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Risonanza, biforcazioni e fluttuazioni

  Sul dilemma tra necessità e possibilità, ritengo sia determinante l'intervento di Ilya Prigogine, laddove, nella processualità...

08 ottobre 2009

Libertà e giustizia in Italia

Un gruppo di persone, a loro dire, partorite in Italia senza il loro consenso dopo vani tentativi di inserirsi in un qualsivoglia attività lavorativa in campo sociale o culturale, hanno deciso di andarsene all'estero per non farsi calpestare sino raggiungere l’età pensionabile. Costoro coltivano un blog dallo strano nome Jus Primæ Noctis.
Uno di loro (chì non so), sul mio post del 19 luglio 2009 dal titolo, “Destino il male e la liberta”, interviene con questo laconico commento:

Se il discorso si conclude con la giustizia allora possiamo prendere a modello l'Italia :)

Il succo del discorso sta tutto "sull’emoticon :)" che mi spinge a replicare con altrettanta amichevole simpatia a questo gruppo di fuoriusciti spontaneamente dall’Italia, ivi nati senza averlo chiesto.

Il modello Italia
Costoro sostengono che se il (D)estino, il (M)ale e la (L)ibertà si conclude con la (G)iustizia, possiamo prendere a modello l’(I)talia.
Sotto il profilo logico il discorso sembrerebbe perfetto, considerando le tre categorie D, M e L che si fondono in G.
Ma, se G ha per modello I, considerare I uguale a G e continuare il ragionamento da I anziché da G, è sbagliato. Sarebbe come pretendere di fare un viaggio comodo da Milano a Roma e viceversa con una FIAT 500 A (anno 1936), poi soprannominata "Topolino", debitamente restaurata.
No cari ragazzi J, si deve partire da G e vedere cosa succede in I e poi verificare cosa c’è che non va in I. Partire da I significherebbe indurre a modificare G in modo anomalo, come appunto succede nel nostro sgangherato sistema giudiziario deve la rettitudine sembra essersi volatilizzata.

La deviazione dalla rettitudine
Nel mio post, cui il commento si riferisce, accenno ai concetti etici di Agostino con riferimento alla rettitudine e alle sue deviazioni. Sostengo infatti che l’espressione della volontà si estrinseca in potenza che, applicata all’intenzione, si trasforma in azione.
Ogni azione ha inizio con l’intendimento di favorire o di ostacolare un processo in divenire; ciò vuol dire che la volontà umana – sollecitata dagli stimoli e dalle passioni – produce energia e promana nella natura diffondendosi come forze interagenti e modificatrici.
Il potenziale che scaturisce da ogni persona si estrinseca in “Io posso”, associato ad un verbo come amare, costruire, distruggere, odiare vezzeggiare, dileggiare, rubare, ammazzare, stuprare eccetera.
L’unione di “posso” ad un altro verbo come amare, ammazzare ecc. non produce danno né coinvolge nessun rapporto giudiziario (diritto/dovere) per ottenere una lode o un biasimo, ma esprime un quadro di potenzialità delle persone che potranno essere valutate ed eventualmente giudicate solo a “cose fatte”.
Lo schema si articola secondo tre modalità comportamentali:
1. Io posso …;
2. Io non posso …;
3. Io posso non. …;
Ed è questo lo schema di Agostino nel proporre il libero arbitrio come deviazione della volontà cioè quella facoltà in base alla quale si vuole ciò che si potrebbe rifiutare e si rifiuta ciò che si potrebbe volere. La deviazione si supera ogni volta che si riesca a trasformare “Io non posso ...” in “Io posso non ...”: ad esempio “Io NON posso rubare” in “Io posso NON rubare”.
Alla persona onesta è facile “poter non rubare”, al ladro è difficile “non rubare” e – pertanto - occorre prescrivergli di “non poter rubare” e condannarlo in caso di trasgressione!
La formulazione del giudizio, con l’intento di stabilire un atto di giustizia riparatrice di un danno, va concepito non sui fatti, ma in base ai fatti e sulle potenzialità espresse dal soggetto col proprio intervento volontario sui fatti. Non Dio, né la natura, possono essere giudicati, ma solo l’uomo per le “azioni compiute”.
Azioni compiute, non intenzioni, quindi!

Libertà e giustizia in Italia
Concludo con l’affermare che il “modello” di giustizia deve essere conforme ad un enunciato in base al quale la libertà appartenga ad una categoria superiore al principio di “giustizia”.
Prima c’è la libertà che si esercita con gli atti e poi c’è la giustizia che interviene quando questa venga violata nei fatti commessi.
All’opposto, considerare la libertà come un diritto vuol dire assoggettarla a vincoli condizionando l’agire dei singoli al solo manifestarsi dell’intenzione sicché ogni singola iniziativa sia scoraggiata sin dal suo nascere. Così crollerebbero le fondamenta della libertà riducendone la percezione ad essere una illusione socialmente manipolabile dalla classe eletta.
Il modello Italia, quale si evince dalla Costituzione promulgata da Capo provvisorio dello Stato italiano il 27 dicembre 1947 ed in vigore dal 1° gennaio 1948, con tutte le modificazioni da allora intervenute, non corrisponde agli anzidetti principi di libertà e di giustizia.
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19 luglio 2009

Il destino, il male e la libertà*


Libertà non è libero arbitrio, scelta tra male e bene;  ma è facoltà per far nascere  il bene dal proposito di proclamarlo come unica opportunità esistenziale:  “Io posso non fare il male”.


Il destino

La teodicea (giustizia di Dio) è una branca della teologia che studia il rapporto tra la giustizia di Dio e la presenza nel mondo del male; per tale motivo, è anche indicata come teologia naturale e, nel XIX secolo limitatamente alla cultura francese, come teologia razionale (Wikipedia).
Qui lo uso come termine (*) usa e getta, per spiegare cos’è la libertà!
Secondo Schelling , i periodi della storia rappresentano l’azione necessitante che l'ordine del mondo esercita su ogni singolo essere del mondo stesso.
Ciò implica  la necessità - quasi sempre sconosciuta, perciò cieca - che ogni singolo essere, in quanto parte dell'ordine totale, appartenga ad un mondo in cui ognuno stia al suo posto nella sua parte corrispondente alla sua funzione; giacché come ingranaggio dell'ordine totale, ogni essere è fatto per ciò che fa. 
Per il medesimo filosofo, la natura è la manifestazione dell'assoluto ed è parte o elemento della vita divina, e la provvidenza è il governo divino del mondo. 
La natura fa parte integrante del concetto di Dio come creatore dell'ordine del mondo o come quest'ordine stesso.
Secondo Leibniz, i concetti di male e della libertà si definiscono con il termine di teodicea, introdotto col titolo di una sua opera: "Saggio di Teodicea sulla bontà di Dio, la libertà dell'uomo e l'origine del male" In esso introduce la dimostrazione della giustizia divina mediante la soluzione dei due problemi fondamentali: quello del male e quello della libertà umana.
Sul primo problema, la teodicea di Leibniz risponde più specialmente alle considerazioni svolte da Pierre Bayle nel suo "Dizionario storico critico": considerazioni che in realtà non fanno che amplificare quanto avevano già detto gli Epicurei in polemica con gli Stoici.

Infatti, questi affermavano (^) che ...


