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Risonanza, biforcazioni e fluttuazioni

  Sul dilemma tra necessità e possibilità, ritengo sia determinante l'intervento di Ilya Prigogine, laddove, nella processualità...

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22 febbraio 2014

Padoan all'economia: una speranza compiuta?

Sono impaziente di conoscere ciò che ci racconterà il neoministro Padoan al suo rientro dal G20 in Australia.

Quando un uso, una moda, un costume si trasforma in abitudine inveterata, ne risentiamo disagio, ma sopportiamo perché ci sembra impossibile modificare - insieme - il percorso consueto della nostra vita. Dal disagio nascono i miti, cioè degli accidenti che nessuno sa spiegare ne capirne l'origine: come e perché ci mettiamo la cravatta per andare in ufficio. Altrieri, come tutti, ancora ignaro su chi sarebbe stato scelto per coprire la carica di Ministro dell'Economia tra i sedici del Governo Renzi, aggiunsi un commento al post su Facebook di Vincenzo Fano, che rimanda ad un altro suo, scritto sul blog Viverestphilosophari, intitolato "Miti sulla crisi Economica". Dal testo individuo quattro miti ma l'elenco non ha fine se consideriamo che i tanti punti di forza della nostra Italia saranno vani sino a quando, le false credenze alle quali ci conformiamo per gestire gli affari, sul lavoro e durante gli intrattenimenti non saranno sostituite da convinzioni più ragionevoli.

07 giugno 2013

Dio e Uomo: Libertà e Dovere II

La Libertà e i vincoli che da essa derivano, pone l'Uomo di fronte alla scelta tra Dovere procurarsi le Risorse in esecuzione del Progetto sul proprio percorso di vita ed il Piacere di esercitare attivamente o passivamente ciò che procura Benessere ricavato dalle Risorse stesse.
Tra i due momenti esiste solo un confine tracciato soggettivamente, ma vissuto in modo drammatico dall'umanità sin dalla sua origine.

21 maggio 2012

Libertà e Lavoro

Alcune Costituzioni parlano come persone e sanciscono quali siano le loro libertà; altre confondono le persone nel popolo e sanciscono i doveri da osservare per essere riconosciuti liberi; altre concedono tutele alla sola classe dei lavoratori e, nel lavoro, individuano la fonte di ogni diritto; la nostra, infine, costituisce corporazioni nelle quali l'individuo non ha altra scelta che quella di usufruire di ciò che gli viene concesso.(*)


Stemma della Repubblica italiana
Il lavoro è un fattore di produzione come la terra, il capitale e l'impresa, ognuno dei quali si distingue per la remunerazione che gli è propria: la rendita per la terra; l'interesse per il capitale; il salario per il lavoro e il profitto per l'impresa. A questi occorre aggiungere l'intero apparato funzionale e periferico dello stato, a condizione che cessi dall'essere percettore che converte le imposte in spesa improduttiva, per diventare, lui stesso, fattore produttivo da compensare, al pari degli altri ma distinto nel contribuire  allo sviluppo culturale e sociale, attraverso  organi, agenzie, associazioni e società costituite liberamente dai cittadini.

15 novembre 2011

Guglielmo di Ockham

Nel pozzo c’è sempre un fondo. Nessuna Follia ha uno sviluppo in continua estensione.

Penso rivivremo un’epoca sostanzialmente simile a quella tra il XIII e il XIV secolo, durante la quale, nella disputa tra papa, imperatore e i nuovi poteri delle monarchie nazionali e delle città, che si ponevano spesso allo stesso livello dei poteri "universalistici" di papa e imperatore, Guglielmo di Ockham si oppose sia alle tesi ierocratiche di Bonifacio VIII, sia a quelle della laicità dello Stato di Marsilio da Padova. Secondo lui autorità religiosa e civile dovevano essere nettamente separate perché finalizzate a scopi diversi, così come diversi erano i campi della fede e della ragione[1].
Queste poche righe per individuare l’ancora alla quale far attraccare la barca della mia memoria sulle ragionevoli circostanze della trasformazione lenta e lacerante che hanno subito i Poteri che da “Universalistici” sono ora “Costitutivi”.
°°°

