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19 ottobre 2009

La scelta giusta per la libertà


Uomo e natura non sono arbitri del destino

Il male è il fattore distruttivo fondamentale della libertà. Intendere la libertà come autodeterminazione, significa che l’uomo è libero di fare il bene o fare il male, mentre – in realtà – nell’agire, non gli è possibile seguire un profilo di rigorose certezze. Infatti, nel fare, non è in grado di sapere se fa bene o fa male e quindi agisce con minore o maggiore ragionevolezza in base alle sue conoscenze e capacità operative.
L’esito d’ogni atto è influenzato dalle attese e saranno tanto accettate quanto più esse saranno soddisfatte; sarà bene, se i risultati corrispondono a quelle sperate, e male in caso contrario. L’alea nel progetto di vita umano è condizionata da effetti esterni alla volontà dell’attore; ne consegue che l’uomo, pur libero di fare, non è arbitro del proprio destino.
E il destino dell’uomo non dipende nemmeno dalla natura, perché l’uomo stesso vive in essa come attore, n’è coinvolto e ne fa parte.
C’è solo da chiedere se la natura eserciti un dominio su tutto ciò che fa o se proceda secondo un destino ineluttabile.
Ogni persona conduce la propria esistenza sotto l’effetto di sentimenti, stimoli e passioni interagenti con la natura.
La natura si mostra all’uomo suscitando stimoli benevoli o malevoli, per essere utilizzata a suo uso e consumo, consentendogli di sviluppare un suo progetto di vita.
La responsabilità origina dalla consapevolezza per mezzo della quale l’uomo compie le proprie scelte. Questa consapevolezza abita nella coscienza di ognuno.
Se l’effetto di un’azione umana è male, non necessariamente questa è generata da un’intenzione cattiva, mentre se è bene, può scaturire anche da intenzioni cattive. Uccidere, rubare, biasimare o punire, non sono mali, perché i presupposti del giudizio sono, da una parte, la coscienza(1) delle conseguenze di ciò che si fa e dall’altra, il vincolo che sussiste tra ogni atto compiuto consciamente sugli effetti scaturenti dall’atto stesso. Per converso, un atto compiuto inconsciamente, corrisponde ad un fatto naturale del tutto indipendente da una responsabilità specifica, ma solo ad una mera causa che ricade nell’ineluttabile dinamica dei fatti non sottoponibili a giudizio ma solo ad una loro mera osservazione.
Allora, a chi attribuire il male?
Se il male non è attribuibile a Dio, come affermano i teologi, e nemmeno all’uomo perché simile a Dio, è ragionevole pensare che bene e male siano entrambi insiti nella natura e riguardino lo scorrere degli eventi secondo le tracce ricavabili dalla storia. In essa, l’uomo, come persona dotata di coscienza, ha il dono peculiare ed unico di svelare i segreti della natura e, nello stesso tempo, di apprezzare, secondo il suo giudizio, l’effetto delle modificazioni che in essa compie.
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(1) Teodorico Moretti Costanzi, in “Etica nelle sue condizioni necessarie” del 1965, nella nota 2 al Capitolo primo scrive: “Sia ben chiaro - ed è una precisazione, questa, cui mi costringono il fraintendimento e la pigrizia mentale tenacissime della generazione idealistica che ancora vegeta - che quando si dice “Coscienza”, … in tale senso l’uso del plurale del termine stesso (le Coscienze”) resta vietato ed interdetto. Noi non possediamo ed esauriamo la coscienza, bensì siamo degli io, cointelligenti, nella misura in cui rientriamo in essa come in un ambito. …

Etica ed intenzione

E’ noto che l’uomo è capace di comporre un proprio progetto di vita che supera la contingenza dello scorrere naturale delle cose aprendo davanti a sé orizzonti che lo svincolano dal dedicare tempo per soddisfare solo bisogni fisiologici di sopravvivenza.
Alcune specie d’animali godono anche di questa caratteristica, come le api, le formiche, le termiti, i castori ecc. ma l’uomo ha una caratteristica peculiare in più: quella, propria d’ogni individuo, di saper fare un progetto originale di vita del tutto svincolato dallo scorrere del tempo e dalle stagioni. Da qui deriva il fatto che la percezione della libertà scaturisce da quanto tempo l’uomo riesce a sottrarre dalle contingenze nel procacciarsi le risorse necessarie alle sue funzioni fisiologiche, per esprimere liberamente le sue potenzialità sul tracciato del progetto.
Il progetto si fonda su di un complesso di principi ispiratori e di vincoli. Il progetto prevede vari percorsi alternativi o complementari, ognuno dei quali con caratteristiche proprie di rischio. Le intenzioni sono valutate sulla base della rischiosità di ognuna di esse e dei vincoli costituiti dall’insieme di regole di carattere deontologico, la cui validità è da valutare sul piano dell’utilità sociale.
La fase operativa del progetto si sviluppa nella manifestazione delle intenzioni che si concretizzano con la volontà di agire.

Volontà come potenza

Ogni azione ha inizio con l’intendimento di fare qualcosa secondo un certo schema. Favorire od ostacolare un processo in divenire; significa che la volontà – sollecitata dagli stimoli e dalle passioni - si trasforma in potenza d’intervento e promana diffondendosi come forza interagente e modificatrice nella natura.
La formulazione del giudizio, con l’intento di stabilire un atto di giustizia riparatrice di un danno susseguente all’errore, va concepito non sui fatti, ma in base ai fatti, sull’attività in termini energetici espressa dall’uomo col proprio intervento volontario.
In realtà, come si articola la potenzialità dell’uomo sui sentimenti e passioni sopra accennati? In quale misura l’uomo è in grado di controllare i propri impulsi per non farsi sopraffare da se stesso e dalla natura?
La rettitudine, in rapporto alla deontologia propria d’ogni comunità umana, caratterizza la volontà di fare del bene e di respingere il male.

La rettitudine e la deviazione della volontà.

Agostino dichiarò che il libero arbitrio fosse una deviazione della volontà, vale a dire la facoltà in base alla quale si vuole ciò che si potrebbe rifiutare e si rifiuta ciò che si potrebbe volere. La deviazione si supera, quando si riesce a trasformare il “NON potere compiere un atto vietato dal canone etico” in “volere NON compiere un atto dal canone etico. Equivale ad affermare che, sotto l’effetto di una passione incontrollabile, si è indotti a trasgredire una regola di civile convivenza, mentre, con un atto di volontà ispirato alla rettitudine, si acquisisce la capacità di ricondurre alla norma il proprio comportamento.
In tal modo il libero arbitrio assume tutt’altro aspetto. L’uomo non è libero perché può fare del male, ma diventa libero perché ha il dominio sui propri sentimenti e la coscienza di fare solo del bene. La scelta di fare bene libera l’uomo, mentre la scelta tra fare il bene e fare il male mette in moto un circuito in cui sentimenti e passioni possono avere il predominio sulla rettitudine.
La scelta giusta per la libertà è agire per il bene e ostacolare il male.

2 commenti:

  1. Alla libertà totale ed assoluta si giunge quando bene e male si riuniscono, quando finisce la lotta fra gli opposti. (prontalfredo)

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  2. Cioe' quando non succedra' piu' niente e il tempo si arrestera'.

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