Sempre attuale

Risonanza, biforcazioni e fluttuazioni

  Sul dilemma tra necessità e possibilità, ritengo sia determinante l'intervento di Ilya Prigogine, laddove, nella processualità...

30 ottobre 2006

Il generalismo

Pensavo di chiudere la questione dello specialismo con l’antispecia-lismo. Mi sono accorto che l’argomento è suscettibile di ulteriori sviluppi interessanti, se lo si assume non sotto forma di anti
(negativo)
ma sotto quello di pro (positivo).

Infatti, al buio, non si contrappone il non buio, ma la
luce: pertanto allo specialismo non si contrappone l’antispecialismo che
nega solo e non afferma nulla, ma il generalismo che contiene lo specialismo in
forma coordinata
: come la luce che, diminuendo d'intensità, non si
trasforma mai in buio che, in assoluto, non esiste in natura. Nel post
dell’antispecialismo ho concluso che 100 specialisti scoordinati creano solo
caos e ciò deriva dal fatto che, a capo del progetto, non c’è nessuno in grado
di coordinarli.

Quindi, 100 specialisti allo sbando non potranno realizzare nulla sino a ché
non vi sarà un piano capace di realizzare una sintesi tra le miriadi di proposte
prodotte singolarmente dagli anzidetti 100 specialisti.

Chi fa il piano?

Chi lo dirigerà? Quale sarà la personalità in grado di svolgere
l’incarico?

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Ciò che accade in questo tormentato periodo ultradecennale di transizione che
il nostro amato Paese sta attraversando, è il vero motivo che mi spinge a
trattare l’argomento che coinvolge questi tre miei post, perché il fenomeno
specialismo-generalismo esplica i suoi effetti in un ordine che va anche oltre la
politica, in generale, e il nostro Paese, in particolare.

Perché? Perché lo specialismo si è addentrato talmente nel particolare che, gli
specialisti - sempre più presi nelle loro applicazioni e propensi a
considerare ciò che fanno come essenziale in un mondo che è esclusivamente loro
e che esclude ogni altro che li contrasti - non riescono a realizzare quelle
interconnessioni necessarie a collegare il risultato dei loro lavori secondo
piani coordinati.

Chi potrebbe risolvere questo problema? Il Generalista? Il Signor Chetuttosà?

Non basta. In mezzo alla baraonda specialistica occorre in primo luogo
stabilire una gerarchia di specialità raggruppandole per ordine d'importanza in
relazione al progetto o ai progetti da realizzare. Fatto questo, occorre
delineare il profilo del Capo in grado di realizzare il progetto.
Infine occorre scegliere la Persona che abbia i requisiti corrispondenti al
profilo.

In un'impresa di produzione e servizi la cosa è relativamente semplice,
perchè i fattori da tenere sotto controllo sono tutti misurati in funzione del
profitto.

In una nazione retta su base democratica, la cosa è molto più complicata
perchè tra i fattori da tenere sotto controllo non é solo il profitto, che nel
caso specifico corrisponde al PIL, ma un complesso eterogeneo di entità non
misurabili che vanno dall'accontentare chi fa cosa, dal soddisfacimento della
sicurezza, dall'affrancamento dal bisogno, sino alla realizzazione della condizione di
benessere e felicità sociale di tutti i cittadini. Tutte entità non misurabili e
di difficile definizione che navigano nell'oceano della politica e delle manovre
lobbistiche che si creano intorno ad interessi particolari che porta ognuno a trarre il maggior vantaggio per se stesso o per il gruppo che rappresenta.

Quindi, perchè sia efficace, il generalista dovrebbe portare a sé tutte
le conoscenze specifiche delle specializzazioni che costituiscono gli assunti da
generalizzare e, allo stesso tempo, essere dotato dell'autorità necessaria a rivestire la qualità di Capo; in sintesi dovrebbe essere una Persona che riassuma
tutte caratteristiche che l’incarico richiede. Dico una Persona: non un gregario, un funzionario di partito; insomma, non un personaggio qualsiasi capace solo di rivestire un incarico pro-tempore, come uno dei tanti (anche galantuomini!) Presidenti del Consiglio dei Ministri che hanno governato (si fa per dire!) il Paese in base a programmi inconsistenti, velleitari
e sovente del tutto inesistenti!

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Ciò di cui l'elettore maggiormente soffre, quando è chiamato ad esprimere il
voto, è il senso di abbandono e la lontananza che lo separa dalla politica. La sofferenza è dovuta, in massima parte, alla mancanza di trasparenza negli atti prodotti dai tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) da una parte, e, dall'altra, ad una comunicazione non
chiara e spesso distorta per le frequentimanifestazioni di pacchiana demagogia offerte dagli organi che li costituiscono.

