Sempre attuale

Opportunità ed occupazione.

Occupazione per attuare progetti e progetti per creare occupazione sono i cardini sui quali ruota la libertà dei cittadini. La distinzion...

25 giugno 2016


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Consumo e risparmio


In corso di revisione e completamento
Quando il conflitto tra impresa e lavoro non sarà più gestito dai sindacati ma da forme associative, i proprietari saranno messi a tacere con le loro vicende personali. 


Le tensioni sociali che si manifestano in questa nostra civiltà industrializzata, hanno origine guardando questo grafico dove pongo in evidenza che il conflitto sussistente tra Lavoro e Impresa si risolve, con la contrattazione individuale o collettiva. Il conflitto consiste nella pressione determinata dalla forza lavoro nei riguardi della forza prodotto/mercato. Forza lavoro e forza prodotto/mercato operano in controtendenza e s'annullano quando l'offerta dei beni eccede la domanda e il magazzino del venditore è pieno.
Si osserva inoltre che, quando il profitto è conseguito dal lavoratore (imprenditore, professionista, artigiano) costui tiene, col capitalista, un rapporto corporativo, mentre, invece, l'imprenditore diventa capitalista padrone in forma fisica o giuridica. Sta di fatto che il conflitto nasce tra Capitale e Lavoro alla ricerca del punto di separazione tra profitto e salario!
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In quest’altro grafico figura il ciclo economico virtuoso dove si osserva la collaborazione tra imprenditore e lavoratore, come fossero entrambi, la stessa persona. 
L'impresa realizza salari e profitti che tornano alla Persona intesa sia come lavoratore sia come imprenditore. Al netto dei consumi di entrambi in beni di consumo o da capitalizzare, si forma il risparmio che accede alla BIG e da questa passa al FCI. L’imprenditore preleva, tramite la BCO dal proprio fondo quanto gli serve per gli investimenti nella propria impresa e per il circolante. Il lavoratore, anch'esso dai propri fondi, preleva quanto gli è necessario per esigenze indipendenti da quelle dell'impresa. Occorre vietare il reinvestimento degli utili nella propria impresa. (Caso cooperative d'acquisto e/o di vendita: la grande madre del conflitto d'interessi.)
Attualmente, in Italia, il lavoratore non risparmia e quei pochi risparmi sono prelevati dall’Agenzia delle entrate e dai depositi presso le coop. Le piccole e medie imprese non realizzano utili. Non è attuata la separazione tra le Banche d’investimento e gestioni e le Banche commerciali.
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Trump si troverà ad affrontare un grave problema. Ripercorrere la strada del consumo già calpestata da Reagen, oppure affrontare il ripopolamento della campagna e dei borghi giungendo ad un equilibrio che non riguarda più i salari e i profitti, ma l'occupazione e il capitale da investire con bassi rendimenti. Questa è la new economy. La premessa è rinegoziare il debito sovrano.
La ricerca e gli aggiornamenti tecnologici seguiranno questo binario.
Aggiornato a Roma -  2 marzo 2017

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La critica alla teoria neoclassica del valore e della distribuzione è stata sviluppata a partire dal dibattito sul concetto di capitale, sulla funzione aggregata di produzione e sul ritorno delle tecniche in seguito alla ricezione di Produzione di merci a mezzo di merci (1960) di Piero Sraffa.
 In questo libro schematico ed enigmatico si dimostra, in un centinaio di pagine, l’impossibilità di concepire il capitale come una merce, di cui il profitto possa essere considerato il prezzo, essendo il capitale in realtà un insieme di mezzi di produzione eterogenei. Da ciò consegue che il capitale non può essere dato, cioè misurato in termini di valore, indipendentemente dalla determinazione dei valori delle merci che lo costituiscono e anteriormente ad essa. Se questo non è possibile, allora non è possibile nemmeno misurare il prodotto marginale del capitale, e nemmeno quello del lavoro. Pertanto non esiste la possibilità di risolvere il problema distributivo adottando l’impianto marginalista, che calcola il profitto e il salario d’equilibrio proprio sulla base dei prodotti marginali di capitale e lavoro. Ne deriva che la divina armonia distributiva sancita dai neoclassici non è dimostrabile: non esiste quindi nessun livello “naturale” del salario, e di conseguenza nessuna configurazione distributiva del prodotto sociale d’equilibrio. Esistono invece limiti alquanto ampi entro i quali le quote distributive possono variare, ed entro tali limiti la situazione viene determinata in primo luogo dalle influenze storiche esercitate gradualmente dalle forze sociali e politiche." Piero Sraffa.
Al riguardo Giovanni Demaria concepì i Fatti entelechiani prelevandoli dalla filosofia aristotelica e il Fattore di propagazione economica. Io aggiungo sociale.

Aggiornato a Roma - 9 aprile 2018
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Se "non esiste quindi nessun livello “naturale” del salario, e di conseguenza nessuna configurazione distributiva del prodotto sociale d’equilibrio" deduco che nulla è dovuto dalle utilities  per restituire denaro emesso dallo Stato, in quanto questo denaro è stato emesso per servizi ed opere strutturali, proprio a beneficio dei cittadini tutti. 
Roma 10 maggio 2018
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Consumo e risparmio

Quando il conflitto tra impresa e lavoro non sarà più gestito ai sindacati ma da forme associative, i profittatori scompari-ranno e i capitalisti saranno messi a tacere negli affari 
delle proprie imprese.

Nel grafico qui a fianco appare che le tensioni sociali che si manifestano in questa nostra civiltà industrializzata, hanno origine dal conflitto sussistente tra lavoro e capitale. In realtà, avviene con l'imprenditore considerato come padrone. Oggi, il conflitto non dovrebbe più sussistere perché, contrariamente al passato, l'offerta dei beni eccede la domanda e nessuno più produce per il magazzino.

24 giugno 2016

Il torpedone 2

Gli elettori inglesi e scozzesi, col referendum appena decorso, si sono dati tre opportunità: uscire, restare o proporci un'Europa migliore*.


Vincenzo Fano, in data 24 luglio 2015 ore 8:47 scrive sul Diario Fecebook: Un numero infinito di matematici entra in un bar e il barista chiede loro: "Cosa vi porto?". Il primo matematico risponde: "Io prendo un mezzo boccale di birra". Il secondo dichiara quindi. "Io ne prendo un quarto", il terzo: "Io un sedicesimo"... Il barista li interrompe, riempie un solo boccale di birra e dice: "Basta così ragazzi, conosco i vostri limiti".

06 giugno 2016

La religione tra il volere e il dovere

Gli atti costitutivi delle Nazioni fanno nascere il diritto dalla sovranità che, indipendentemente dall’essere concesse dal re o autoproclamate dal popolo, obnubilano l'ordine originario dei valori universali, vale a dire che insidiano la conservazione della dignità umana intesa come insieme di singole Persone memori, coscienti e pensanti. 


Il sentimento religioso è atavico, e trova le sue radici nella storia. Dalla creazione dell’uomo o dal suo mutare da bestia, l’Istinto ha dovuto essere sorretto dalla deontologia: il che vuol dire che, nell’agire, un fine non può essere che il risultato dell'utilizzo di giusti mezzi. Non ha senso parlare di morale in organismi che si alimentano solo per figliare o per compiacersi nel proprio benessere; è corretto, invece, un organismo siffatto si sottoponga a regole quando abbia la facoltà di derogare all'istinto di sola sopravvivenza con un atto di egoismo cosciente. 
Così riconosciamo che la crescita dell’umanità si fonda sull'altruismo e trascina con sé quella religiosa sia pure con ritmi molto rallentati.