Quanto precede vuol dire che l’uomo, nel porre in essere le proprie azioni, è libero di scegliere tra il male e il bene; ma ciò non è sufficiente per spiegare in modo incontrovertibile se è vero, come dice Schelling, che ogni singolo essere è al suo posto, ha la sua parte e la sua funzione nel mondo; giacché, come ingranaggio dell'ordine totale, è fatto per ciò che fa.
In realtà, secondo me, il male è il fattore distruttivo fondamentale della libertà. Intendere la libertà come autodeterminazione, significa che l’uomo gode del libero arbitrio di fare il bene o fare il male, mentre – in realtà – nell’agire, gli è impossibile seguire un profilo razionale; quindi – se non a cose fatte – mentre agisce, non è in grado di sapere se fa bene o fa male. 
La libertà è condizionata dal fattore rischio che si sviluppa nel non conoscere, da subito, l’esisto del fare, e ciò per effetto dell’incertezza sull’esito che si rivelerà essere, vera o falsa l'aspettativa conseguente alle determinazioni iniziale. 

Queste considerazioni sono già sufficienti per ritenere che il destino non dipende dall’uomo, né dalla natura. All’uomo, manca il sostegno della razionalità su tutto ciò che fa, mentre alla natura manca quello della coscienza; c'è solo da chiederci se avanti alla natura esista un progetto al quale senza dubbio anche l'uomo partecipa.
°°°
Ogni persona conduce la propria esistenza sotto stimoli sollecitati da un motore che coinvolge sentimenti e passioni sotto gli stimoli scatenanti della natura. La natura mostra continuamente - quasi fosse una cartina di tornasole - i suoi effetti per essere valutati dall’uomo come stimoli benevoli o malevoli nella predisposizione continua delle opere previste dal suo progetto esistenziale che si sviluppa lungo un percorso più o meno ostacolato.
Se l’effetto di un azione è male, non necessariamente questa è generata da un’intenzione cattiva, mentre se è bene, può essere un risultato conseguito anche con intenzioni cattive. Uccidere, rubare, biasimare o punire, non sono mali in sé.
Allora, se il male non è attribuibile a Dio e nemmeno all’uomo che è simile a Dio, ritengo ragionevole pensare che bene e male siano entrambi insiti nella natura, ma solo per effetto del divenire delle cose, compreso l’uomo stesso perché è parte integrante nella natura. Ed essendo l’uomo – come persona - dotato di coscienza, per valutare gli effetti delle sue azioni, ha - egli stesso - il dono peculiare ed unico per giudicare le proprie e quelle altrui durante l’intero percorso della sua storia.
Quanto al destino, non ho la presunzione di approfondire la materia, dichiarandomi del tutto incompetente.

Volontà come potenza

Ogni azione ha inizio con l’intendimento di fare qualcosa secondo uno schema finalistico di favorire od ostacolare un processo in divenire; ciò vuol dire che la volontà umana – sollecitata dagli anzidetti stimoli e passioni - si trasforma in potenza di intervento e promana diffondendosi come forza interagente e modificatrice nella natura.
La formulazione del giudizio, con l’intento di stabilire un atto di giustizia riparatrice di un danno, va concepito non sui fatti, ma in base ai fatti sulle potenzialità espresse dall’uomo col proprio intervento volontario sui fatti. Non Dio, né la natura, possono essere giudicati, ma solo l’uomo per le azioni compiute.
Ma, in realtà, come si articola la potenzialità dell’uomo in relazione a quel motore di sentimenti e passioni cui più sopra accennavo? In quale misura l’uomo è in grado di controllare i propri impulsi per non farsi sopraffare da sé stesso e dalla natura?
A questo punto, io che sono Piero, svolgo il discorso in prima persona con riferimento alle mie potenzialità che potrebbero essere, ma non necessariamente, anche quelle di Filippo, Peppino, Maria, Ambrarosa, Alessandra o voi tutti che leggete.
Io posso” è associabile a qualsiasi verbo: amare, costruire, distruggere, odiare vezzeggiare, dileggiare, rubare, ammazzare, stuprare eccetera. Nell’associare “posso” unendolo ad un altro verbo come Io posso amare, Io posso ammazzare ecc. non faccio danno né coinvolgo alcun giudizio per ottenere una sentenza in termini di lode o di biasimo, ma – come detto sopra – dichiaro lo schema di potenzialità insite della mia personalità che potranno essere valutabili e giudicabili solo a “cose fatte”.
Lo schema che si articola secondo tre modalità comportamentali:
1. Io posso …;2. Io non posso …;3. Io posso non. …
E’ lo schema di Agostino (**) nel proporre il libero arbitrio come deviazione della volontà cioè quella facoltà in base alla quale si vuole ciò che si potrebbe rifiutare e si rifiuta ciò che si potrebbe volere. La deviazione si supera ogni volta che si riesca a trasformare “Io non posso ...” in “Io posso non ...”: ad esempio “Io non posso rubare” in “Io posso non rubare”.
Alla persona onesta è facile “poter non rubare”, al ladro è difficile “non rubare” e, pertanto, occorre prescrivergli di “non poter rubare”!
Esposta così, la deviazione dalla rettitudine di Agostino, mostra quanto possa essere ampia la gamma di comportamenti nei riguardi di ogni tipologia di azione definita da un verbo combinato con l’oggetto verso cui l’azione stessa è diretta.
Do solo un esempio. A me piacciono immensamente i babà. Ebbene “Io non posso mangiare il babà, perché il dottore mi ha detto che mi fa male”. Non sono capace di dichiarare “Io posso non mangiare il babà: se fossi capace, sarei un santo”.
Per sviluppare ulteriormente il discorso occorrerebbe parlare di responsabilità, di diritti e di doveri per concluderlo con la giustizia.
Per ora basta dire che libertà non è il libero arbitrio ovvero scelta tra male e bene ma è facoltà propria di indirizzare le azioni in modo che si realizzi solo il bene ovvero – volontariamente si escluda la possibilità di non realizzarlo, così: “Io posso non fare il male”.

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(*) Il contenuto qui riportato con carattere corsivo è tratto dal "Dizionario di Filosofia di Nicola Abbagnano" - Terza edizione aggiornata e ampliata da Giovanni Fornero - UTET Set. 2001 - http://www.utet.it.
(**) Emanuele Severino – La Filosofia ai Greci al nostro tempo – Vol. 1 La filosofia antica e medioevale – BUR – pag. 280.
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* Da pag. 145 a pag. 148 di P. Bondanini, Oltre il Tempo - I volume - Uomo e Persona, Ti Pubblica, 2015 

02 maggio 2009

Diritto e giustizia, o libertà e responsabilità?

Ogni tanto mi soffermo su Google nel ricercare quanto è segnalato sotto il mio nome.

Ebbene, oggi vedo un mio commento del 28 ottobre 2006 al post di Vincenzo Fano – Professore di logica e filosofia delle scienza sul suo blog “Vivere est philosopphari”.