Memore di tante illusioni sulle quali sono caduto nel
scegliere questo o quel partito nella cabina del voto, memore di non aver mai
manifestato preferenze per i candidati per timore dell'annullamento della scheda elettorale, e, soprattutto, per le
perplessità che costoro provocano per la mancanza di contatti idonei a
costituire una comunicazione al di sopra delle loro asserzioni fondate
prevalentemente sulla genericità, mi sono messo a pensare se ci fosse un qualche
modo per andare a votare con più tranquillità.

Per far cessare ogni mio timore, a mio parere, occorrerebbe che si avverassero, preliminarmente, queste tre condizioni che non dipendono dalla volontà dell'elettore, ma che dovrebbero essere messe in atto dai partiti e dai poteri costituiti:

  1. Sicurezza che il voto non sia manipolato;
  2. Il programma dei partiti corrisponda
    ad un'etica condivisa ed ai significati politici proposti;
  3. I candidati rispecchino i requisiti richiesti perchè la loro azione
    sia conforme al programma.

Al riguardo, suggerisco un gioco: Il gioco di Pibond©. Per iniziare occorre pensare alla propria persona; individuare quali siano le libertà (non i diritti) ritenute irrinunciabili per sé, per i propri cari, per i conoscenti e per l’umanità intera. Si gioca soli o con amici che condividono le stesse idee o che non ne hanno, ma entrambi corrono dietro un progetto con lo scopo di far vincere il proprio candidato.

Il gioco che non ha pretese scientifiche, ma quello di orientare le scelte su un certo numero di Persone/modello al quale conformare il proprio candidato ideale e ricercarlo tra quelli che si propongono per tali.

Vilfredo Pareto ci ha insegnato che le azioni degli uomini sono per la massima parte non logiche e, fondamentalmente, in quelle dei politici ne troviamo un campionario strabordante. Questo gioco ha lo scopo di impostare uno schema sul quale far apparire due cose: quanto sia non logico fondare le scelte sulla parola (demagogia) e quanto sia logico fondarle su un modello (paradigma politico condiviso) costruito ad hoc.

Il gioco di Pibond©

Al fine di individuare la Personalità adatta per rivestire una carica in un particolare settore di attività e quindi puntare sulla vittoria del proprio candidato, propongo questo gioco, il gioco di Pibond©, che serve a delineare il profilo della carica alla quale associare una Persona scelta nella rosa dei preferiti.
Il gioco si svolge su una tavola costituita da sei colonne (da a a f) e 12 righe (da 1 a 12). Il giocatore dispone di 100 carte di cui 90 con il testo della biografia di un personaggio contemporaneo o del passato e 10 sulle quali segnerà il profilo del candidato da valutare in relazione a ciascuna specialità.
Il gioco si divide in due fasi (scaricare e stampare la scheda):

  • la prima è costituita dall'attribuzione di un peso percentuale, su un totale di 100, da distribuire tra le specialità, rappresentate da un leader scelto tra le prime 90 carte con riferimento al profilo della carica da affidare;
  • nella seconda si confronta il candidato da valutare in ciascuna specialità ritenuta necessaria allo svolgimento dell'incarico, con i leader individuato nella fase 1 che potrà avere un peso più alto o anche più basso, rispetto al candidato stesso.

Partendo dalla prima, la colonna (a) è dedicata all'Ordine generalizzante nella quale sono individuati gli specialisti suddivisi nei tre ordini (LCA) sui quali si appoggia l'esposizione sociale di ciascuno:

  • Libertà, nel quale confluiscono gli specialisti il cui contributo - prevalentemente di natura intellettuale - richiede in minima parte l'apporto di relazioni interpersonali: Teologo (riga 1/colonna c), Filosofo (r.2/c) e Artista (r.3/c);
  • Comunicazione; nel quale confluiscono tre specialisti che rappresentano la base essenziale perchè i rapporti interpersonali conducano alla concordia nell'agire: Comunicatore (r.4/c), Insegnante (r.5/c); Politico (r.6/c);
  • Azione, nel quale confluiscono quattro specie intese come contributi condivisi in società che costituiscono la massima sintesi di efficienza della triade LCA: Ricercatore (r.7/c); Artefice(r.8/c); Imprenditore (r.9/c); Mediatore (r.10/c).

Le colonne (d) ed (e) sono dedicate agli specialisti. Nella colonna (d), per ciascuna specialità, sarà indicato il nome di chi si ritiene essere il Leader da scegliere tra le 90 carte. In colonna (e) occorrerà compiere le operazioni della prima fase del gioco e, nei riquadri, tra la riga 10 e la colonna f, si svolgerà la seconda fase.

