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26 maggio 2011

Movimento e Cambiamento (*)

Abbiamo voluto noi, questo Cambiamento?
Cerco di integrare le teorie dell'economia con quelle della sociologia, partendo da un’osservazione banale. Una classe d’individui gode di equilibrio sociale quando, indipendentemente dal regime vissuto, allo stesso, si accompagna un contestuale equilibrio economico. Da ciò deduco che socialità ed economia possano essere considerate come un Sistema univoco alimentato dai Cambiamenti che l’ingegno e il lavoro degli individui sono in grado di determinare usando le risorse ricavate nel proprio habitat. Il sistema socio economico è immerso nella natura, e si sostiene con energie proprie e altre disponibili.

Dunque, l’equilibrio non nasce nel proprio interno, ma dall'accessibilità alle risorse, cioè a tutto ciò che serve per condurre l'esistenza secondo gli usi e i costumi propri di ogni gruppo sociale.
Quando il sistema è in equilibrio, la reattività sociale è trascurabile, ma questa aumenta col manifestarsi di forze esogene al sistema stesso. Queste forze sono quelle che determinano il Cambiamento, ovvero stimolano la società  a ricostituire l’equilibrio rotto per l’effetto dei fatti che hanno modificato il normale corso degli eventi.
Le considerazioni  che seguono valgono per il solo campo circoscritto di mio interesse. Aristotele considerava il Movimento[1], l’Entelechia di ciò che è in Potenza. Io osservo che, solo nel Cambiamento, è implicito  il concetto di Potenza, mentre il Movimento è una mera espressione di moto da considerare, ad esempio, come mero trasferimento di cose e persone, o come mutazione  per effetto dell'invecchiamento. Nel Movimento vedo solo l’Essere che si sposta e che muta d’aspetto senza che l'Essenza della Persona cambi.
Valga questo esempio per chiarire il concetto.
Ieri prendevo l’aereo per andare a Milano, oggi che salgo sul Frecciarossa. Continuo a muovermi come prima, ma in me non si attua un Cambiamento per questo solo effetto. Infatti, il Cambiamento non avviene in me quando mi muovo, ma nel fatto che oggi, avendo l’opportunità di salire sul Frecciarossa, viaggio sulla tratta Roma – Milano – Roma, in modo più veloce, più economico e con un elevato grado di confort.
Chiarita la cosa, sembra che Entelechia di ciò che è in Potenza non sia il Movimento, ma il Cambiamento che sarebbe, l’atto di ciò che è in potenza in quanto potenza.
Già va meglio, e constato che non io cambio (per la prenotazione e per l’acquisto del biglietto continuo ad operare via internet), ma il mezzo di trasporto per effetto dell’entrata in servizio della TAV.
Ora, mi chiedo, dove si manifesta l’Entelechia di ciò che è in Potenza?
Dove ha agito la forza che, nel tempo, produce lavoro e contestualmente cambia le cose?
In me, non è cambiato nulla e non vi è stato dispendio di energia  ma, tra la progettazione dell’alta velocità e l’entrata in esercizio del Frecciarossa si produsse un certo lavoro consumando risorse umane, finanziarie, energetiche e materiali.

Qualche tempo fa, questo concetto era ancora di difficile comprensione e l’intuizione di Aristotele non era ancora sufficientemente apprezzata. Ma è comprensibilissima perché oggi riusciamo a quantificare il costo del materiale tecnico, umano ed energetico nel far circolare i cittadini sul Freccia rossa.
Prima, il Cambiamento era troppo lento per essere percepito (si andava col ciuccio o a cavallo) e lo confondevamo con il Movimento, e, in genere, con tutti i fenomeni isomorfici che si manifestano nell’uso di beni succedanei, o solo apparenti come quello di applicare più nomi commerciali allo stesso prodotto.


[1] Aristotele distingueva il Movimento  in quattro specie: ai due di Platone, di alterazione e traslazione, aggiunse quelli di generazione/distruzione e di aumento/diminuzione.

(*) Dedicato a mio fratello Andrea, nel ricordo del viaggio  sul Frecciarossa per festeggiare il suo ottantesimo compleanno.

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