Da qualche tempo cerco di coniugare i concetti di libertà e responsabilità pensandoli collegati alla giustizia attraverso il diritto
A mio parere, se gli uomini fossero tutti buoni gli uni con gli altri, non occorrerebbe la statuizione di un diritto, e chi avesse in animo di fare il giudice o l'avvocato, potrebbe passare  miglior tempo per andare in riva al fiume a pescare.
Ma prima di ragionare oltre, desidero riportare il testo del post e del relativo commento, così come appare  su: 
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Ottobre 21, 2006
DIRITTO E GIUSTIZIA

E’ giusto violare la legge per un fine giusto? Platone nel Critone ci dice di no: Socrate rifiuta di salvarsi dalla condanna ingiusta evadendo, perché non vuole violare le leggi della città che rispetta. Anche Kant respinge la violazione della legittimità, anche se quest’ultima è ingiusta, perché altrimenti l’unica nostra ancora di salvezza contro le barbarie, cioè il diritto che deriva dal patto sociale, verrebbe infranto. Qualcosa non mi convince in questa prospettiva eccessivamente conservatrice. Se questi autori riconoscono una nozione di giustizia che è più originaria di quella del diritto, è alla prima e non al secondo che devono tener fede. Ovvero se Socrate riteneva di dare origine a maggiore ingiustizia evadendo piuttosto che bevendo la cicuta, allora ha fatto bene ad affrontare la morte, ma il passivo accettare leggi ingiuste solo perché sono leggi non sembra essere una buona politica. Quello che è sicuro è che non si può agire ingiustamente per un fine giusto, come vorrebbero tutti i teorici della ragion di stato, da Machiavelli in poi, perchè questo quasi sempre aumenta l’ingiustizia invece di diminuirla a causa di una naturale eterogenesi dei fini. Se, ad esempio, come fece Lenin, istauro una dittatura per favorire gli operai e i contadini contro i piccoli proprietari e le gerarchie zariste, ottengo che la dittatura resta assieme alle ingiustizie sociali, come purtroppo è successo dopo la sua morte.
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  • Pietro Bondanini Says:
    October 28th, 2006 at 5:19 pm e
  • Credo che la domanda sia posta in un contesto che consente solo una risposta articolata.
    A mio parere occorre partire dalle azioni degli uomini e valutarne il loro insieme coordinato in riferimento al fine per le quali sono compiute. Il giudizio emana dalla corrispondenza dei singoli atti a principi etici di convivenza condivisi e non negoziabili.
    Laddove un atto non corrisponda ad un principio etico, significa che quest’atto appartiene alla sfera delle libertà individuali. Se le persone appartenenti ad un organismo sociale condividono principi etici comuni, queste si danno leggi solo per i rapporti che possano costituire motivo di controversia.
    Se una legge è ingiusta, vuol dire che viene meno la condivisione e si viola un principio di libertà.
    Se una legge è difforme agli anzidetti principi, essa non può che essere ingiusta, salvo il fatto che si integrino o si modifichino i principi stessi e che, in ogni caso, dovranno essere innovati.
    Ne discende che, sotto il profilo legale, violare una legge non è giusto; sotto il profilo morale è giusto violarla solo se gli atti commessi sono eticamente conformi.
    In poche parole, il giudice della legge dirà che non è giusto violare la legge; il giudice politico o filosofo dirà che la legge è ingiusta e pertanto deve essere abrogata. Socrate si è immolato per salvare un principio etico.
    Quanti sono i Socrate che si sono immolati? Quanti i martiri della libertà?
    Tremo quando sento parlare di obbedienza cieca ed assoluta!
    Estendo una domanda che faccio a me stesso.
    Si può parlare di questo tema non citando Machiavelli?
    Per liquidarlo, ne parlo in Cosa e come (cliccare qui). Qui ne riporto il primo capoverso.
    “Ogni azione umana è contraddistinta da un cosa e da un come. Fini e mezzi, nel significato che Machiavelli ha voluto dare a questi termini, sono entità troppo vaghe per definire le componenti dell’azione: perché il fine è riferito al progetto perseguito, mentre il mezzo è l’insieme delle singole azioni poste in essere per conseguirlo. Questa distinzione è essenziale per analizzare il comportamento della persona, in quanto, per ottenere un fine buono, il senso morale comune non consente la messa in opera di una serie di azioni cattive.”
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    Rileggendo il testo del post e del relativo commento, noto ora che all’atto autolesionistico di Socrate si possono dare due spiegazioni apparentemente contrastanti.
    V., nel post, sostiene che “non si può agire ingiustamente per un fine giusto, come vorrebbero tutti i teorici della ragion di stato, da Machiavelli in poi, perchè questo quasi sempre aumenta l’ingiustizia invece di diminuirla a causa di una naturale eterogenesi dei fini”.
    P., nel commento, sostiene che, pur citando Machiavelli, “per ottenere un fine buono, il senso morale comune non consente la messa in opera di una serie di azioni cattive”.
    Penso che sia opportuno integrare i due concetti, sostenendo che è appunto il senso morale condiviso che rifiuta l’eterogenesi dei fini quando vi si scopra un contrasto e non quando questo contrasto non si riveli..
    Infatti non si può parlare di giustizia a prescindere dal danno.
    Quando una persona provoca un danno si determina un effetto malefico sulla società indipendentemente che si violi o meno un principio giuridico elaborato al fine di statuire modalità comportamentali nei rapporti interpersonali.
    Leggi troppo invasive limitano la libertà e queste pesano quando sono rivolte su persone già associate in gruppi fortemente coesi.
    Queste persone sono moralmente orientate ad agire per il bene comune; quindi l’eterogenesi dei fini non costituirebbe per loro un motivo di commettere azioni dannose a chicchessia.
    Quindi il caso di Socrate lo vedrei non sotto l’aspetto di “diritto e giustizia” che dovrebbe riguardare l’ambito ristretto delle azioni dannose, ma sotto quello di “libertà e responsabilità” che riguarda la coscienza della persona davanti all’esercizio dei propri diritti ed in particolare di quelli inalienabili, come quello di vivere liberamente.
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    Oggi 22 aprile 2013 aggiungo l'immagine del manifesto dedicato a Martin Luther King Jr, inserito da Anna Maria Funari, nel suo post su Facebook.

    24 aprile 2009

    Sono Libero e Democratico

    (Questo post sarà aggiornato e riproposto)
    Si discute molto sulle prossime elezioni europee e su un referendum costoso ed inutile.
    L'elettore, vale a dire tutti gli "io" chiamati a mettere la propria scheda nell'urna, si troverà - indipendentemente dalle idee politiche personali - in una posizione diversa in ragione al partito politico da scegliere.
    Penso che vi siano tre tipologie d'elettori: simpatizzanti di centro destra, di centro sinistra ed altri di una fascia indistinta di persone orientate  verso formazioni movimentiste (federalisti, giustizialisti, nostalgici della prima repubblica) oppure propugnanti posizioni estremistiche anche al seguito di istinti sovversivi originati da ideologie defunte. 
    Ciò premesso, cosa offrono i politici all'elettore con la testa sulle spalle?
    Diversamente dal passato, in tempi di consolidamento del bipolarismo, le scelte - oggi - si ripartiscono tra due partiti intorno ai quali girano in posizione contrasto una congerie di partitini che, per effetto della legge elettorale vigente,  si raggrupperanno attorno ad uno o più leader che dovranno giocare il ruolo di prestigiatori ed illusionisti passando il tempo a negare ciò che affermano e ad affermare ciò che negano.

    Queste elezioni sono caratterizzate  dalla forte personalità di Berlusconi, il cui successo politico porterà - senza dubbio - a far superare la soglia del 40% al PdL.  Il resto si distribuirà tra il PD e gli altri raggruppamenti di cui sopra.

