Sabato 11 novembre 2006, Romano
Prodi, allora Presidente del Consiglio dei Ministri del Governo italiano, dichiarò:
“Qui ormai siamo
in un paese impazzito, che non pensa più al domani”!
Dopo una mia
prima reazione di stizza seguita da una stretta allo stomaco mi venne spontaneo
lo stimolo di urlare: “Senti chi parla”!
Dovetti
ricredermi perché non disse che io, cittadino italiano, ero impazzito; né
potevo avere argomenti per sostenere che Romano Prodi fosse pazzo.
Infatti, Prodi non
si riferiva a persone o gruppi di una qualsiasi parte, ma all’intero paese
abitato da persone disorientate che mostravano di non saper più comunicare né
immaginare qualche certezza per il futuro.
Il panorama
politico internazionale e quello italiano in particolare, lo sconforto di tutti
nell’osservare che non vi erano segnali di ravvedimento e che nessuno era
capace di avviare un programma di azioni virtuose verso il risanamento della
moralità pubblica e privata, mi costringevano a prendere in esame un argomento
che avrei voluto rinviare a momenti più favorevoli e cioè a quando si sarebbero
manifestati sintomi per la comparsa di qualche risposta, sia pur minima, alle
domande che allora mi ponevo.
Il pensiero mi
conduceva ad immaginare qualche pratico sussidio politico per stimolare la
gente verso una maggiore coesione sociale. Invece, mi appiattivo nell’
immaginare soluzioni anche ovvie ma irrealizzabili sul piano pratico ed il mio
pensiero vagava nell’incubo di una catastrofe imminente.
La Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione
Europea, l’Integrazione dei Popoli
nelle Nazioni del continente e l’ Aspetto
linguistico a base del sistema di comunicazione, costituivano le mie
maggiori preoccupazioni perché, come cittadino, percepivo una libertà che,
seppure proclamata, sembrava compromessa dal difetto di etica comune condivisa.
Considerazioni linguistiche
Quante lingue si
parlano nelle venticinque nazioni europee alle quali l’UE intende aggiungere
anche la Turchia che occupa, per il novantasette per cento della sua estensione,
il continente asiatico?
Ecco una grossa
complicazione che corrisponde al rovescio di quanto capitò agli uomini che
lasciarono incompiuta la torre di Babele.
Con la creazione delle
unioni, delle federazioni, degli organismi plurilaterali sotto l’egida dell’Unione
Europea apparteniamo, noi, alla progenie destinata a completare un’impresa
rimasta incompiuta da millenni?
Parleremo quindi un'unica
lingua come sudditi del Levitano[1], oppure ogni cittadino potrà continuare a
parlare la propria e l’interlocutore parlante un’altra lingua sarà in grado di
capire come se ascoltasse la propria?
Tra le lingue degli
europei, nel mondo, ci sono l’Inglese e lo Spagnolo parlato da 320 milioni di
persone ciascuna. In 178 milioni parlano il Portoghese e in 144 milioni parlano
il Russo. Tutte le altre lingue, tra le quali, il tedesco (90 milioni), il
Francese (68 milioni) e l’italiano (64 milioni) sono parlate da meno di 100
milioni di Persone. Tra gli extraeuropei menziono la Cina, con 1,2 miliardi di
parlanti, il Sud est asiatico con 360 milioni di parlanti l’Hindi ed il
Bengalese; i Paesi arabi con 221 milioni. 178 milioni sono i parlanti il
Portoghese, e 122 milioni il giapponese. 52 lingue sono parlate da meno di 20 milioni
di persone ciascuna e 23 lingue da meno di 10 milioni di persone, tra le quali
il Lombardo (9 milioni) ed il Napoletano - calabrese (7 milioni.)[2].
°°°
Conviene
inquadrare il problema linguistico nel sistema più generale della comunicazione
fra le persone, partendo dal considerare tre ipotesi risolutive pertinenti –
ciascuna - a specifiche fattispecie che indicherò nel contesto di questo stesso
paragrafo.