Fase 1
Le 90 carte rappresentano altrettanti leader. L'operazione
consiste nel segnare in colonna (e) il valore della specialità nel contesto
delle qualità complessive da attribuire al profilo del candidato, scegliendo,
ovviamente almeno una specialità per ogni ordine di cui alla colonna (e). Scelte
le specialità, occorrerà ripartire il valore 100%, segnato nel riquadro (e/12)
tra le specialità prescelte, ricavandone il valore dall'importanza della
specialità con riferimento alla carica da ricoprire.

Fase 2
La fase 2, come detto sopra, si svolge tra la riga 11 e la colonna
f. In (11/d) si utilizzerà una delle dieci carte bianche e si segnerà il
nominativo del candidato sia nel riquadro che sulla carta, sulla quale si farà
un cenno biografico. Infine, in colonna (f) si indicherà Il peso che si ritiene attribuire per ogni specialità in riferimento a quella di riferimento. In colonna (f/11) si segnerà infine il peso complessivo del candidato rispetto al valore 100% preimpostato nel riquadro (e/12).

Il gioco può essere ripetuto per altri candidati per ognuno dei quali sarà segnato i valori conseguiti nelle prove. Il candidato che avrà conseguito il maggior punteggio sarà:

il tuo candidato


La tavola del gioco

Questa è una versione di prova. Sul sito pibond.it è in corso di preparazione
una versione più elaborata e dotata di qualche esemplificazione con il profilo
di vari personaggi storici ricercati tra le informazioni biografiche.

10 ottobre 2006

L'antispecialismo

Mio malgrado, nonostante il fatto che MS Word lo consideri un errore, lo specialismo fa già parte di un discorso antecedente al mio. Chiedo venia per la mia presunzione e pago il fio. Mi rimetto in toto per quanto altri abbiano già detto sull’argomento e dedico il titolo di questo post al blog di Vincenzo Fano - Viverestphilosophari - sul quale ha inserito una pagina dedicata a "Specialismo e generalismo"... e così, addio Copyright!
Vincenzo Fano risponde a tal punto sulle conclusioni di quanto desidero rappresentare che sento l’obbligo di ricopiare qui sotto il testo che tuttavia si può leggere cliccando sul link.
Specialismo e generalismo
Se sono uno studioso serio e consapevole di non essere un genio rivoluzionario, posso decidere di occuparmi tutta la vita più o meno degli stessi problemi, in modo che arrivo ai massimi livelli mondiali in quel campo, anche se molto specifico, inoltre ho un effettivo impatto sul progresso della ricerca e il mio lavoro viene riconosciuto dai mezzi di comunicazione della scienza. Ho però lo svantaggio di vivere personalmente uno stato di forte alienazione, perché di tutte le cose che vale la pena conoscere e che arricchiscono la nostra vita ne apprendo solo una minima parte. Inoltre rischio di perdere la consapevolezza dei processi cognitivi e delle premesse del mio lavoro scientifico. Per formare il genio rivoluzionario, questa coscienza è assolutamente essenziale, poiché è proprio agendo in profondità sulle premesse dei saperi che avvengono le rivoluzioni scientifiche.
Mi riservo di chiedere scusa per questa mia presunzione, ma, mentre l’Autore di questo brano raggiunge le mie stesse convinzioni attraverso un costante studio che lo porta a brillanti risultati nel campo dell’antropologia, io - pensionato che sta terminando un periodo di due lustri di sabbatico dopo quasi quaranta anni di vita aziendale e che tenta di mettere ordine nel grande frastuono che avvolge l'esistenza umana - gioisco, perché, finalmente, vedo scritto da chi se ne intende queste parole:

Ho però lo svantaggio di vivere personalmente uno stato di forte alienazione, perché di tutte le cose che vale la pena conoscere e che arricchiscono la nostra vita ne apprendo solo una minima parte.

Ecco la prudenza e la temperanza del forte!
Condivido in pieno questa forma di alienazione che deriva, a parer mio, dall’apparente dissidio tra la fede cristiana che professo e i sempre più vistosi e abbacinanti successi nel campo delle applicazioni scientifiche che fanno l’uomo assomigliare vieppiù a Dio.
Personalmente risolvo il dissidio ritenendolo apparente e cioè considerando trascendente tutto ciò che non ricade nell’immanente. Tra trascendenza e immanenza vi è un rapporto dinamico soggettivo, perché nella trascendenza tutto è mistero e nell’immanente tutti possono vantare una conoscenza più o meno vasta ma non universale.
Il mio verbo, da una parte si ispira al secondo comandamento che traduco non disturbare Dio per cose che posso (coscienza delle mie capacità) e devo fare (etica che mi é imposta e/o che condivido); dall’altra, alla prudenza nel portare a ragione ciò che solo Dio sa.
Tracciare un confine tra Dio e me e tra Dio e gli altri è il mio assunto. Un confine che estende l’immanente su superfici sempre più vaste e di ciò cerco tracce nella storia e nella filosofia.
Peraltro, vedo anche che l’immanente per quanto sia esteso, rappresenta solo una piccola goccia d’olio caduta nel mare oceano: l’estensione aumenta ma diminuisce il suo spessore sino a diventare quasi nullo. Rendi a Dio …. e quel che segue significa anche, con bel garbo, non allargarti troppo!
I milanesi dicono O’ felè fa’l to mestè!