    Ciò premesso, in previsione - assai attendibile - che il PDL  superi il 40% dei voti, ritengo formulare due scenari che si svilupperanno, a mio parere, attorno alla variabile critica della visibilità del PD come partito di opposizione. 
    1. 35% al PD; 25% ad altri: chiaramente il PD consoliderà il distacco sulle altre formazioni e la sua leadership come partito di opposizione;
    2. 30% al PD; 30% ad altri: il PD rimarrà - come ora - un partito di sola protesta.

    Ora, riuscirà il PD, sotto la guida di Franceschini, a mostrare un  ruolo politico aggiornato alle necessità del tempo e coerente con le risorse a disposizione?
    Riuscirà il PD ad abbandonare le vetuste ideologie  che lo pervadono mettendo da parte - tra l'altro - la sterile diatriba tra fascismo e comunismo?

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    Ammessa l'esistenza di una coscienza comune, l'ordine sociale dovrebbe essere fondato su una virtuosa interazione:

    tra chi opera per la felicità che si presume per tutti 
    chi opera lasciando libero ognuno di realizzarla per sé stesso.


    A mio parere il ruolo del Partito Democratico consiste nello operare per la felicità che si presume per tutti come giustamente affermava Romano Prodi; ma sarebbe pericoloso che il Popolo della Libertà  esagerasse nel lasciar libero ognuno di realizzarla per sé stesso.
    Per ora va bene il PdL e chiaramente darò ancora il voto a questo partito,  ma domani potrei ritrovarmi ad aver bisogno del Partito Democratico, oggi del tutto inesistente.

    Sono Libero E Democratico, oppure Libero O Democratico?

    10 febbraio 2009

    Dedicato ad Eluana

    Cosa ne sappiamo della felicità dell'altro? Se la felicità avesse una base scientifica si potrebbe postulare la formula della felicità. Ma la felicità ha il duplice aspetto: quello di essere una manifestazione che nasce dall'intimo di ogni persona e quello di trascendere la ragione.

    E' attuabile un ordine di felicità sociale?

    Ammessa l'esistenza di una coscienza comune, l'ordine sociale dovrebbe essere fondato da una virtuosa interazione tra chi opera per la felicità che si presume per tutti e chi opera lasciando libero ognuno di realizzarla per sé stesso.

    Tra i primi vedo chi è politicamente orientato verso i democratici, mentre tra i secondi ritengo esservi i liberali.

    Ma, senza una coscienza comune, una coscienza che abbia la sensibilità di considerare i rapporti tra le persone in amorevole condivisione di valori e non in continuo contrasto dialettico, non ho speranza che si realizzi un ordine sociale migliore.

    Eppure le risorse per garantirne la potenzialità, esistono e sono largamente sufficienti.

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    Occorre riprendere coscienza di sé stessi;
    abbandonare l'utopia di un paese che non può esistere,
    perchè libertà e dovere sono inconiugabili,
    come, invece, libertà e coscienza lo sono.
    Coscienza
    significa saper distinguere il bene dal male ;
    identità
    significa avere e farsi riconoscere la propria coscienza;
    integrazione
    significa rendere possibile
    la condivisione di una coscienza comune .

    29 settembre 2008

    I tempi della libertà

    L'errore è il male ma nel fare, non sappiamo se le nostre opere attueranno il bene. Dal non saperlo nasce la giustificazione dietro la quale, quasi sempre, si nasconde la vergogna.

    Libero anche nella corsia sbagliata!
    Come tutte le cose che riguardano gli esseri viventi, l'istinto a costituirsi in associazione è causato dal bisogno. Gli animali, come i lupi, per necessità di sopravvivenza, hanno la sola alternativa di seguire il più forte del branco.
    Anche gli uomini, ma solo quando i mezzi vitali di sostentamento scarseggiano, sentono la necessità di imbrancarsi. Basti pensare alla popolazione civile di una città che soggiace all'incubo dei bombardamenti aerei e si capisce bene cosa vuol dire solidarizzare ovvero unire le proprie capacità per raccogliere tutto ciò che serve per mantenersi in vita suddividendo equamente ciò che si raccoglie secondo il bisogno di ciascuno.
    In questi casi il senso morale accetta l'atto di razzia, il furto e quant'altro occorre per salvaguardare l'incolumità del gruppo, mentre condanna le azioni contro il gruppo di appartenenza ivi comprese quelle dei propri componenti, quando tradiscono!
    Quando, invece, i mezzi non scarseggiano e si trovano a disposizione, ovviamente, non come l'aria che respiriamo: le cose cambiano.
    Il capo branco non serve più, e il discorso si fa molto complicato perché tanto più aumenta la possibilità di soddisfare i desideri, tanto più, nei rapporti interpersonali, viene meno lo spirito di solidarietà per sostituirsi a quello di ottenere ciò che serve con lo scambio e non attraverso l'equa distribuzione.
    Dalla costrizione di dover passare d'ora in ora ad occuparsi di sopravvivere, si passa a scegliere attività più gradevoli che vanno dal godere del proprio artefatto, dalla creazione artistica, dalla contemplazione sino a giungere all'ozio.
    °°°
    La libertà si articola tra queste scelte e il loro insieme determina il progetto esistenziale individuale.
    La persona, nell'associarsi, trascorre il tempo manifestando il proprio arbitrio non più nel rapporto di amore e dono, ma di interesse.  Attraverso la scambio, essa ottiene i beni necessari secondo il progetto che ha predispostocosicché il suo tempo, in termini di occupazione, assuma un duplice aspetto:
    1. tempo dedicato al procacciamento del necessario alla percorrenza del progetto che coinvolge i quattro fattori di produzione (terra, capitale, lavoro, impresa);
    2. tempo libero per esercitare attivamente o passivamente ciò che procura benessere.
    La libertà, coi suoi vincoli, si misura tra questi due tempi che non hanno confini definiti in quanto sono il frutto dell'alternarsi di sentimenti e passioni che coinvolgono la ragione. Peraltro, tra questi due tempi, esiste un conflitto drammatico, vissuto dall'umanità sin dalla sua origine.
    Se l'ontologia rappresenta ciò che è lo sviluppo spontaneo della natura, la deontologia è ciò che l'uomo deve fare per asservirla a suo vantaggio. Il paradosso sta nel fatto che la natura, in cui l'uomo si integra, costringe l'uomo ad asservirsene, ma, all'opposto, è l'uomo ad essere libero di asservirsene. Quindi è l'uomo il re nella natura e nessun altro ha questo potere.
    Se c'è qualche critica a quanto vado dicendo, questa non può che scaturire da argomentazioni che germinano  al di fuori della Bibbia.
    Infatti, Dio creò l'uomo e lo lasciò libero. Adamo ed Eva generarono Caino e Abele; l'uno lavoratore del suolo, l'altro pastore di greggi. Caino uccise Abele.
    Quale il movente? Segue il testo della Bibbia - Genesi cap. 4.3 (da LiberLiber)
    3Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al
    Signore; 4anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il
    Signore gradì Abele e la sua offerta, 5ma non gradì Caino e la sua offerta.
    Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto.
    6Il Signore disse allora a Caino: "Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto?
    7Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo".
    8Caino disse al fratello Abele: "Andiamo in campagna!". Mentre erano
    in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise.
    9Allora il Signore disse a Caino:"Dov'è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?". 10Riprese: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! 11Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. 12Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra". 13Disse Caino al Signore: "Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? 14Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere". 15Ma il Signore gli disse:"Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!".Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato.
    16Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden. 17Ora Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch; poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio. 18A Enoch nacque Irad; Irad generò Mecuiaèl e Mecuiaèl generò Metusaèl e Metusaèl generò Lamech. 19Lamech si prese due mogli: una chiamata Ada e l'altra chiamata Zilla. 20Ada partorì Iabal: egli fu il padre di quanti abitano sotto le tende presso il bestiame. 21Il fratello di questi si chiamava Iubal: egli fu il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto. 22Zilla a sua volta partorì Tubalkàin, il fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro. La sorella di Tubalkàin fu Naama.
    Leggo questo testo e mi pongo due domande:
    1. Perché il Signore non gradì l'offerta di Caino?
    2. Perché Caino uccise suo fratello?
    Vorrei tentare di dare una risposta che per ragionevolezza potrebbe formare il nucleo di una ricerca più mirata sull'origine dell'umanità.
    Se, un tempo, l'uomo ha vissuto, come credevano i greci, un'età dell'oro o nel paradiso terrestre, come credevano e credono tuttora gli ebrei e noi cristiani, evidentemente l'uomo trovava sul posto tutto ciò che serviva per campare gioiosamente.
    Ma questo spazio paradisiaco era limitato, tanto da non essere sufficiente per produrre spontaneamente quanto serviva per la prole.
    Ecco quindi, colto il frutto dell'albero della sapienza, fu necessario iniziare le due specifiche fondamentali attività che sono la principale prerogativa dell'uomo: l'allevamento del bestiame e la coltivazione del suolo.
    Inizialmente le due attività erano complementari, come lo sono tutt'ora, ma, alla lunga, sullo stesso posto la cosa non può funzionare. Il Signore, che la sapeva lunga in materia, dette un forte avviso nel non gradire il dono di Caino.