1. Il
Leviatano immaginato da Hobbes, imporrebbe una lingua unica artificiale come
l’Esperanto non derivante da idiomi parlati. Una nuova lingua nasce tra le
persone che la condividono e si diffonde nella forma usata dal leader. Mi viene
in mente la comunità che si raccoglie attorno ai GP automobilistici, dove
l’effetto Ferrari fa sì che l’italiano parlato dai modenesi con accentuazioni maranellesche prevalga sugli altri
linguaggi. Probabilmente, non così succederà per la gente di Fiat, dove
l’accentuazione piemontese potrà cedere il passo a quella parlata a Detroit,
negli Stati Uniti. Ciò vuol dire che in tema di comunicazione, ognuno tende ad usare la lingua del proprio
capo e, questa proposizione, può considerarsi una tra le tante leggi
naturali.
2. Altri
preferirebbero ripristinare le lingue naturali inculcate nelle religioni e tuttora
praticate, sicché ritornerebbe l’uso del Latino come lingua colta per la
matrice culturale occidentale da contrapporre all’Arabo, al Mandarino standard
e all’Hindi derivante dal Sanscrito, rispettivamente nei paesi arabi, in Cina
ed in India. Il destino rimarrebbe segnato per tutte le altre lingue ancorché
parlate ma prive di basi letteraria e culturale di qualche consistenza. La
lingua greca la cui cultura fu sopraffatta dall’Islam ed assorbita in quella
umanistica occidentale, non avrebbe più rilevanza.
3. La
terza ipotesi lascia spazio alla libera scelta
di una seconda lingua, oltre la madrelingua, tra quelle di maggior diffusione,
intendendo per essa quella più consona alle occupazioni esplicate da ciascuno.
Considerate le
ipotesi 2 e 3, e scartata la prima perché dovrebbe essere imposta da un
inaccettabile leader universale,
occorre prendere atto che qualsiasi soluzione non può adombrare il forte legame
esistente tra la storia e la cultura dei popoli. Non può esservi una buona
cultura se non è espressa in una lingua pertinente ad essa. Né è concepibile
una cultura - e per essa s’intende religione, filosofia ed arte - enucleata
dalla storia. Basti pensare all’immondizia intellettuale prodotta dal
materialismo e dal pensiero nichilista, capire che, dal degrado culturale, non
esce niente di bello e di buono se il comportamento delle persone non è mondato
dall’immoralità, dalla cacofonia e dalla volgare sciatteria delle
rappresentazioni visive. Non parlo di contenuti, ma della forma che dovrebbe riscattare
l’orrido insito nel male ed il brutto che sono realtà influenti che sconvolgono
lo spirito. Le culture sono il vero motore per l’apprezzamento etico ed artistico; senza
di esse la vita decade nel vacuo compiacimento passionale.
In tal modo
originano due specie di mali e di bruttezze: quelle oggettive, reali e
tangibili che causano dolore, e quelle soggettive prodotte dal riflesso di ciò
che è male e brutto sui sentimenti della persona singola e della comunità cui
essa appartiene.
Dante, per la Divina
commedia, ma potrebbe essere anche quello di Goethe per il Faust, di Milton per
il Paradiso Perduto o di Tolstoj per Guerra e Pace, di Cervantes, per il Don
Chisciotte, di Rabelais
per Gargantua
e Pantagruel, senza dimenticarne altri più moderni come Pessoa, portoghese o
Ibsen norvegese, o Kafka ceco, scrittore in lingua tedesca, o Joyce irlandese,
o Saint Exupéry francese, o Borges argentino, non rappresentano un problema
linguistico per le opere loro, perché, nessuno sarebbe capace di esprimere
meglio ciò che hanno scritto. Il problema sta per chi non conosce la lingua usata
nello scrivere e cioè per tutti noi europei, che per conoscere questi autori
dobbiamo ricorrere, oltre al traduttore, anche all’interprete, per non aver
dimestichezza in almeno in una ventina di lingue. Arabi, indiani, cinesi e
giapponesi non hanno problemi di tal fatta come noi che abbiamo assommato una
cultura immensa, partendo da un ceppo comune greco – romano - giudaico –
cristiano: tutte culture che, grazie al cristianesimo, hanno toccato tutti i
popoli delle attuali nazioni europee.