°°°

E vengo all’antispecialismo. Mentre nello specialismo individuo un movimento, nell’antispecialismo non lo individuo. Come non lo individuo nell’antifascismo o nell’anticomunismo. L’antiqualcosa nasce sempre dopo che al qualcosa che ha provocato devastazioni succede un qualcos’altro e nel qualcos’altro si crea il convincimento antiqualcosa. Quando, poi, il qualcos’altro ha fatto i suoi bei danni, in un tempo che può durare anche decine di lustri, nasce uno strano convincimento che porta a considerare tutti coloro che non sono ex-qualcos’altro sono dei qualcosa.
Traduco il tutto per mostrare cosa accade oggi nel nostro martoriato paese nel quale, morto il classismo dei borghesi e dei proletari, c’è chi - gli ex-cattocomunisti cui è rimasta la sola etichetta di antifascisti - vuole ricostituirlo per classi di reddito!!
Chiunque la pensi in modo diverso, quindi, non è più anticattocomunista ma un fascista demo-plutocratico da ridurre al silenzio.
Concludo. L’antispecialismo è la convinzione dei fascisti demo-plutocratici sul piede di mostrare i loro muscoli in 100 città italiane.

Quanti sono, nel nostro martoriato paese, i fascisti demo-plutocratici?
Nessuno. Ovvero pochi, tanti quanti si dichiarano o vogliono rifondare il comunismo.

Ripeto: “Chi decide su cosa?”

Il Governo Prodi: la congregazione degli ex… con amici, parenti e affini che per quasi un sessantenio hanno comandato nel bel paese.

08 ottobre 2006

Lo specialismo

Lo specialismo non è un’ideologia, né una teoria!
Lo specialismo è il risultato dell’opera di specialisti eccellenti (più di 100?) che, senza comunicare tra loro, si occupano ognuno sul tema assegnato all’altro.
Lo specialismo è la sintesi di operazioni fatte da umani in funzione di robot.
Lo specialismo è una Babele di atti a sé stanti vaganti tra il nulla ed il caos.
Lo specialismo è l’antitesi della gestione d’impresa.
Lo specialismo si fonda su tutte le credenze e le conoscenze storicamente acquisite dall’umanità e, allo stesso tempo, tutto ciò che è e funziona deve essere distrutto e rifondato.
Lo specialismo si manifesta con la creazione di apposite Commissioni di specialisti che producono un certo numero di documenti che rappresentano la sintesi dello svisceramento del tema assegnato. Il prodotto delle Commissioni di specialisti ignora i rapporti di causa - effetto (per non parlare di interdipendenze) con i temi assegnati alle altre Commissioni di specialisti. Le Commissioni di specialisti sono tante quante sono gli specialisti e le specializzazioni. Ad ogni specialista corrisponde una specializzazione e le specializzazione sono in un numero pari agli specialisiti. La specializzazione è il risultato dalla frammentaazione di una o più specializzazioni operata per cooptazione di uno o più specialisti. Gli indirizzi assegnati alla Commissioni sono fissati dagli stessi Commissari che li traggono solo dalla propria materia.
Molti componenti della Commissioni di specialisti provengono dalle fila dei Girotondisti, per cui specialismo e girotondismo sono l'uno il prodotto dell'altro o viceversa.
Lo specialismo ha l’effetto (conscio o inconscio) di devastare e distruggere tutto.
Infatti, c’è da chiedersi: “Poi, chi decide su cosa?”
Risposta: "Il Governo Prodi".
°°°
Non sono capace di scrivere altro sul Decreto Visco e la finanziaria!
Mi sento come quel vigile urbano interpretato da De Sica: Ahiutatemi!!
Sono ossessionato dallo scrupolo di aver omesso qualche altra caratteristica essenziale dello specialismo!!
Con ogni commentatore condividerò i diritti di Copyright su questo prodotto ideologico (prodotto perchè in sé lo specialismo non è un ideologia ma un movimento espresso da un branco allo sbando).
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Revisone del 22 giugno 2017

05 settembre 2006

Una Casa per i Popoli*

La concessione di libertà a diseguali crea contrasti insanabili che inevitabilmente possono causare rivolte, sfociare in disordini politici ed innescare moti rivoluzionari.

Il seme della manipolazione
Oggi, le nazioni dell'Occidente sono costituite in Stati democratici in cui i cittadini esercitano diritti secondo un principio di uguaglianza che considero falso.
Infatti, non è vero che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge; è vero, invece, che la legge rende uguali i cittadini in un contesto sociale assistito e governato da élites che gestiscono poteri frammentati.

