicità non appartiene alla sfera sociale. La felicità collettiva non esiste. In mezzo al popolo giubilante c'è sempre chi soffre ed è infelice.
    La felicità non è gestibile ed è appunto per questo che nel post sostengo:
    “… E' quindi necessario che esista un modus vivendi, fondato su solidi principi etici condivisi, che pervada in tutte le forme organizzative sociali e che consenta al consorzio umano di cogliere per ognuno dei partecipanti le migliori opportunità per coltivare un proprio progetto di vita compatibile con il benessere di tutti e con la felicità che ognuno è capace di trarne”.
    Alfredo: tu sei il prototipo dell’ognuno dei partecipanti! Questa affermazione mi porta a completare la risposta all’amico Kara il quale conclude il discorso dicendo:
    … legandomi ai tuoi discorsi sulla società in generale, si dovrebbe garantire un modus vivendi che porti gli individui a perseguire una realizzazione personale finalizzata alla crescita dell'intero gruppo di appartenenza..
    Quanto afferma Kara potrebbe, da solo, essere il tema di un trattato, a partire dal “si dovrebbe”. Chi dovrebbe? Il concetto di dovere appartiene al diritto e il diritto non può sovrastare la libertà (Croce). Ma qualcuno pur “dovrebbe” proporre ed altri “dovrebbero” attuare. Una volta raggiunto l’equilibrio sociale nessuno “dovrebbe”, ma quando la società è disgregata non basta dire “si dovrebbe”, ma “si deve”.
    Alfredo è un liberal popolare, Kara, un democratico. Autentici, entrambi.
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    Quando ancora si stavano costituendo il Popolo delle Libertà ed il Partito Democratico ebbi a scrivere sul mio sito:
    http://www.pibond.it/argomenti/eventi_di_ieri_visti_oggi/tre_pilastri.htm
    e a ribadire (omettendo i neologismi paretiani assai indigesti) in questo blog:
    http://pibond.blogspot.com/2008/02/un-buon-inizio_22.html
    … ho tentato di trarre tra le ideologie ispirate al liberalismo e al socialismo un legame che consenta di formulare un sostegno di idee perché entrambe queste condizioni siano soddisfatte. Dal ché si potrebbe far conseguire maggiore efficienza alla reattività sociale col gestire le risorse verso obiettivi e priorità diversificati nel modo, ma comuni per le finalità:
    - il socialismo perché tende realizzare il benessere sociale per una felicità che si presume di tutti;•
    - il liberalismo perché tende a realizzare il benessere di tutti nella società, per la felicità che ognuno pensa di realizzare per se stesso.

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  5. "Alfredo è un liberal popolare" ???
    Scusa Piero, ma politicamente sto a zero e non so proprio cosa vuol dire liberal-popolare. Inoltre sto facendo un lavoro di regressione, giorno per giorno, per cercare di disimparare tutto ciò che ho appreso o che mi hanno insegnato.
    Non voglio credere più a niente, tranne a ciò che mi costruisco da me. Non so se un liberal-popolare è colui che fa programmi di vita scandendoli ora per ora, ma è l'unica filosofia di vita che mi consente di realizzare quasi tutte le mie semplici e blande aspettative. Mia madre, poco prima di morire, nel 1997 (aveva 90 anni) mi disse con l'ultimo filo di voce che le era rimasto: "tutto quello che fai è perso" - Ma cosa stai dicendo, la casa, la famiglia, i figli... obiettai. "Poi te ne accorgerai" replicò. E aveva ragione. Sono tutte illusioni, soltanto costruzioni mentali. Siamo soltanto dei fotogrammi di un lungo ed avvincente film tridimensionale che è già stato girato... L'uomo non ha un solo scopo: quello di produrre emozioni per chi se ne nutre, osservandoci.

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  6. Caro Alfredo,
    per ora richiamo solo quanto ho scritto, nel quarto capoverso di questo post:
    " La persona singola non vive sola; vive e si integra nella famiglia e nella società. Esser soli come Jean Jaques Rousseau (1712-1778) per godere delle cose del mondo conduce irrimediabilmente alla disperazione".
    I miei interessi sono solo rivolti
    alle persone organizzate in società che interagiscono tra gruppi sociali etrogenei. E' per questo che ti classifico tra i liberal popolari: liberale in quanto non accetti nessun vincolo; popolare perchè - in ogni caso - sei ben accetto dagli altri.