Per noi
occidentali, terminata la fase umanistica, dalla riforma protestante che
interruppe il progetto europeo di Carlo Magno, ogni cultura seguì il percorso
dei popoli che si andavano formando nelle nazioni del vecchio e dei nuovi
continenti, per giungere ai nostri tempi in cui sembra urgente ricomporre il
tutto nel dare avvio ad una grande Unione politica che, per l’Europa, concentrerebbe
più di quaranta nazioni, di cui già 27 già unite dal Trattato sull’Unione europea e dal Trattato sul funzionamento dell'Unione europea entrambi firmati a
Lisbona il 13 dicembre 2007. Con essi è stata istituita la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (nel testo
approvato dal Consiglio europeo a
Nizza l’11 dicembre 2000), che, però, non entra in vigore perché il processo di
ratifica non è ancora concluso (Debbono ancora ratificare: Repubblica Ceca, Danimarca,
Irlanda, Polonia, Portogallo, Svezia e Regno Unito. Attraverso referendum, il testo
costituzionale non è stato ratificato da Francia e Paesi Bassi).
Considerazioni culturali
A questo punto
c’è da chiedersi se, quello linguistico è una realtà da gestire o se
costituisca un problema a sé.
Il dilemma si
pone nel prendere atto che, sotto l’aspetto politico, la questione linguistica
ha trovato una soluzione del tutto autonoma mirante a regolare i rapporti tra i
cittadini e l’Unione. Il trattato istitutivo dell'Unione europea stabilisce, infatti,
che ogni cittadino possa scrivere alle istituzioni in una delle lingue
ufficiali ed averne una risposta nella medesima lingua e che tutti i documenti
ufficiali siano redatti in tutte le lingue ufficiali dell'Unione, al fine di
garantirne la comprensibilità. Le lingue ufficiali vengono definite dagli Stati
membri e non dalle autorità di Bruxelles [3].
Trattasi di
soluzione assai pragmatica che privilegia la semplicità dei rapporti tra
cittadino e le istituzioni, ma prescinde da ogni considerazione di efficienza e
correttezza nel sistema di comunicazione fra i cittadini. Oggi le tecnologie
informatiche consentono di far miracoli, ma il rapporto resta comunque
condizionato dall’esistenza di documenti di uguale contenuto ma scritti in
lingue diverse dove le parole tradotte possono assumere significati ambigui.
Basti pensare agli sforzi per tradurre testi scritti da autori come Saint
Exupéry e Joyce. Per quei testi, spesso, il traduttore vale più per le sue
qualità d’interprete che per le sue conoscenze in materia linguistica. Ora non
si tratta di valutare ciò che scrive l’autore, ma di dare ai popoli dell’Europa
l’uso di una lingua unica da condividere per i rapporti tra persone unite da
comuni radici culturali.
La soluzione
adottata dall’Unione è buona solo per regolamentare la produzione dei
latticini, oppure per riconoscere un marchio o dettare norme per il settore dei
trasporti, ma in campo religioso, culturale, etico e giuridico, i soloni della
costituente europea hanno messo i remi in barca in modo pilatesco lasciando a
tutti il modo di arrangiarsi, dire e scrivere ciò che vuole considerando tutte
le persone uguali davanti alla legge, nel rispetto della diversità culturale
religiosa e linguistica.
Orbene, il
cittadino europeo, oltre ad affogare nella marea linguistica, anziché prestare
maggior cura nel mantenere il proprio linguaggio vivo e protetto dagli
imbarbarimenti, da una parte, ha solo l’opportunità di esprimersi per aver
risposte nella stessa lingua delle richieste, dall’altra riceve solo responsi
rispettosi di qualsiasi convinzione culturale, religiosa e linguistica. In
poche parole, l’Unione europea non ha religione, non ha cultura, non ha lingua:
non discrimina le culture, né le religioni, né le lingue perché, come scriverò
più avanti, agli stati membri ed ai singoli cittadini è fatto divieto di discriminare
chiunque e checchessia.
L’Europa è un
sacco vuoto pur rispettando tutti. Ma per essere liberi occorre vi sia qualcosa
da scegliere, per scegliere occorre avere un’idea, non un’opinione! In questo
modo si porta rispetto al parere, ma ci si beffa della persona che non trova
conforto di un riconoscimento qualificante del proprio pensiero.