23 luglio 2006

Smettiamola di sparlare

Non sono un individuo! Sono una persona.
Mi sento individuo quando il mio sentimento di libertà è oppresso e, quindi, sparlo; mi sento persona quando non mi sento oppresso e, quindi, parlo.
Dal mese di luglio dello scorso anno, ovvero da quando scoppiarono gli scandali Antonveneta, RCS e Unipol mi sforzo di non sparlare, di non menzionare le persone coinvolte, di non commentare alcunché perché dal commento di questi fatti incredibili di cronaca non si ricava niente di utile e solo danno per tutti.
Ma, ora, che un governo pletorico, litigioso, incompetente (oltre 100 persone che si comportano come individui al servizio di otto capibanda, insediatisi come ministri, spacchettati o non, vice ministri con o senza incarico, sotto qualcosa con o senza portafoglio ecc.) raggiunge - in trionfo - il vertice della stupidità politica con la pretesa di abolire con decreti le corporazioni e gli ordini professionali; di cambiare politica estera; di violare gli accordi internazionali; di privatizzare le imprese svendendole all'estero (Air France si è preparata riducendo a metà il valore della sua partecipazione in Alitalia), spezzare il duopolio RAI - Mediaset facendo ricadere quest'ultima nelle maglie di Murdock, già forte di suo con Sky; insomma, di cambiare tutto mettendo sottosopra il paese:
  1. riuscirò a parlare ancora;
  2. dovrò sparlare e, come tutti, andare in piazza per la prima volta per protestare a favore della mia categoria (quella dei pensionati; degli utenti TV, elettricità, gas, telefonia fissa e mobile a banda stretta, larga e larghissima; dei proprietari di prima casa; degli utenti potenziali di una seconda casa in affitto in Sardegna .... sono sicuro che l'elenco non è completo);
  3. farò la fine di Buridano che muore perché non sapeva su quale campo brucare l’erba?

Chiarisco subito che parlare o scrivere è la stessa cosa. Uso il verbo parlare nel senso di esprimere concetti intorno ad un argomento definito.Per sparlare vale lo stesso principio salvo il fatto che l’espressione del concetto è volto a demolire le argomentazioni che ne sono a fondamento.
Dalla demolizione non nasce nulla se non si ha un progetto valido.
L’attuale governo non esprime alcun progetto valido e condivisibile; dunque tutto ciò che produce non può che essere frutto di mercimonio e compromesso e il parlarne si traduce nello sparlare a livello di litigio condominiale.
Eppure, io credo che bisogna parlare; abbiamo parlato poco e male; non siamo convincenti e non siamo sufficientemente armati intellettualmente per controbattere la dialettica idealista ottocentesca che sorregge il pensiero politico della parte essenziale che sostiene l’attuale maggioranza.
Come e cosa fare?
A mio parere questo:

  • non sparlare;
  • non cadere nella trappola dei sofismi marx-nihilisti, sostenuti da un pensiero debole di nome e di fatto propagato dagli acchiappacitrulli che dominano la scena nei salotti radical chic della capitale e sulle spiagge trendy del litorale italiano;
  • parlare solo in senso positivo affermando ad esempio che la ricchezza non è il male e che il male lo commette solo chi non la usa bene;
  • proporre cose fattibili come una sana politica a favore dello sviluppo della famiglia costruita su base solidale e non assistenziale;

Questo è quanto. Occorre ora affrontare ogni singolo argomento.Per approfondire gli aspetti più particolari del mio pensiero, suggerisco la lettura della pagina “Benessere non è felicità” sul mio sito.

05 luglio 2006

Tassisti prodiani

E' apparso con le novità prodiane un fatto a me ignoto nelle sue scandalose proporzioni: quello delle licenze dei taxi, che è una condannabilissima estorsione fatta dai comuni, per di più facile a prestarsi a tangenti più o meno malavitose.

D'altronde la frittata è fatta e risale a epoche così lontane che una ingerenza della magistratura è quasi sicuramente inutile e costosa. D'altronde le licenze vanno concesse e tassativamente gratuite o quasi, a prezzi semmai fissati a livello nazionale ( alla faccia del federalismo! ) . D'altronde non si può azzerare il capitale versato dai tassisti ( altrimenti tanto vale azzerare l'acquisto di una seconda casa per arrotondarsi la pensione ). Normalmente dovrebbero essere i comuni a rimborsare le somme pagate ( cosa complicata, ma inevitabile ), ma i comuni non hanno ora i soldi, e meno ancora le finanze puibbliche. L'unica soluzione che vedo è far riconoscere alla povera INPS ( è purtroppo la solita vittima dei malaffari di stato ) il valore delle licenze pagate in conto pensione. Questo permetterebbe di prevedere e diluire i pagamenti pensionistici, che per quelle quote devono essere i comuni, i quali si trovano con un futuro carico inatteso, di cui le attuali amministrazioni non sono responsabili. Ma almeno questa tassa del comune può essere diluita nel tempo e lo Stato può e deve prevedere una sua quota di aiuto.