    La questione era tattica e strategica insieme.
    Caino sì accese d'ira e fu così che portò Abele a morire in campagna ove le pecore evidentemente avevano distrutto la sua coltivazione.
    Dio gradì il dono di Abele perché l'uomo doveva uscire dal paradiso terrestre e popolare il mondo. Abele, peraltro, fu giustiziato per mano del fratello per avergli procurato un danno.
    Il seguito del racconto continua appunto coll'enumerare le generazioni da Caino sino a giungere ai progenitori di coloro che abitano sotto le tende (Iabal), che suonano la musica (Iubal) e di quanti lavorano il rame ed il ferro (Tubalkàin).
    Il Destino dell'umanità era già scritto, sin da allora.
    Da questo brano si può capire che Dio ha un progetto: indica la strada all'uomo e l'uomo agisce per libera scelta seguendo questo Suo progetto che è inconoscibile nella sua interezza, perché fa parte del nostro destino.

    Invero, mi sembra che possa aprirsi uno spiraglio in questo fitto mistero, partendo proprio dall'episodio della Genesi, cercando di interpretare la funzione di Tubalkàin, lavoratore del rame e del ferro, nella storia dell'umanità. Tubalkàin ha la stessa funzione di Prometeo con la differenza che al primo, Dio donò l'ingegno per forgiare col fuoco e all'altro non fu donato nulla dagli dei perché rubò il fuoco dalla fucina di Efesto destando le ire di Zeus che lo punì inviandogli Pandora col famoso vaso contenente tutti i mali e le calamità che si sarebbero abbattuti su tutta l'umanità.
    Per quanto serve all'argomento che qui tratto, la differenza non assume particolare significato perché sia l'uno che l'altro hanno avuto potere sul male: costruttori di armi hanno messo in moto il progresso attraverso il quale i popoli si sono avvicendati in cicli di pace e guerra mettendo a punto tecnologie sempre più sofisticate per entrambi gli usi: bellici e pacifici.
    L'errore è sempre alle porte: errare è umano, persistere nell'errore è diabolico!!! L'errore è il male, ma nel fare, non sappiamo mai se le nostre opere attueranno il bene. Dal non saperlo nasce la giustificazione dietro la quale, nella maggior parte dei casi, si nasconde la vergogna.