15 novembre 2009

Il dominio sui fattori di produzione

Se, in passato, il fondamento politico economico della società era la coltivazione dei campi e il lavoro in fabbrica, oggi, si delineano opportunità orientate su valori più strutturati non tanto mirati al prodotto in sé, ma al fattore che lo produce. Ieri, terra e impresa erano fonti integrate per la produzione di capitale attraverso il lavoro; oggi, l’ambiente (terra) e la persona umana diventano le fonti integrate di produzione di valore attraverso l’impresa che si avvale di lavoro autonomo e in collaborazione.
Quanto precede, fa pensare ad un profondo cambiamento. Al predominio di potere del capitale sul lavoro che crea squilibri tra risparmio e consumi, subentra un potere unico e solido che lentamente, ma in modo chiaro, corrode e spezza quella catena conflittuale tra lavoro e impresa, che, nel secolo scorso, tanto danno a recato allo sviluppo della società.
Si tratta di un cambiamento epocale che coinvolge l’intera società umana. Occorre por mano a considerare quali siano i reali detentori del potere oggi, rispetto a quelli che effettivamente servono e dai quali occorre ottenere debite certezze sulla trasparenza del loro operato in un ottica di lungo termine. Si tratta di mettere in atto un movimento politico che faccia leva sulla triade dei poteri tradizionali (legislativo, esecutivo e giudiziario) per condurli a comporsi nello Stato in modo trasparente ed efficace e per consentire alla popolazione di condurre un’esistenza libera e socialmente equilibrata.
Si tratta di ricomporre i poteri che scaturiscono dalla stampa e della televisione oggi assemblate nei media, dalla tecnologia di massa che invade le nostre case di prodotti e strumenti complessi, semplici da usare ma pericolosi per chi non ne ha il pieno controllo, e infine, per non tacere, dalla ricerca scientifica con le sue costose pretese e le promesse spesso vacillanti sul piano della affidabilità.
Questo potere non può più essere affidato al libero arbitrio della parti interessate e all’improntitudine di chi deve mediare interessi fortemente contrastanti senza avere solide basi di conoscenza , ma occorre che gli interessi che ne sono coinvolti, si ricompongano in un quadro etico coerente con la concezione di uno Stato che consenta alla popolazione di condurre un’esistenza in modo socialmente equilibrato.
Occorre disfarci dell’inutile dialettica che si agita intorno alle ideologie materialistiche e relativistiche diffuse nei secoli scorsi ed oggi ancora foriere di comportamenti antisociali perché ricostituiscono classi di individui per essere poi confinate in ghetti dove ogni desiderio è permesso, ma formare e diffondere una linea di pensiero intorno all'idea che la libertà è fare tutto ciò che non sia esplicitamente vietato e sancito con pena.

17 febbraio 2008

Si può superare l'utilitarismo?

Ancora oggi la politica di stimolare i consumi per aumentare il prodotto interno lordo (PIL) sembra essere non idonea per armonizzare lo sviluppo dell'economia e conseguire un accettabile equilibrio sociale: ciò perché il dilemma è come e verso cosa orientare le maggiori quote di reddito conseguite.
Le decisioni in merito muovono sulla base di confuse discussioni ideologiche tra contrastanti pressioni lobbistiche che spingono a:

  • lasciarle al cittadino per incrementare ulteriormente i consumi o la formazione di risparmio individuale riducendo l'imposizione fiscale personale;
  • conferirle alle imprese per stimolare propri investimenti favorendo il mercato mobiliare da una parte e riducendo le imposte sui consumi, dall'altra;
  • ridistribuirle nel welfare e/o nelle imprese e/o in investimenti strutturali.

La lotta di classe si è formata con la contrapposizione dei fattori produttivi terra, capitale e impresa al lavoro; dal ché può derivare:

  • che, attraverso lo sfruttamento di posizioni monopolistiche si accumuli ricchezza a detrimento del fattore impresa e quindi anche di quello del lavoro creando sottosviluppo e disoccupazione;
  • che, attraverso la socializzazione di terra, capitale e impresa non prendano corpo quelle iniziative opportune a creare uno sviluppo che consenta di mantenere un alto grado di occupazione;
  • che solo mantenendo complementari impresa e capitale con lo sfruttamento di terra e lavoro, si possano effettivamente creare quelle condizioni per mantenere il benessere economicamente inteso.

Le contrapposizioni si sono sviluppate sino ad ora sotto due linee ideologiche: il socialismo ed il liberalismo, intesi nel senso classico.
Le contrapposizioni, in realtà, non si sono sviluppate tra i fattori produttivi, ma ricadono tra chi ha il governo di questi fattori e cioè su chi fonda la propria politica col presupposto di realizzare la "felicità" dei cittadini. Il socialismo ha creduto di realizzare questa “felicità” con la pianificazione delle risorse attraverso complicati e dispendiosi sistemi di ridistribuzione del reddito, il liberalismo, all’opposto, con la limitazione al minimo degli interventi sull’economia, lasciando il tutto all’autoregolamentazione del mercato.
Ancora oggi il dibattito politico si svolge su classi di fattori, inquadrati singolarmente in ogni branca dello scibile umano e non sull’insieme dei fattori inquadrati in una logica antropocentrica. E non più sotto il profilo strettamente utilitaristico.

05 luglio 2006

Tassisti prodiani

E' apparso con le novità prodiane un fatto a me ignoto nelle sue scandalose proporzioni: quello delle licenze dei taxi, che è una condannabilissima estorsione fatta dai comuni, per di più facile a prestarsi a tangenti più o meno malavitose.

D'altronde la frittata è fatta e risale a epoche così lontane che una ingerenza della magistratura è quasi sicuramente inutile e costosa. D'altronde le licenze vanno concesse e tassativamente gratuite o quasi, a prezzi semmai fissati a livello nazionale ( alla faccia del federalismo! ) . D'altronde non si può azzerare il capitale versato dai tassisti ( altrimenti tanto vale azzerare l'acquisto di una seconda casa per arrotondarsi la pensione ). Normalmente dovrebbero essere i comuni a rimborsare le somme pagate ( cosa complicata, ma inevitabile ), ma i comuni non hanno ora i soldi, e meno ancora le finanze puibbliche. L'unica soluzione che vedo è far riconoscere alla povera INPS ( è purtroppo la solita vittima dei malaffari di stato ) il valore delle licenze pagate in conto pensione. Questo permetterebbe di prevedere e diluire i pagamenti pensionistici, che per quelle quote devono essere i comuni, i quali si trovano con un futuro carico inatteso, di cui le attuali amministrazioni non sono responsabili. Ma almeno questa tassa del comune può essere diluita nel tempo e lo Stato può e deve prevedere una sua quota di aiuto.

5.7.2006