5.7.2006

01 luglio 2006

Ivan Liggi - Un poliziotto in galera

Per le affinità di opinioni che condivido con il miscredente trascrivo in toto il post che ha inserito ieri nel suo blog.
La vicenda sofferta da Ivan Liggi è sconcertante al punto da suscitare l'assoluto dell'indignazione! Questa è la vera e autentica occasione perchè il Capo dello Stato possa dimostrare di essere realmente super partes e di essere, nei fatti, anche il mio Presidente: questo succederà se Egli accoglierà la domanda di grazia di Ivan Liggi e se non si sotratterà, adducendo qualche recondito cavillo del nostro ordinamento costituzionale, al suo inderogabile potere di concedere quella grazia che, oggi - dopo le vicende del caso Bompressi - è interamente suo perchè non lo condivide più con il Ministro della Giustizia (ex Ministro di Grazia e Giustizia).
Ecco il post: dopo la lettura ti prego di considerare l'opportunità di manifestare - dal banner sottostante - il tuo appello di grazia a Giorgio Napolitano e a Clemente Mastella.

Riporto l'ultima intervista di Ivan Liggi, rilasciata pochi giorni fa nel carcere di Forlì a Massimo Pandolfi e pubblicata sull'edizione de Il Resto del Carlino del 22 giugno 2006.
Il poliziotto in galera - «La mia battaglia per la libertà» - Ivan Liggi e la grazia: «Ci spero»dall'inviato Massimo PandolfiForlì - Quando ci incontriamo, Ivan Liggi non sa ancora che a una manciata di chilometri da qui, da questo carcere forlivese che da 614 giorni è diventata la sua casa, vive da uomo praticamente libero Ferdinando Carretta, il ragazzo che a Parma sterminò la famiglia.Meglio così, forse. Infatti, scherzi del destino, sapete cosa ha detto come prima cosa Ivan, ieri mattina alle nove, al vostro cronista?«Mi sento un peso, per tutti. Che senso ha tenermi qua dentro dalla mattina alla sera? Vorrei poter lavorare, rendermi utile, aiutare chi ha bisogno e poi, per carità, la sera tornare in cella». Ciò che praticamente succede a Carretta, proprio a Forlì; Carretta che ha sterminato volontariamente la sua famiglia e Liggi che continua a ripetere che nove anni fa ha sparato per sbaglio a un ragazzo in fuga, figuriamoci se lo voleva uccidere.Comunque: l'incontro ha un altro scopo. Parlare di Ivan Liggi e della sua richiesta di grazia, proprio nel giorno in cui da Rimini partono in tour per l'Italia i camper della speranza, della grazia.
Chi è perplesso dice: Liggi ha presentato la richiesta di grazia troppo presto, magari fra qualche anno potrà ottenerla, ora no. Tu che rispondi?«Ti rispondo chiedendo di guardarmi in faccia. Ti sembro un pericoloso criminale capace di compiere reati appena uscito da qui?».
Onestamente no, ma mica si può giudicare solo dalla faccia...«Ecco, ti aggiungo che fino al giorno della sentenza definitiva della Cassazione ho continuato a fare il poliziotto, lo Stato mi faceva girare con la pistola e ho ricevuto complimenti. E poi, chiedi pure in giro, prima di entrare qua dentro sono sempre stato un ragazzo perbene».
Ivan, nove anni fa hai ucciso un uomo...«So solo io il dolore che provo dentro di me e che segnerà tutta la mia vita. Però più che continuare a dire che non solo non volevo uccidere quel ragazzo, Giovanni, ma che non volevo neppure sparare e che il colpo è partito accidentalmente dalla mia pistola, cosa posso fare?».
La sentenza ha scritto il contrario: omicidio volontario.«La rispetto e sto pagando. Penso però che sia mio diritto dire che non la condivido. Lo ripeterò anche dopo nove anni, cinque mesi e un giorno dalla condanna, quando sarò un uomo definitivamente libero».
Sempre che Napolitano non ti conceda la grazia.«Io non mi illudo, poi si sta peggio».
Però Napolitano ha cominciato la sua missione al Quirinale concedendo la grazia a Bompressi e se il buongiorno si vede dal mattino...«Me lo auguro. Vorrei solo che non si facessero giochi o speculazioni politiche. Io la politica non la conosco, non la seguo, non ci capisco niente. E un po' ci resto male anche quando il mio caso viene affiancato a quelli di Sofri, Bompressi e compagnia...».
Però si dice che Ciampi non ti abbia firmato la grazia per i suoi vecchi contrasti con l'ex ministro Castelli che non voleva liberare Bompressi e Sofri...«Non lo so e non mi interessa saperlo. Vorrei solo che il giorno in cui verrà esaminato il mio caso, si tenga conto della mia persona e basta. E vorrei ricordare che, comunque si valuti l'accaduto, io quella maledetta mattina del 1997 mi ero alzato per andare a lavorare e stavo cercando di fare il mio dovere: l'ho fatto evidentemente male se è successo quello che è successo. Mi sembra però che resti tanta indifferenza fra il sottoscritto e tanta gente che si svegliava non per andare a lavorare, ma per uccidere».
Liggi, cosa ti sta insegnando il carcere?«Che la solitudine è una brutta bestia. Che le domeniche, le feste, sono giornate terribili.Mi sono preso un impegno: prima o poi uscirò di qui, tornerò a vivere e lavorare e allora, almeno nei giorni di festa, dedicherò un po' delle mie ore alle persone sole, agli anziani, agli ammalati, ai carcerati. Penso a un sorriso, magari una carezza, un panettone da mangiare insieme. Il carcere mi sta insegnando queste cose».