    02 luglio 2008

    Il progetto di vita

    Ognuno ha un’idea propria della felicità che è uno stato d’animo.Della felicità si può dire che è più semplice definirne il contrario: si suole dire che il denaro non reca la felicità, ma la felicità non convive con la mancanza di denaro.
    La felicità è un fatto personale, è uno stato d’animo che si vive per un tempo indeterminato. Comunque sia, il progetto di vita è sempre rivolto al raggiungimento di un fine che ci conduce allo stato di felicità.
    Se lo stato di felicità crea anche uno stato di benessere, non altrettanto lo stato di benessere crea felicità. Il progetto di vita comprende anche tutto ciò che ci porti ad uno stato di benessere.
    Tutto quanto precede riguarda la persona singola. La persona singola non vive sola; vive e si integra nella famiglia e nella società. Esser soli come Jean Jaques Rousseau (1712-1778) per godere delle cose del mondo conduce irrimediabilmente alla disperazione.
    La felicità è compatibile con la solitudine solo per chi rinuncia a godere delle cose del mondo: come l’eremita, l’asceta e chi si isola temporaneamente per ripensare la propria vita. Non sono queste le persone che mi interessano, ma quelle che tutti i giorni incontro per la strada e che pensano di essere felici nel conciliare i propri sentimenti e quelli degli altri.
    Parto da questo concetto per comprendere come si forma e si gestisce il progetto di vita che si articola, in ogni sua fase, in due parti: una non logica sentimentale; l'altra logica razionale.
    La prima parte è costituita dall'insieme dei sentimenti e dalle manifestazioni istintive legati all'appagamento dei sensi; la seconda corrisponde alla ricerca di un obiettivo sul quale predisporre le azioni per il compimento del progetto che si sviluppa su un orizzonte temporale la cui ampiezza dipende dall'urgenza che si attribuisce ai bisogni da soddisfare. Tra l'una e l'altra parte del progetto interagiscono le azioni utili al conseguimento del successo.
    Sino a questo punto non credo di dire qualcosa di nuovo: vorrei solo soffermarmi su alcune aspetti insiti nel processo di decisione.
    Ogni progetto è costituito da più gli elementi quali la volontà, la coscienza, la conoscenza, la capacità e il controllo operanti nelle fasi in cui il progetto stesso si sviluppa:
    1. volontà e determinazione nel predisporre tutte le fasi;
    2. coscienza dell'adeguatezza delle attitudini;
    3. acquisizione di conoscenze e di informazioni;
    4. capacità di procurarsi le risorse e di valutare i rischi;
    5. verifica dell'efficacia di ogni singola decisione e dell'effetto di ognuna di queste sull'intero progetto.
    Ho messo per ultima la fase determinante che porta alla sicura realizzazione del progetto e volutamente l'ho mantenuta all'interno del progetto e non all'esterno.  Perché? Perché non esiste una definizione univoca di felicità, cioè una definizione scientifica che ne stabilisca dimensioni e caratteristiche. La felicità non si produce come se si trattasse di produrre il pane. Infatti, la felicità, variabile indefinibile e incommensurabile, non è materia che interessa l'ingegnere che pone a capo del suo progetto la verifica dell'efficacia di ogni singola decisione e dell'effetto di ognuna di queste nella sua interezza in base a dati dimensionati nel tempo e nello spazio; e neppure può essere valutata perché la felicità è l'essenza della vita e costituisce il nocciolo della speranza umana. Insomma: è la persona stessa che ne determina l'efficacia in forma diretta e la valutazione non ne supera la soggettività.
    Se la vita fosse trattata esclusivamente a fil di logica come l'ingegnere progetta un ponte, occorrerebbe imporre delle regole di convivenza finalizzate a costruire uno stato di felicità artificiale ed uniforme che si opporrebbe il sentimento di libertà che pervade in ogni singola persona umana.
    All'opposto, se la vita fosse trattata a fil di non logica e cioè svincolando ogni singola persona umana da ogni regola civile di convivenza significherebbe costringerla a ridurre l'esistenza alla sola sopravvivenza animalesca.
    La prima proposta, a fil di logica, ci riconduce al pensiero di Hobbes e alla forma di stato totalitario governato dal dittatore (il Leviatano); la seconda, a fil di non logica, a quello di Rousseau e alla forma di non governo ovvero all'anarchia.
    Non so quale delle due prospettive sia la migliore e non mi soffermo oltre sulle forme di governo proposte da questi due pensatori ma, dalle varie forme di governo che si sono succedute in questi ultimi secoli, ritengo che la soluzione migliore si trovi a metà strada.
    °°°
    Winston Churchill rilevò che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora ed è appunto questa forma di governo che ben si adatta all'indole sociale della persona umana che alterna i suoi comportamenti svolgendo azioni ora logiche, ora non logiche.
    Nella nostro Occidente campiamo godendo o soffrendo, coltiviamo ambizioni, corriamo rischi giocando e creando imprese e proclamiamo idee che riteniamo giuste per la nostra ed altrui felicità: tutte attività che svolgiamo più o meno ordinatamente ritenendo che, nel loro insieme, diano un senso compiuto alla nostra esistenza.
    Tutto ciò induce a concludere che non esistono formule per la felicità nè per la persona singola, nè per una comunità piccola o grande che sia e, pertanto, da sempre, è necessario imporci regole comuni per mediare le azioni verso un modello sociale che possa salvaguardare l'istinto di libertà consentendo a tutti una convivenza produttrice di un benessere compatibile con l'idea che ognuno ha della propria felicità che consiste nell'essere liberi di disporre di ciò che si ha, di ciò che si produce e di ciò che si fa.
    °°°
    Premesso quanto sopra, come è possibile proporre un progetto di vita coerente con quello delle persone, dianzi menzionate all'inizio di questa pagina, che tutti i giorni incontro per la strada e che pensano di essere felici nel mettere ordine tra i propri sentimenti e quelli degli altri?
    Tra queste persone mi comprendo anch'io e credo che abbiamo tutti in comune un sentimento di vita che ci porta a:
    • coltivare il progetto di vivere nell’ambiente famiglia;
    • trarre i mezzi di sostentamento con una attività svolta all’esterno al nucleo familiare;
    • somatizzare ancora lo stress di questa nostra società post-feudale che ha ridotto la famiglia ad essere un’azienda di consumo in cui la coesione tra le persone che vi appartengono è formata solo dal riunirsi per un egoistico sfruttamento del tempo libero.
    Ecco rappresentata la nostra sorte in un mondo il cui modello corrisponde ad un continuo cambiamento e dove sembra diventare sempre più difficile ed oneroso vivere nel modo tradizionale.
    Dico sembra, perché sposarsi e mettere su famiglia è sempre stato complicato, costoso e rischioso ma, come da sempre, famiglia e figli continuano a formarsi come il frutto esclusivo dell'amore.
    Le teorie che hanno in qualche modo posto alla base della società qualcosa di diverso della famiglia liberamente costituita dalla coppia uomo-donna, sono miseramente fallite causando il collasso antropologico.
    °°°
    Quali le conclusioni si debbono trarre da questi miei pensieri?
    A mio parere, non si può vivere abbandonati a sé stessi in un'orda di sbandati nella quale niente ha una misura comune. Si vive invece in un mondo dove norme essenziali regolano i rapporti interpersonali: queste norme, tuttavia, non possono travalicare, come detto sopra, il principio di consentire a tutti una convivenza produttrice di un benessere compatibile con l'idea che ognuno ha della propria felicità che consiste appunto nell'essere liberi di disporre di ciò che si ha, di ciò che si produce e di ciò che si fa.
    In ognuno di noi esiste il bisogno essenziale di norme: per comunicare, per espletare le attività preferite e per completare la nostra esistenza in una cornice di concordia.
    La felicità, nel senso terreno, non può avere altro significato.
    Oggi non è più il caso di considerare soddisfacente l'esistenza delle persone in comunità con peculiari connotati sociali come la tribù il feudo, la città nelle quali l'equilibrio si forma attorno a persone che si muovono in uno spazio territoriale limitato.
    In passato, la rottura dell'equilibrio avveniva per cause esterne (carestie, cataclismi, guerre) a seguito delle quali i gruppi si ricomponevano secondo la struttura analoga a quella antecedente; oggi, invece, per effetto della globalizzazione politico-sociale che coinvolge il mondo intero, occorre considerare l'esistenza delle singole persone non più ricomposte in singoli gruppi territoriali o classi, ma come unità dell'intero consorzio umano, dando adito ad una nuova forma di coesione sociale legata all'adozione condivisa di principi etici che portino le persone a condurre la propria esistenza secondo un progetto di vita ispirato al reciproco rispetto e alla pacifica convivenza.
    La religione può costituire un ottimo stimolo per creare questo nuovo paradigma di società globale che non porta alla multiculturalità e alla tolleranza, ma ad una socialità legata dalla solidarietà nel coltivare interessi comuni condivisi.
    I quattro grandi movimenti filosofico-religiosi oggi esistenti, ognuno dei quali è caratterizzato da una propria formula per conciliare i rapporti interpersonali con il progetto di vita di ciascuno, a mio parere, sono perfettamente compatibili per creare un futuro ordine di pace universale.
    Non si tratta di conoscere quale sia la verità trascendentale che ci lega a questo mondo, ma di essere coscienti che le quattro dottrine propugnate affermano tutte una verità universalmente vera e che non si contraddicono tra loro. In pillole, queste sono le rispettive filosofie di vita.
    • Dottrine giudaico cristiane – Fai agli altri ciò che vorresti che fosse fatto a te (filosofia della libertà)
    • Islam - Il progetto segue il percorso di vita che è scritto per ognuno (filosofia della necessità)
    • Taoismo – Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te (filosofia del non fare)
    • Buddismo – La vita è dolore (filosofia della cessazione del desiderio che provoca il dolore)
    Ciò significa che l'essere umano è libero di formare un progetto che ha origine dalla libertà di esistere secondo un ordine guida indipendentemente dal modo come ne venga progettato il percorso. Questo ordine è implicito ed equivalente in tutte le religioni e non c'è ragione di cercarne uno diverso tra le quattro proposte etiche che ho menzionato.
    Le divergenze nascono a valle di questo ordine fondamentale, laddove il modo di vita creato dalle risorse accessibili, impone regole specifiche che si compongono in un corpo legislativo dal quale nascono le regole comportamentali volte a realizzare l'equilibrio sociale.
    Il diritto naturale è un diritto non scritto, ma connaturato in ogni essere umano dalla nascita. Si nasce liberi di avere per sé tutto ciò che serve per crescere. Questa libertà ha dei vincoli che sono insiti nelle risorse che non sono illimitate, specie quando la complessità esistenziale cresce per effetto di un'estensione diffusa di benessere.
    Allora, le scarne regole comportamentali imposte dal diritto naturale sono corrotte dall'imposizione di diritti e doveri che limitano la libertà individuale riconducendola a derivare da ideologie propugnanti classi esclusive che portano a condurre un'esistenza contrastante con gli anzidetti principi di vita fondati sul reciproco rispetto e sulla pacifica convivenza.
    Per questa ragione, le leggi tendono a non comprendere un diritto originario valido universalmente che pure esiste! Le Costituzioni nazionali fanno discendere il diritto dalla sovranità che, indipendentemente dal fatto che nasca dal re o dal popolo, obnubila l'ordine originario al quale più sopra accennavo e cioè al diritto" pre scritto" che presiede alla conservazione della nostra specie e quello per la conservazione della nostra dignità umana come singoli esseri coscienti e pensanti.
    E' quindi necessario ideare  un modus vivendi, fondato su solidi principi etici condivisi, che pervada tutte le forme organizzative e sociali e che consenta al consorzio umano di cogliere, per ognuno dei partecipanti, le migliori opportunità per coltivare un proprio progetto di vita compatibile con il benessere di tutti e con la felicità che ognuno è capace di trarne.
    Insomma, il progetto di vita si svolge nel contesto di un'etica adeguata all'ambiente nel quale i singoli trascorrono l'esistenza interagendo con i fatti esterni accidentali che, in parte, originano dal gruppo sociale di appartenenza e, in parte, sorgono dagli eventi naturali non collegati alla volontà umana.