Infatti, se
l’istituzione non ha idee, con chi ci si misura quando, a priori, ogni
confronto è vano perché i valori sono stravolti e squalificati? La nostra
Europa è un’istituzione agnostica incapace di discernere il buono dal cattivo,
il bello dal brutto il lecito dall’illecito. Un’Europa che lascia tutti
nell’incertezza del diritto ed in balia della limbica vaghezza del buonismo di
facciata detestato da tutti, tranne – per l’assenza di stimoli morali - da chi
è determinato a suscitare il male.
Vedo in
quest’Europa, l’antitesi della libertà culturale e religiosa ed è
incomprensibile come si possa aver avuto idea di ritenere la cultura e la
religione del tutto indipendente dalla sua lingua. Forse esisterebbe una
cultura dissociata dalla lingua che la esprime?
E’ così, anziché
vedere i rapporti giuridici avviarsi su accordi raccolti in testi unici, di
legge o regolamento, scritti in una sola lingua, nascono tanti testi ufficiali
che ognuno scrive usando l’idioma che preferisce. Di conseguenza, i dizionari
si imbarbariscano con termini del tutto inutili con la certezza che, col
passare del tempo, a nessuno sarà più concesso di poter scrivere con un certo
rigore logico. L’aggiornamento linguistico dovrebbe riguardare solo gli effetti
dell’uso di nuovi lemmi per lo sviluppo scientifico e tecnologico, mentre in
materia religiosa, etica e culturale non possono, a mio avviso, essere imposte
più lemmi per lo stesso significato.
Su quanto
trascende scienza e tecnologia, non c’é ragione di riforme linguistiche ed è
per questo che il buon senso dovrebbe suggerire a tutti di ripristinare il
latino nella formulazione dei testi giuridici istituzionali fondamentali ad
iniziare dalla Carta dei Diritti
Fondamentali dell’Unione, che a me non risulta sia stata tradotta in
latino. Doveva esserlo, se non altro per soddisfare i milioni di cattolici
europei!
Con buona pace per
gli autotrasportatori di scartoffie tra Bruxelles e Strasburgo in occasione di
ogni riunione del Parlamento europeo, si trasferiscono tonnellate di carta
perché i deputati parlanti ognuno una delle 23 lingue, possano disporre del
testo di ogni atto nel proprio idioma. E non sarebbe male che a questi deputati
venga richiesta la conoscenza del latino nel proporsi come candidati!
°°°
A corollario di
quanto propongo, aggiungo che ogni stato dell’Unione, nell’applicare
disposizioni legislative così emanate, dipende da ciò che scrive un traduttore.
Non voglio entrare nel merito delle semplificazioni al riguardo attuate nella
pratica, ma suppongo che ogni documento originario venga redatto nella lingua
del proponente e da questo tradotto nelle altre lingue ovvero nelle poche
individuate tra le più importanti: inglese, tedesco e francese. Gli altri si
arrangiano, ma tutti sono nelle mani dei traduttori. Ora, a mio modesto avviso,
l’uso di una lingua unica sarebbe, per tutti più vantaggioso: non perché i
testi non verrebbero più tradotti, ma perché il legislatore parlante una
qualsiasi lingua collaborerebbe alla redazione di un unico testo valido per
tutti e non di un testo ricostruito a suo piacimento, uso e consumo.
Considerazioni antropologiche
La dichiarazione
di Prodi dell’undici novembre 2006, mi lasciò perplesso anche per altri motivi
che ora mi portano a trascrivere l’episodio biblico relativo alla torre di
Babele[4], per soffermarmi poi sulla dispersione
delle genti nel mondo:
Tutta la terra aveva
una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli uomini
capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero
l'un l'altro: "Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco". Il
mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: "Venite,
costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un
nome, per non disperderci su tutta la terra". Ma il Signore scese a vedere
la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse:
"Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è
l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà
loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non
comprendano più l'uno la lingua dell'altro". Il Signore li disperse di là
su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si
chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là
il Signore li disperse su tutta la terra.
A mio avviso, non
doveva essere la babele linguistica, la causa del malessere di Prodi ma, credo,
che da una meditazione più approfondita, si possa individuare l’argomento
principe cui aggrappare l’ancora della nostra memoria con l’intento di palesare
il disagio che apporta la globalizzazione che politicamente sembra opporsi alla
formazione delle nazioni, mentre, sotto il profilo antropologico, si sta
realizzando una generale (ri) compattazione
interetnica.