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  7. Caro Pietro,
    non so se debbo sentirmi lusingato quando mi definisci:
    "liberale in quanto non accetti nessun vincolo; popolare perchè - in ogni caso - sei ben accetto dagli altri"
    perché, mentre condivido pienamente la prima parte, molto spesso, anzi quasi sempre, il non accettare alcun vincolo mi rende poco socievole (dicono di me che sono burbero ed ho la scorza dura) e di conseguenza poco accetto agli altri (fatta eccezione, ovviamente, per mia moglie e le due figlie grandicelle). Eppure sto bene così, è nella mia natura non cercare amicizie e consensi, e quando queste collimano con il mio modo di pensare, mi metto in preallarme, perché so che mi creerebbero quei vincoli ai quali non desidero essere sottomesso.
    Buona giornata, Pietro.

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  8. Contrariamente a quanto appare da ciò che scrivo, sono un personaggio scomodo e piuttosto scontroso. Ciò non toglie che ho la sensazione che gli altri mi vogliano bene perchè sono leale ed ho il massimo rispetto del prossimo: aspetto dagli altri di essere contraccambiato.
    Altrimenti faccio finta di non conoscerli e aspetto che vengano a Canossa: se non vengono ciccia!!

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  9. Non sono convinto che l'uomo sia libero. Questo corpo e questa mente formano un microcosmo cellulare pressoché incomprensibile ed ingestibile. Non siamo liberi di poter cambiare il passato, che rappresentava il futuro di un passato ancora più remoto, quindi non siamo liberi neppure di cambiare il futuro.
    E non possiamo cambiare il presente, perchè questo stesso momento è troppo veloce per i nostri riflessi. Siamo tutti attori di un film che è già stato girato e qualunque azione decidiamo di fare e facciamo, rientra in un copione già scritto. Ma non ne abbiamo memoria, ed è questo che ci fa illudere di essere liberi.
    Sicuramente anche questo commento era già stato previsto...

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  10. Nel presente - che è un'attimo del divenire - l'essere si manifesta, attraverso l'arbitrio ed il piacimento, come attore del cambiamnento. Tutto sta nel capire se l'attore sia più o meno vincolato nell'agire e se la sua azione è efficace per gli effetti desiderati.
    Passato e futuro ( e quindi il tempo) sono un'illusione. Agostino diceva:
    " Non ci sono tre tempi, il passato, il presente e il futuro ma soltanto tre presenti: il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro.
    Ahimè i nostri pensieri ripercorrono quelli del passato e dire qualcosa di originale è quasi impossibile.
    Ciò non toglie che siamo liberi: molto vincolati ma liberi: anche se siamo in prigione e il nostro arbitrio ci porta a bere cicuta in un calice.
    Come Socrate.
    http://www.pibond.it/argomenti/eventi_di_oggi_visti_ieri/l_ancora_della_memoria.htm

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  11. Se tu fossi stato veramente libero, Pietro, avresti anche potuto non replicare a ciò che avevo scritto.
    Invece il mio commento ti ha in qualche modo vincolato e tu sei stato indotto a replicare, così come sto facendo io in questo momento. L'esistenza è una lunga catena di aventi che si succedono continuamente uno dopo l'altro, senza tregua, come le onde del mare. Sono libere le onde del mare? Forse si, ma solo quando il mare è una tavola blu...Ciao, Alfredo.

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  12. Mi sembra che le tue convinzioni si avvicinino molto a quelle che hanno i musulmani.
    La loro filosofia è fondata sulla necessità che si ritrova in Schelling quando afferma l'ordine del mondo implica ... l'adattamento perfetto di ogni singolo essere al suo posto, alla sua parte alla sua funzione nel mondo; giacché come ingranaggio dell'ordine totale ogni essere è fatto per ciò che fa.
    La filosofia dei cristiani è il libero arbitrio che si ritrova in Leibniz quando afferma che Dio inclina senza necessitare e la libertà dell'uomo non consiste nell'indeterminazione assoluta, cioè nell'arbitrio di indifferenza, ma nell'assenza di necessità e di costrizione
    In ogni caso, essendo cristiano, la mia risposta è coerente col mio progetto di vita liberamente scelto ed il tuo contributo è stato determinante nell'aumentare il successo del tema proposto.
    C'è una terza filosofia della libertà: sarà il tema che proporrò col prossimo post.

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  13. Ciao Pietro. Ho abbandonato la religione cristiana ed ogni ideologia politica da circa 40 anni. Credevo di essere finalmente fuori dalla rete. Invece, dopo appena 4 giorni di colloqui con te, mi ritrovo ancora imbrigliato: catalogato come liberal-popolare e musulmano. Ed io, invece, che credevo di essere soltanto un tipo qualunque, forse un pò spiritoso, coi baffi... (Hai capito, adesso, perché non si può essere liberi?)