    --------------
    Il tema trattato è presente anche nella sezione "L'Attimo fatale" nel sito:
    http://www.pibond.it/argomenti/l_attimo_fatale/il_progetto_di_vita.htm

    14 giugno 2008

    Il Popolo d'Irlanda, ha restituito la libertà ai Popoli Europei

    Europa ai tempi di Carlo Magno
    Hanno chiamato Costituzione il trattato multilaterale stipulato a Roma e modificato a Nizza e a Lisbona tra i 27 Paesi Europei , rappresentati dai rispettivi Capi di Stato o di Governo.
    Laddove è stato sottoposto a referendum, è stato bocciato!
    L'Unione Europea continua a non avere una costituzione. Gli Stati l'hanno firmata, ma i Popoli sovrani la bocciano.
    Barroso dice: "Andiamo avanti lo stesso" .
    No, non è possibile: questo trattato è nullo, perché una Costituzione deve avere un consenso popolare democraticamente ottenuto.
    Sarebbe un insulto ai popoli d'Europa accettare una proposta del genere per tre motivi: 
    1. Il trattato prevede che questo debba essere approvato all'unanimità da tutti i Parlamenti degli Stati aderenti;
    2. Il trattato non può essere valido per gli argomenti che esulano dalla competenza dei parlamenti che non lo possono approvare (Irlanda, in particolare);
    3. Escludere l’Irlanda dall’Unione, comporterebbe una procedura, che porterebbe altri paesi a ritirarsi per creare trattati multilaterali dannosi per tutti. 
    4. Il trattato di Lisbona non è stato sufficiente ed ulteriori smagrimenti lo renderebbero del tutto inutile.
    Manterrebbe lo statu quo di una Commissione pletorica che guida un apparato burocratico che più nessuno vuole. Questa Unione Europea è stata accettata dai paesi in virtù dei contributi che sono stati elargiti in misura da favorire lo sviluppo economico nelle regioni più bisognose.
    L'Irlanda è stata privilegiata e proprie lei - divenuta ricca - ora si ritira. 
    °°° 
    A questo punto c’è da chiedersi che cosa sia auspicabile.
    Io penso che gli Irlandesi abbiano voluto dare una solenne lezione di buon senso agli Europeisti più sviscerati, in particolare quelli che pascolano tra Bruxelles e Strasburgo.
    L’Europa, nella prospettiva del Trattato di Roma, deve costituirsi come federazione di Stati, nelle Nazioni e non come Stati-Nazione. Non è proponibile al popolo un trattato per un unione di Stati.
    Infatti, Unione Europea è tuttora una Comunità di Nazioni che seguono una politica economica unitaria, assente del tutto dal contesto della geopolitica. In sessanta anni si è allargata da sei a ventisette Stati-Nazione, ma solo di questo si può occupare.
    Punto.
    Andare oltre significa barattare la sovranità dello stato con la sovranità di popolo nella Nazione tramite lo Stato di appartenenza. Un popolo si può affiancare ad un’altra bandiera ma non la può sentire integrata in un‘altra adottando lingua e cultura di un'altra Nazione.
    °°° 
    Non occorre che nasca un Popolo europeo da 27 stati, con la previsione di allargarsi ulteriormente.
    A mio parere, l'unione politica sarà ottenuta solo dopo la Proclamazione delle libertà dei Popoli d'Europa nel cui inizio sarà scritto:
    Noi Popoli d’Europa, ognuno nella proprio Stato di appartenenza, proclamiamo le nostre libertà in forma comunitaria, per consolidarle e unirle come italiani a quelle di tutte le Nazioni del Mondo”
    I partiti politici che confluiscono nel parlamento Europeo potrebbero farsi promotore dell’iniziativa di un plebiscito, in occasione delle prossime elezioni per il parlamento d’Europa.
    La Federazione potrà essere formata successivamente secondo le modalità che saranno stabilite dopo il plebliscito.
    Cosa ne pensate?
    Potete dire che sono matto, ma prima di affermarlo, ditemi perché.
    La democrazia parte dal basso ed io, stando nel basso, cerco di rendermi utile, esprimendo questa modesta idea, sicuro di aver ben poco da aggiungere a quanto propongo.

    Qualcuno prepari una bozza del proclama. Qualcun altro che sta all’estero lo dica ai suoi amici invitandoli a darsi da fare.

    Come giustamente dice Fausto Carioti, gli elettori europei - quelli che hanno la fortuna di potersi esprimere - rigettano quello che le élite europee propinano come il migliore dei mondi possibili, ma - personalmente - sono sicuro, che gli stessi elettori, nel cuor loro, desiderano ardentemente di appartenere, oltre alla propria Nazione, anche a quella più grande dell'’Europa: quella del Mondo organizzato nell'ONU riformata.
    -------------
    Revisione del 15 novembre 2018

    09 giugno 2008

    Viviamo nel panico?

    Lio Site
    In un thread su “Il legno storto”, il mio amico Sirro, a proposito di “Idee per la gestione del cambiamento”(*) commentava:
    “ Ieri un esempio tipico "Il popolo deve restare imperniato attorno a ricordi che al potere conviene". Al potere fa comodo sbattere in faccia che "O noi, oppure loro appesi capovolti a Piazzale Loreto". Accidenti quanto appaiono simpatici i nuovi predatori, vero?”
    Ai ricordi del passato ne aggiungiamo altri che ricaviamo dalle notizie che la televisione e i giornali diffondono; ricordi che si ingigantiscono nella nostra immaginazione, sollevando nel nostro animo di cittadini, stupore e profondo disagio che spesso provoca un preoccupante senso di panico.