Ivan Liggi.

29 giugno 2006

Frustrati e furenti, uniti nel futuro di libertà (bozza)

Nella pagina Ma quanti sono i poteri! di www.pibond.it, affermo un principio fondamentale che caratterizza l'economia di oggi, in particolare nel nostro mondo occidentale e che ritengo opportuno richiamare anche qui:
i beni materiali disponibili e la trasformazione di essi con l'utilizzo di fonti energetiche rese potenzialmente inesauribili dallo sviluppo tecnologico, affrancano gli uomini dalla schiavitù e consentono a tutti di essere liberi e di condurre un'esistenza dignitosa.
Non sembra vero, ma è ragionevole pensare che la società umana possa oggi raggiungere un nuovo equilibrio nei rapporti sociali coinvolgendo tutti nella conduzione di una esistenza serena e non più vincolata ai bisogni impellenti creati dalla carenza di beni primari che sono quelli indispensabili per la sopravvivenza.
In più parti del mio sito rilevo che, oggi, l'economia è caratterizzata da un mercato dove la domanda non genera più l'offerta, ma è l'offerta che genera domanda per consumi crescenti in quantità e qualità a prezzi che si adeguano ai target di consumatori distribuiti per classe di reddito, di sesso, di età, di cultura ecc.
Se è vera questa osservazione, le crisi di sovrapproduzione, che sino alla metà del secolo scorso hanno afflitto l'economia, non dovrebbero più accadere perchè la disponibilità dei beni sul mercato è regolata dalla domanda indotta dalla stessa offerta e, allo stesso tempo, sempre in base al principio anzidetto, la disponibilità dei beni sul mercato dovrebbe essere sufficiente a garantire a tutti i viventi, ovunque abitino, un benessere adeguato per godere di un orizzonte economico allargato ad oltre i beni primari.
Eppure sembra che succeda il contrario.
In realtà osserviamo che la schiavitù esiste ancora, che un terzo della popolazione mondiale non dispone di mezzi sufficienti per vivere in modo accettabile e che gli sforzi posti in essere per ridurre il divario tra richi e poveri non sembrano avere successo. Perchè? Mancanza di mezzi? Razzismo? Classismo? Ignoranza? Sfiducia nella capacità di assimilare il modo di vivere di noi occidentali?
Questo ed altro potremmo chiederci, ma, a mio parere, la risposta è una sola: tra noi, c'è un pessimismo diffuso che ostacola la generazione di un modello accettabile per sé stessa e per gli altri.
A mio parere, le cause possono riassumersi in queste tre proposizioni:
  1. il disorientamento generato dalla mancanza di riferimenti condivisi;
  2. la frammentazione del potere generata dallo sconvolgimento della gerarchia dei valori;
  3. la separazione della responsabilità dei singoli dalla funzione politica, economica e sociale esplicata.
Penso che questi siano i tre punti fondamentali dai quali partire per diffondere un modello di vita accettabile e che dovrebbe avere origine dai singoli o non più da strutture statuali ormai ridotte ad essere relitti che generano distorsioni insopportabili quali:
  • la deresponsabilizzazione dei singoli,
  • la cooptazione clientelare,
  • i meccanismi di delega passiva,
  • l'estensione delle gerarchie,
  • il corporativismo,
  • consociativismo sindacale e politico
  • ecc.,

sino a realizzare la sovietizzazione del sistema politico, economico e amministrativo.
In Italia la questione è particolarmente aggravata dal fatto che la nostra carta costituzionale non ha ancora subito quelle modifiche necessarie a rivalutare il cittadino come persona e non considerarlo come unità sociale che genera lavoro (vedi il mio post del 21 maggio 2006) e nemmeno adottato quelle per le quali siamo stati chiamati al Referendum del 25-26 giugno 2006 perché, se si fosse concluso con la vittoria del sì, il principio di sussidiarietà avrebbe avuto una definizione più vicina alla terza proposizione.
Infatti il nuovo testo dell’articolo 118 sarebbe stato il seguente: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni riconoscono e favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà. Essi riconoscono e favoriscono altresì l’autonoma iniziativa degli enti di autonomia funzionale per la medesima attività e sulla base del medesimo principio».
Al riguardo Giorgio Vittadini nel posto apparso sul pungolo ilpungolo spiega:

La nuova formulazione richiede una spiegazione. Si osserva che rispetto all’attuale art.118 si utilizza il verbo “riconoscere” anziché “valorizzare”: si tratta di un’affermazione più decisa della sussidiarietà rispetto a quella della precedente legislatura che ha votato l’attuale art. 118 della Costituzione. In altre parole, il favor verso l’autonoma iniziativa dei cittadini e delle loro associazioni non si configura come una mera concessione da parte del potere pubblico, ma come il riconoscimento di un’autonomia che preesiste al potere pubblico.

Pietro

24 giugno 2006

Il Nasometro

Oggi è la vigilia della giornata del Referendum per la modifica alla Seconda Parte della Costituzione.
Il 3 giugno scorso mi chiedevo se era da considerarsi un successo la vittoria del Sì oppure quella del No. Ho chiesto qualche opinione in merito e nessuno mi ha risposto.
A questo punto, come sempre ho fatto in vita mia, non avendo nemmeno il conforto del mio amico Donchì in giro nello spazio-tempo, né quello del fido Oliver che mi ha fatto chiaramente capire che il suo naso non serve a far statistiche ma per valutare cose di sostanza, non mi resta altro che mettere empiricamente in funzione il nasometro che è una protesi associata al mio sistema sensorio pronta a entrare in funzione quando ho poco tempo per decidere su questioni di vitale importanza.
Che nessuno rispondesse al mio post è cosa ovvia perché: 1° pochissimi sanno che ho un blog; 2° nessuno mi conosce se non quei pochi che non so cosa pensano di me quando scrivo queste cose; 3° non avrebbe comunque risposto nessuno, nemmeno se fossi il miglior giornalista d’Italia (a proposito, chi è, secondo te?).
E’ così che, senza risposte, mi devo avvalere solo del mio nasometro.

L’80% degli aventi diritto al voto, si chiede se andare a votare o non andare a votare; il rimanente 20% andrà a votare e nessuno può dire come, perché il mio delicato strumento è già entrato in tilt.
Allora, quanti andranno a votare tra gli indecisi a recarsi al voto?
Faccio un’ipotesi: supponiamo dal 20% al 40% dell’80%; la media sarebbe 30%, il ché farebbe risultare la percentuale dei votanti a 44% e questo numero me lo vado a giocare al lotto.
Premesso quanto sopra e considerato che il 20% sarà composto dal 10% di SI e dal 10% di NO, quale sarà il comportamento del 24% degli indecisi di votare SI o NO.
La battaglia si combatterà tra i FRUSTRATI del regime che vedono svanire nel nulla l’Amata Repubblica Fondata Sul Lavoro, con tutti gli orpelli che in 50 anni si sono accumulati per creare uno stato assistenziale fondato sulla raccomandazione nel quale tutti sono responsabili di quello che fanno gli altri e i FURENTI e cioè quelli che sono i veri responsabili - gli altri - soffocati dall’inettitudine dei parolai sconclusionati che per tutto questo tempo hanno occupato cariche pubbliche elettive.
A questo punto smetto di far conti; il nasometro non è in grado di valutare il rapporto FURENTI/FRUSTRATI. Mi auguro che sarà > 0.
Io sono FURENTE e voterò SI, non perché ritengo che le modifiche proposte dal referendum siano quelle che servono, ma perché è l’unica via per rifare la Parte Prima della Costituzione che in molti punti contrasta con i trattati europei, in particolare per l’errata enunciazione del principio di sussidiarietà.
Martedì prossimo dedicherò il mio post a …… lo dirò dopo.

P.S. Autorizzo che mi legge a pensare che il sottoscritto ha trovato qualche difficoltà nel scegliere alcune parole che in questo testo sono scritte in lettere maiuscole.

03 giugno 2006

La prossima tornata elettorale

Qualche precisazione!
Prossimamente compariranno altre pagine riferite alle malefatte di Donchì.
Nel frattempo, dedicherò questo mio blog esclusivamente al prossimo giro elettorale per il successo del referendum per la modifica della seconda parte della Costituzione della Repubblica Italiana. Cosa intendo per successo?
Un si' ?
Un no?
Ti lascio nel dubbio sino al prossimo post.
Intanto fai un tuo commento!