Come detto più
sopra, all’opposto, non si tratta di abbandonare la costruzione della torre di
Babele. Ne consegue che, incontrandoci, non conosciamo più noi stessi, ci
pieghiamo passivamente agli eventi con un basso profilo progettuale di vita e
non riusciamo più a condividere idee perché sono decadute al rango di opinioni
e non sono più chiare e forti come le credevamo.
Da un giorno
all’altro, una cosa buona diventa cattiva e una cosa cattiva diventa buona
perché ogni suo aspetto è ritenuto ora malefico, ora benefico per qualche
recondita finalità. Insomma tutti hanno ragione e torto insieme. E’ la
manifestazione di un colossale insieme di torri di Babele che nasce dal
relativismo e dal nichilismo: le macerie dell’illuminismo, del romanticismo,
dell’idealismo e del materialismo.
Dio disperse
l’uomo per tutta la terra; l’uomo ha trasmigrato nei diversi millenni sino a
oggi, dall’età dell’episodio biblico. Ora l’uomo si ricongiunge globalmente e
ricerca un linguaggio comune, ma non basta perché il male non è quello
linguistico ma quello che non riusciamo più a comunicare. Non si tratta di
sapere come regolarci per mangiare un panino da mcdonald’s ma Saper dire Chi sono all’Altro e, in pari
tempo, far capire Chi sei all’Altro.
Non conoscendoci,
ignoriamo per chi e per cosa stiamo al mondo, corriamo il pericolo di rimanere per
sempre estranei anche a noi stessi perché abbiamo esaurito i valori della vita e
perché noi tutti, come correttamente ha dichiarato Romano Prodi, viviamo in un paese impazzito, che non pensa
più al domani[5].
Concordia: parola
in disuso!
[1]
Significa “contorto"contorto; avvolto",lingua ebraica Livyatan, ebraico
tiberiense Liwyāṯān)
è il nome di una creatura biblica. Si tratta di un terribile mostro
marino dalla leggendaria forza presentato nell'Antico Testamento. Tale
essere viene considerato come nato dal volere di Dio (testo da Wikipedia)
[2] Dati
provenienti dalla pubblicazione "Lingue del Mondo" di Ethnologue 16^
Edizione 2009. E’ interessante notare che lo stesso numero di Lombardi e di
Napoletano - calabresi parlano una seconda lingua; evidentemente non tutti
l’italiano.
[3] Attualmente
le lingue ufficiali dell'Unione Europea sono 23 in rappresentanza di 27 Stati
membri. Accanto alla lingua è indicato lo stato richiedente: Bulgaro: Bulgaria;
Ceco: Repubblica Ceca; Danese: Danimarca; Estone: Estonia; Finlandese:
Finlandia Francese: Francia, Belgio, Lussemburgo; Greco: Grecia, Cipro;
Inglese: Regno Unito, Irlanda, Malta; Gaelico: Irlanda; Italiano: Italia;
Lettone: Lettonia; Lituano: Lituania; Maltese: Malta; Neerlandese: Paesi Bassi,
Fiandre (Belgio); Polacco: Polonia; Portoghese: Portogallo; Rumeno: Romania;
Slovacco: Slovacchia Sloveno: Slovenia; Spagnolo: Spagna; Svedese: Svezia;
Tedesco: Germania, Austria, Lussemburgo, Provincia autonoma di Bolzano (Italia),
Belgio; Ungherese: Ungheria. Oltre alle lingue ufficiali esistono tre categorie
di lingue regionali o minoritarie: lingue specifiche di una regione che può
trovarsi in uno o più Stati membri, come basco; bretone; catalano; occitano;
frisone; ligure; sardo; gallese; galiziano; friulano; napoletano
[4][4] Esodo 11;
1-9
[5] Questo
capitolo, rispecchia il contenuto di un mio post preceduto da altri tre intitolati
in modo assai stravagante ma proprio alle anomalie insite nel funzionamento di
certi organismi istituzionali, rispettivamente allo Specialismo,all’Antispecialismo
e al Generalismo.
0 commenti:
Posta un commento