    07 aprile 2008

    GEMINORUM PARADOXON (L'uomo e il pollo)

    In attesa di completare un post dedicato all'amico Kara per quanto detto in Tempo e matematica in salsa di cucina” , desidero farlo partecipe di una simpatica conoscenza che ho fatto nel pubblicare sul mio sito alla pagina "L'uomo e il pollo" una poesia di Aldo Manzoli intitolata "La classificazione di Linneo" tratta dalla sua raccolta "Il mondo perfetto".
    A distanza di quasi quattro anni dell'evento, Aldo Manzoli manda al Caro Signor Pollo un messaggio per ringraziarlo per l'iniziativa di essersi servito di una sua poesia per rappresentare "un uomo solo (che) scrive/ per reinventare e riordinare il mondo".
    Il Signor Pollo risponde scrivendo, tra l'altro, che Pibond manifesta un particolare interesse nei riguardi della poesia Entropia che vorrebbe inserire in un post del suo blog , a meno che non voglia proporre un’altra poesia, a suo giudizio più pertinente di quella che segnalava.
    Oggi, sempre il Signor Pollo, riceve questi due messaggi che ricopio integralmente.
    From: aldo voce To: francesco Sent: Monday, April ..... Subject: Fw: L'uomo e il pollo
    Frank, Questo signore ha un sito in cui ha pubblicato una mia poesia. Ora cerca una poesia sul tempo. Ho pensato a geminorum paradoxon. Gliela vuoi mandare? O la mandi a me che gliela giro? Secondo me ci starebbe bene.
    Un salutone.
    Alberto
    From: francesco
    To: Alberto
    Eccola qui.
    Grazie per l'opportunità.
    A presto.
    Francesco T
    o: P...
    Gentile signor P. , ecco la poesia che le dicevo. A parte il suo indubbio valore estetico, è interessante anche per la bonaria provocazione intellettuale che contiene. Spero vivamente le possa essere utile. Cordialmente Alberto Manzoli

    °°°

    GEMINORUM PARADOXON
    Ad Einstein
    Il tempo
    è una griglia,
    uno spazio curvo che s'alza,
    s'avvalla, s'infossa.
    Il tempo
    è una biglia che danza al suo passo
    in attesa del salto sull'orlo del fosso.

    Il tempo
    è una curva che accresce la voglia
    di stare a giocare con l'arco del cielo,
    salpare, partire e poi ritornare a guardare
    un gemello già vecchio,
    un amico sepolto, un amore svanito,
    un urlo inghiottito dal fosso del tempo
    e giammai sopito.

    Il tempo
    è un iperbole per chi resta a guardare,
    per chi osserva da terra lo spazio profondo.

    Il tempo
    sono io ed i miei giorni svaniti
    tra neri lapilli e bianchi graniti,
    che ridono poi piango e non conto le ore,
    mi basta un sorriso, un buon vino, l'amore
    per lasciare quel RELATIVO cupo pensiero:
    se il tempo è importante, se esiste davvero.
    Francesco Carrozzo
    °°°
    ... lasciare quel relativo cupo pensiero!
    Alberto Manzoli ha preferito la poesia di Francesco alla sua che è questa:
    °°°
    Entropia

    Non la bellezza fine dei poeti,
    preziosa al gioco di ceselli o smalti,
    illumina la grazia passeggera
    del tuo visetto, mite e quotidiano,
    con quelle prime rughe attorno agli occhi,
    e la sua luce, ora un po' più fioca.
    Ma bella sei per me che ti conosco
    come un intatto frutto di stagione,
    come la prima volta che ti cinsi
    a offendere il tuo sesso innamorato,
    di una bellezza che non piega o scuce
    il nostro dissiparci di ogni giorno,
    incanto umile d'acqua sorgiva
    che non s'intorba né muta sapore
    quando d'estate la lena vien meno.
    E fermo è il patto, il pegno, il giuramento:
    per questa, e per milioni d'altre chine,
    compagno ti sarò nella discesa.
    Alberto Manzoli
    °°°
    A questo materiale unisco anche quanto ha scritto Kara, perchè almeno abbia un po' di materiale recente sul tempo per continuare a ragionarci sopra.
    °°°

    "Il tempo è sempre stato un ottimo alleato, finora. Rimanendo sempre ottimisti,
    avendo la giusta pazienza nell'attesa ogni cosa si è sempre risolta per il
    meglio e, spesso, al momento opportuno.

    Questo però, me ne accorgo solo ora, è solo una faccia della medaglia: il lato oscuro è che con il tempo ogni cosa viene stemperata, si dilavano le emozioni, restano gli scheletri delle c onsuetudini.

    Farsi trasportare dalla inesorabile corrente porta dunque verso il grigiore, inteso come neutralità, scarico di aspetti positivi e negativi per l'effetto delle due facce del tempo.
    Cavalcare il flusso, viverlo sempre al limite, come non ci fosse un altro istante, quella sarebbe la strada; ma in questo modo ci si consumerebbe come una candela sempre accesa, bruciando le energie troppo in fretta, dopo di che si cadrebbe in completa balia del tempo, senza la minima forza di resistervi."

    °°°
    Infine, ricopio quanto ebbi a scrivere nella pagina intitolata "L'ancora della memoria" che si trova nella sezione fatti di oggi, idee di ieri del sito http://www.pibond.it/ .
    °°°
    Ognuno ha una sua personale visione del tempo.
    Si è soliti pensare che la felicità duri un attimo ed il dolore un'eternità.E' vero: ma solo quando il tempo così percepito sia inteso come un valore soggettivo.
    Obiettivamente questo tempo non esiste perché mancano riferimenti sui quali fondare qualsiasi valutazione.
    L'emozione non ha una dimensione temporale perché è costituita da una miscela confusa di sentimenti in ebollizione, in cui nello stesso istante, deflagrano con tanta intensità sensazioni contrastanti.
    Al limite, si arriva a ridere e piangere provando insieme felicità e dolore.Supponiamo che s'individui, nella propria esistenza, un attimo di felicità: ecco che dalla memoria riaffiorano i ricordi che ci permettono di mettere qualche paletto.
    Chi mi legge faccia l'esperimento di tuffarsi nel proprio passato. Affiora un ricordo; lentamente le dimensioni si realizzano; gli avvenimenti sono rivissuti al punto che, nel loro succedersi, formano una serie temporale sulla quale il presente e l'immediato futuro si trasformano in riferimenti logici: questa è la memoria di lungo momento nella quale si raccoglie l'insieme dei momenti-attimi di vita che dà una dimensione all'emozione del presente.

    °°°
    Ho formato una piccola antologia sul tema del tempo, dalla quale sembra trasparire una costante. Quando si esce dalla realtà del succedersi dei fatti quali ogni singola persona li vede o li riferisce, il tempo scivola nell'illusione dove lo scandire dei secondi svanisce nella caotica indeterminatezza onirica. Concludo con quanto ha sostenuto Sant Agostino, al riguardo.


    Non ci sono tre tempi,
    il passato, il presente e il futuro
    ma soltanto tre presenti:
    il presente del passato,
    il presente del presente
    e
    il presente del futuro
    °°°
    Cosa desidero dire, con questo post?
    Ho scoperto che Aristotele usava il termine di Epicherema per indicare l'artificio consistente nel nascondere o esporre imperfettamente alcune premesse della propria argomentazione.
    Una cosa dovrebbe apparire chiara, subito.
    Kara ha una concezione del tempo dell'uomo maturo; io, Pietro, dell'uomo anziano. L'uno vive nel presente e i ricordi si fondono in esso; l'altro vive anche nel presente, ma cerca l'ancora con la quale appigliarsi con la memoria.
    Per sé stessi ha ragione Kara; per la propria storia che si fonde in quella degli altri, credo, io, di avere ragione.