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02 maggio 2009

Diritto e giustizia, o libertà e responsabilità?

Ogni tanto mi soffermo su Google nel ricercare quanto è segnalato sotto il mio nome.

Ebbene, oggi vedo un mio commento del 28 ottobre 2006 al post di Vincenzo Fano – Professore di logica e filosofia delle scienza sul suo blog “Vivere est philosopphari”.

Da qualche tempo cerco di coniugare i concetti di libertà e responsabilità pensandoli collegati alla giustizia attraverso il diritto
A mio parere, se gli uomini fossero tutti buoni gli uni con gli altri, non occorrerebbe la statuizione di un diritto, e chi avesse in animo di fare il giudice o l'avvocato, potrebbe passare  miglior tempo per andare in riva al fiume a pescare.
Ma prima di ragionare oltre, desidero riportare il testo del post e del relativo commento, così come appare  su: 
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Ottobre 21, 2006
DIRITTO E GIUSTIZIA

E’ giusto violare la legge per un fine giusto? Platone nel Critone ci dice di no: Socrate rifiuta di salvarsi dalla condanna ingiusta evadendo, perché non vuole violare le leggi della città che rispetta. Anche Kant respinge la violazione della legittimità, anche se quest’ultima è ingiusta, perché altrimenti l’unica nostra ancora di salvezza contro le barbarie, cioè il diritto che deriva dal patto sociale, verrebbe infranto. Qualcosa non mi convince in questa prospettiva eccessivamente conservatrice. Se questi autori riconoscono una nozione di giustizia che è più originaria di quella del diritto, è alla prima e non al secondo che devono tener fede. Ovvero se Socrate riteneva di dare origine a maggiore ingiustizia evadendo piuttosto che bevendo la cicuta, allora ha fatto bene ad affrontare la morte, ma il passivo accettare leggi ingiuste solo perché sono leggi non sembra essere una buona politica. Quello che è sicuro è che non si può agire ingiustamente per un fine giusto, come vorrebbero tutti i teorici della ragion di stato, da Machiavelli in poi, perchè questo quasi sempre aumenta l’ingiustizia invece di diminuirla a causa di una naturale eterogenesi dei fini. Se, ad esempio, come fece Lenin, istauro una dittatura per favorire gli operai e i contadini contro i piccoli proprietari e le gerarchie zariste, ottengo che la dittatura resta assieme alle ingiustizie sociali, come purtroppo è successo dopo la sua morte.
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  • Pietro Bondanini Says:
    October 28th, 2006 at 5:19 pm e
  • Credo che la domanda sia posta in un contesto che consente solo una risposta articolata.
    A mio parere occorre partire dalle azioni degli uomini e valutarne il loro insieme coordinato in riferimento al fine per le quali sono compiute. Il giudizio emana dalla corrispondenza dei singoli atti a principi etici di convivenza condivisi e non negoziabili.
    Laddove un atto non corrisponda ad un principio etico, significa che quest’atto appartiene alla sfera delle libertà individuali. Se le persone appartenenti ad un organismo sociale condividono principi etici comuni, queste si danno leggi solo per i rapporti che possano costituire motivo di controversia.
    Se una legge è ingiusta, vuol dire che viene meno la condivisione e si viola un principio di libertà.
    Se una legge è difforme agli anzidetti principi, essa non può che essere ingiusta, salvo il fatto che si integrino o si modifichino i principi stessi e che, in ogni caso, dovranno essere innovati.
    Ne discende che, sotto il profilo legale, violare una legge non è giusto; sotto il profilo morale è giusto violarla solo se gli atti commessi sono eticamente conformi.
    In poche parole, il giudice della legge dirà che non è giusto violare la legge; il giudice politico o filosofo dirà che la legge è ingiusta e pertanto deve essere abrogata. Socrate si è immolato per salvare un principio etico.
    Quanti sono i Socrate che si sono immolati? Quanti i martiri della libertà?
    Tremo quando sento parlare di obbedienza cieca ed assoluta!
    Estendo una domanda che faccio a me stesso.
    Si può parlare di questo tema non citando Machiavelli?
    Per liquidarlo, ne parlo in Cosa e come (cliccare qui). Qui ne riporto il primo capoverso.
    “Ogni azione umana è contraddistinta da un cosa e da un come. Fini e mezzi, nel significato che Machiavelli ha voluto dare a questi termini, sono entità troppo vaghe per definire le componenti dell’azione: perché il fine è riferito al progetto perseguito, mentre il mezzo è l’insieme delle singole azioni poste in essere per conseguirlo. Questa distinzione è essenziale per analizzare il comportamento della persona, in quanto, per ottenere un fine buono, il senso morale comune non consente la messa in opera di una serie di azioni cattive.”
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    Rileggendo il testo del post e del relativo commento, noto ora che all’atto autolesionistico di Socrate si possono dare due spiegazioni apparentemente contrastanti.
    V., nel post, sostiene che “non si può agire ingiustamente per un fine giusto, come vorrebbero tutti i teorici della ragion di stato, da Machiavelli in poi, perchè questo quasi sempre aumenta l’ingiustizia invece di diminuirla a causa di una naturale eterogenesi dei fini”.
    P., nel commento, sostiene che, pur citando Machiavelli, “per ottenere un fine buono, il senso morale comune non consente la messa in opera di una serie di azioni cattive”.
    Penso che sia opportuno integrare i due concetti, sostenendo che è appunto il senso morale condiviso che rifiuta l’eterogenesi dei fini quando vi si scopra un contrasto e non quando questo contrasto non si riveli..
    Infatti non si può parlare di giustizia a prescindere dal danno.
    Quando una persona provoca un danno si determina un effetto malefico sulla società indipendentemente che si violi o meno un principio giuridico elaborato al fine di statuire modalità comportamentali nei rapporti interpersonali.
    Leggi troppo invasive limitano la libertà e queste pesano quando sono rivolte su persone già associate in gruppi fortemente coesi.
    Queste persone sono moralmente orientate ad agire per il bene comune; quindi l’eterogenesi dei fini non costituirebbe per loro un motivo di commettere azioni dannose a chicchessia.
    Quindi il caso di Socrate lo vedrei non sotto l’aspetto di “diritto e giustizia” che dovrebbe riguardare l’ambito ristretto delle azioni dannose, ma sotto quello di “libertà e responsabilità” che riguarda la coscienza della persona davanti all’esercizio dei propri diritti ed in particolare di quelli inalienabili, come quello di vivere liberamente.
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    Oggi 22 aprile 2013 aggiungo l'immagine del manifesto dedicato a Martin Luther King Jr, inserito da Anna Maria Funari, nel suo post su Facebook.