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  14. 1. Hai abbandonato la religione cristiana ed ogni ideologia politica da circa 40 anni: R. eri agnostico e qualunquista;
    2. Credevi di essere finalmente fuori dalla rete. Invece, dopo appena 4 giorni di colloqui con me, ti ritrovi ancora imbrigliato: catalogato come liberal-popolare e musulmano: R. ho solo detto che quel che pensi lo si trova nel pensiero di Schelling - che in realtà era luterano - e che sei orientato verso i liberalpopolari (non penso proprio che tu abbia in simpatia i veltroniani);
    3. invece, che credevi di essere soltanto un tipo qualunque, forse un pò spiritoso, coi baffi... (Hai capito, adesso, perché non si può essere liberi?): (R: ma, scusa, che ti impedisce di tagliarti i baffi che a, mio parere, non ti donano affatto).
    N.B. se continui a mettere commenti qui, la situazione peggiorerà ancora.
    Oggi ho svolto un altro tema, aspetto un tuo commento!

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  15. Ciao Pietro,
    il discorso che proponi è molto interessante e merita di fermentare per essere meglio assimilato o discusso.
    Un'osservazione che mi preme però proporre riguarda la mia diffidenza riguardo al tema della felicità. Ho sempre pensato che è deleterio ragionare su questo argomento, perchè il tentativo di definire la felicità è molto di più del tentativo stesso. Definire la felicità è definire cosa non è felicità e forse anche per questo apri il tuo post dicendo che è più facile definire cosa non è la felicità; tutti i tentativi definitori non hanno che prodotto delle contro definizioni.
    Definire il colore rosso definisce anche cosa non è rosso e definire la felicità rischia di rendere consapevoli e giustificare le persone a essere tristi.
    Comunque devo dire che questo non mi è sembrato lo scopo del tuo ragionamento, ma mi premeva dirlo!


    per concludere:
    " Non ci sono tre tempi, il passato, il presente e il futuro ma soltanto tre presenti: il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro".

    Questa citazione l'ho trovata stupenda! è un monito di responsabilizzazione per ogni individuo, perchè riconduce il diritto e l'onere dell'azione all'agente che la produce, senza però donare poteri soprannaturali all'agente che rimane sempre un attimo in una storia.

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  16. Dunque. Ora, grazie a te, finalmente so di essere agnostico, qualunquista, luterano e di non stare simpatico a Veltroni. Ma soprattutto so che mi stanno male i baffi... Vedi, ho anche provato a tagliarmeli, ma senza baffi mia moglie non mi apre più la porta di casa: non mi riconosce!
    Se non ci credi, prova tu che normalmente non li porti, i baffi, a farteli crescere, poi vedrai cosa significa essere considerati luterani, agnostici, qualunquisti e a non tifare per Veltroni...

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  17. "... per concludere:
    " Non ci sono tre tempi, il passato, il presente e il futuro ma soltanto tre presenti: il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro". Questa citazione l'ho trovata stupenda! è un monito di responsabilizzazione per ogni individuo, perchè riconduce il diritto e l'onere dell'azione all'agente che la produce, senza però donare poteri soprannaturali all'agente che rimane sempre un attimo in una storia."

    Non so proprio se sia appropriato il tuo nomognolo (!), io, piuttosto, ti consiglierei di cambiarlo in compratore di dubbi perchè, forse inconsapevolmente, vendi certezze.
    Se leggi questa pagina vorrei aggiungere la tua citazione, perchè mi sembra risolutiva nel definire l'attimo che congiunge il nostro progetto di vita al percorso di vita; l'attimo in cui la storia si trasfigura in destino.
    http://www.pibond.it/argomenti/l_attimo_fatale/il_percorso_di_vita.htm

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  18. Alfredo carissimo, ho capito: ho cambiato idea sulla tua filosofia di vita. Penso che tu sia un caso molto difficile.
    Pappagone si chiedeva se siamo vincoli o sparpagliati.
    Ecco: tu sei vincolo e chi ti sta intorno è sparpagliato.
    Sarai libero il giorno che ti sparpaglierai.
    Tagliati i baffi!
    Simpaticamente tuo,
    Piero

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  19. Bravo Pietro!
    Ora aggiungi pure che il mio corpo "è" e "sa" la verità, malamente mente...
    Quanto ai baffi, sappi che rappresentano la mia fede pelosa stampata sulla faccia, così come la tua fede di carta è stampata sulla Bibbia.
    ( Adesso scappo perché devo andare fuori Roma e vorrei evitare il traffico degli "sparpagliati" )

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  20. qualcuno sa di gente adulta che ha intenzione di creare un progetto di vita futura? ad esempio gente che si unisca e formi unità abitative organizzate nella previsione della vecchiaia? grazie

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